Il 10 di ogni mese paga i suoi dipendenti e questo è un aspetto importante”. Lo so, è dura crederci, ma a parlare così non è stato il proprietario della pizzeria all’angolo, è stato Pantaleo Corvino, lo Zarathustra della Fiorentina. Sì sì, Corvino, il direttore sportivo elogiato (ieri più di oggi) dalla stampa, quello che dopo la rottura del 2013 è stato richiamato a sorpresa come plenipotenziario del mercato viola. Le ha dette, queste cose, proprio mentre il presidente Andrea della Valle “si sfogava” minacciando di mollare tutto contro “quella parte” di tifoseria colpevole di aver affisso fuori dello stadio un nuovo striscione galeotto. “Società assente, squadra inconcludente, allenatore indolente. C’avete rotto il cazzo”. Nulla di originale, per carità, nulla a che vedere con l’insuperato striscione dadaista sfoggiato a suo tempo dai tifosi interisti “non sappiamo più come offendervi”. Nella sua grezza brutalità, però, lo striscione firmato dalla storica “curva Fiesole” una sua verità elementare la esprimeva, e guarda caso è proprio quella con cui i Della Valle finora hanno dimostrato di non voler fare i conti, non avendo mai fatto capire, la proprietà della società gigliata, se ci sia un vero progetto tecnico-sportivo oltre quello economico. O meglio, diciamo così: se lo ha, continua a far di di tutto per tenerlo nascosto, lasciando che in superficie risulti tutt’altro. Tranne che in una parentesi in cui effettivamente qualche bagliore nel crepuscolo era comparso, quando qualche decina di milioni sul mercato furono spesi. Peccato che questi soldi siano stati investiti malissimo: 20 milioni al Villareal per Pepito Rossi (talento sopraffino, bravissimo ragazzo ma purtroppo dal fisico gravemente pregiudicato) e 30 per quel Mario Gomez che come succede a tutti i Mario qualcuno ribattezzò anche “super” ma che di super a Firenze ha fatto vedere solo la moglie; soldi che a occhio e croce devono esser stati fatali a Mario Pradé. Il predecessore-successore di quest’ultimo, Corvino appunto, viene ricordato più per le cessioni che per gli acquisti, a cominciare da quella di Felipe Melo, venduto alla Juve più nel pallone che si ricordi (vi dice nulla il cognome Secco?) per 25 milioni, capolavoro assoluto della storia del calcio, degno degli enigmi che solitamente infestano (o allietano: dipende dai punti di vista) il calcio inglese; ma sarebbe ingiusto dimenticare quella di Nastasic al Manchester City per un cifra simile. Gli affari negativi, quelli chi li ricorda?, non ti vorrai mica mettere a rinvangare cose passate, a ricordare nomi di giocatori ormai debellati dalla memoria perfino dagli stessi tifosi (no, dai, qualcuno proviamo a ricordarlo: da Santana a Vanden Borre, da Bojinov a Savio, da Amauri a Gulan, da Mazuch a Da Costa, ma la lista sarebbe lunga e non troppo lusinghiera). Perché il calcio e i giornalisti che di calcio si occupano (non di rado in ottimi rapporti coi procuratori) hanno questo di bello, che ci si dedica soprattutto a stressare in un senso o nell’altro la stretta attualità, con un occhio di riguardo spesso per i giocatori e sempre per i proprietari delle società (anche l’altra sera, su Sky, nessuno che avesse il coraggio di dire una parolina critica nei confronti della gestione Della Valle…), decisamente più portati a discutere di schemi di gioco che di schemi economici, pervicacemente restii a porsi (e a porre) domande complicate o imbarazzanti.

Il rapporto di Paulo Sousa con l'ambiente fiorentino non è mai decollato del tutto

Il rapporto di Paulo Sousa con l’ambiente (e la società) viola non è mai decollato del tutto

La storia dei Della Valle a Firenze, cominciata nel 2002 a costo irrisorio post-fallimento e riavviata dal 2004-2005 in serie A, è la storia di un progetto che ha molto di economico e poco o nulla di sportivo, è la storia di una gestione che non ha mai tenuto conto di quel “plusvalore” simbolico che il calcio ha rispetto ad altre attività imprenditoriali; è la storia di quarti, quinti posti quando è andata bene e di noni o undicesimi quando è andata meno bene, è la storia di un allenatore sopravvalutato, Prandelli, che a Firenze ha retto finché ha potuto nel ruolo di foglia di fico, di cuscinetto tra tifosi e società; è la storia di tante delusioni (specie nelle coppe, qualcuna anche per colpa di arbitraggi mai dimenticati, come a Monaco col Bayern in Coppa Campioni) e di pochissime impennate (qualche gesta del Toni-goleador, certi splendori del recidivo Mutu, il 4 a 2 alla Juve, probabilmente la più splendente di tutte); è la storia di una sequela infinita di mezze figure acquistate con la speranza che diventassero in riva all’Arno improvvisamente campioni (le adorate plusvalenze!) e di due o tre fuoriclasse con le polveri però irrimediabilmente bagnate (Rossi per motivi fisici, Jovetic per motivi che sfuggono ai più); è la storia di un inseguimento spasmodico al nuovo stadio, arrivato ora a quanto pare a definizione; è la storia di un rapporto tra tifosi e società che si può dire mai sbocciato e del quale ai Della Valle non sembra essere mai importato granché, come dimostra la prolungata esclusione di un personaggio-leggenda come Antognoni, solo di recente cooptato in un ruolo che tanto somiglia a quello del commissario anti-corruzione Cantone per il governo: un impossibile scudo buono per tutte le occasioni e le stagioni; è la storia di un “progetto” sportivo dai contorni non meglio precisati, di scelte tecniche non solo sbagliate ma spesso perfino incomprensibili (l’ultima in ordine di tempo: l’acquisto di Saponara per un ruolo su cui già insistevano in due, Ilicic e Bernardeschi, continuando a dimenticare le croniche voragini difensive); è la storia dell’esplosione recente di un talento cresciuto in casa (Bernardeschi, appunto, il giocatore in assoluto più amato dalla piazza dopo Antognoni e Baggio) per il quale sta per andare in scena il consueto copione: la società che dice “noi abbiamo offerto il massimo che potevamo, se lui non vuol restare significa che non è attaccato alla maglia, non è colpa nostra se va via…”; è la storia di tesoretti incassati e mai reinvestiti (ultimo caso, i 25 milioni di Marcos Alonso, finiti chissà dove); è la storia di rapporti faticosi con allenatori scelti rigorosamente nella seconda fascia (quelli cioè che non mettono becco nella campagna acquisti, chiamati solo a organizzare tecnicamente scelte altrui: come sarebbe anche Pioli, reduce per di più da due esoneri consecutivi, sul cui arrivo dato dalla stampa per scontato incredibilmente la società non interviene, dimostrando ancora una volta scarso rispetto per i tifosi); è la storia di scelte contraddittorie come quella di puntare tutto sull’immagine del fair-play e contemporaneamente assumere come allenatore uno come Mihajlovic; è la storia comunque, per la famiglia Della Valle, non solo di una notorietà incrementata grazie allo sport, ma anche di conti che parrebbero piuttosto in attivo: perché se è vero come si dice che circa 250 milioni sarebbero stati reinvestiti, è anche vero che quelli entrati sono circa il doppio, grazie in primis ai diritti tv (solo nel 2016, oltre 50 milioni…).

Ieri contro la Lazio altra contestazione. Questo solo uno dei tanti striscioni contro la società

Ieri contro la Lazio altra contestazione. Questo solo uno dei tanti striscioni contro la società

Il deus ex machina Corvino, rientrato alla base dopo la parentesi Pradè, ha già ricominciato – un classico di stagione – ad annunciare le ambizioni europee della squadra per il prossimo anno, mentre la gran parte dei tifosi vive ormai le vicende viola tra ironia e rassegnazione, anche se c’è chi evoca già nel caso (più che probabile) di cessione di Bernardeschi contestazioni simili a quelle andate in scena illo tempore per Baggio, quando il giocatore fu praticamente costretto controvoglia a trasferirsi in quella Juventus memore ancora del rospo piantatotole in gola da Antognoni, che a Torino aveva scelto di non approdare. Non sappiamo fino a che punto il signor Corvino se ne renda conto, ma frasi come quelle sugli stipendi pagati regolarmente il 10 di ogni mese non è che facciano tanto bene a oliare gli ingranaggi tra società e città, non è che aiutino a rendere credibili le varie promesse di felicità futura; anzi, rischiano di suonare scoraggianti e perfino un po’ offensive, riportando tutto al pianoterra del pensiero. Per carità, ammesso che il tifoso viola l’abbia mai vissuta, l’epoca dei sogni è stata lasciata alle spalle. Ma se oltre al versante economico si cominciasse anche a guardare con più convinzione, più sagacemente a quello sportivo forse tutti ne avrebbero da guadagnare. Continuando di questo passo, con le cicliche lamentele da parte di un presidente che evidentemente sogna (e magari pretenderebbe anche) una tifoseria elogiante a prescindere e gli altrettanto ciclici striscioni di gusto non esattamente letterario, saremmo costretti a credere che dell’operazione aggancio nuovo stadio-città non importi granché a nessuno…