“Chi vuole la trasparenza quando si può avere la magia? Chi vuole la prosa quando si può avere la poesia? Togli il velo e cosa ti rimane?”

 

Stasera andrà in scena la prima semi-finale di Champions e l’occasione ha propiziato una riflessione su uno degli aspetti che del Calcio più mi attrae: il suo rapporto con le Arti. Un rapporto per molti aspetti irrisolto stante la natura di ‘mistero agonistico’, per dirla alla Brera, di quello che è lo sport più popolare del pianeta.  Le pulsioni primitive sprigionate dal calcio non si conciliano, purtroppo, con ognuna delle Belle arti.

 

Notoria è, ad esempio, la difficile coabitazione tra la ripresa cinematografica e la dinamicità del gioco. I pochi grandi film mai girati sul tema sono agiografici o al più utilizzano l’indotto, di inesauribile portata, della collaterale passione dei tifosi. Dunque Fuga per la vittoria è l’esempio dell’infelice matrimonio tra un piano sequenza ed un’azione di gioco mentre Fever Pitch di David Evans – tratto dal romanzo di Hornby – può rappresentare il canone guida per produrre e poi girare un film sul Calcio. L’arte figurativa, invece, quando il calcio si impossessava delle vite degli esseri umani stava entrando in una delle fasi più complesse della sua storia. Tuttavia ciò non ha impedito a Boccioni di ritrarre la velocità del pallone che rotola nel Dinamismo di un footballer, come già aveva fatto per il ciclismo, o a Malevič di portare nell’astrattismo il Realismo pittorico di un giocatore di football. È esistito persino un pittore-calciatore, e campione d’Italia con la Juventus, Domenico Maria Durante.

 

Thomas Hemy, Sunderland v Aston Villa , 1895; forse il primo quadro mai realizzato sul football.

 

Se, come dice Banier, la fotografia prende e non fotografa, l’ultima delle Muse ha avuto più fortuna col pallone e i suoi ritmi poiché facile è raccogliere in uno scatto, e con esito artistico, l’atletismo, la possenza fisica, il gesto tecnico. Figurarsi il contorno socio-antropologico. Una foto che raffiguri il tresette presidenziale intavolato a bordo del Boeing che riportava a casa i Campioni del Mondo, per esempio. Se così continuassimo otterremo un’epitome calcistica per ogni arte prestatasi al gioco. Letteratura? Fútbol di Soriano. Una poesia? Goal di Umberto Saba. Un’opera architettonica? Il Maracanà. Sineddochi di relazioni tra un’arte e l’altra, opere che valgono a paradigma delle restanti. Ma manca la più pura delle Arti, quella che trae l’etimo direttamente dalla scienza delle Muse: la Musica.

 

Non è un romanzo ma una raccolta di racconti del più grande scrittore di Calcio di sempre, qui ritratto nella copertina Einaudi con l’inseparabile gato negro.

Se volessimo continuare il giochino di sopra, quale sarebbe la musica antonomasia del Calcio? Domanda complessa cui deve seguire una risposta ragionata. Occorre preliminarmente dire che tra Musica e Calcio corre buon sangue. È un rapporto multidirezionale e polivalente. Da una parte si può pensare alla musica che accompagna immagini di calcio, o di sport in generale, un trionfo di artificio retorico che funziona da sempre: Heroes di Bowie nella sigla di SfideLittle Less Conversation di Elvis mentre Cantona presiede il torneo in The Cage della Nike (l’azienda di Beaverton sul soundtrack delle sue celebri pubblicità ha basato una delle strategie commerciali più vincenti al mondo). Ma il rapporto con la Musica si consuma, e anche felicemente, dentro gli Stadi, pur tenendo completamente fuori dal discorso in parola quello che invece è il rapporto tra la musica ed i tifosi (che un giorno approfondiremo). Nel riscaldamento sul prato dell’Olympiastadion di Monaco Maradona dà spettacolo con in sottofondo Life is Life degli Opus (che dovrebbero ringraziare Diego se ancora vengono menzionati); ad Anfield, Celtic Park e Westfalenstadion va in scena l’incredibile emozione di una canzone da musical, You’ll Never Walk Alone – e non un inno pensato per il calcio – che scalda i cuori di migliaia di persone all’unisono (si potrebbe continuare con Battisti per la Lazio, Rino Gaetano per Crotone e Samp, Me lo dijo una gitanaI’m Forever Blowing Bubbles e altre decine di esempi che chi scrive non ricorda).

 

Due anni fa questo spettacolo tra le tifoserie di Liverpool e Borussia Dortmund.

 

Da questo discorso si stanno lasciando fuori incredibili sfumature del rapporto come i grandi artisti al contempo grandi tifosi (Oasis, per fama, su tutti) o ancora quelle relazioni indirette tra una canzone che segna una stagione, come quella estiva, che diventa tormentone – o meglio ancora è la canzone spot di un mondiale – e la si ricollega non tanto ad un preciso momento di sport quanto a tutta la durata di una manifestazione o evento sportivo (le Notti magiche della Giannini e Bennato, per esempio, come canzone ufficiale di un Mondiale).

 

Risultati non soddisfacenti e, sicuramente, non esaustivi. Una canzone di una squadra, o riferibile ad una squadra e/o un campionato o movimento nazionale, non potrà ricevere l’unanime consenso che cerchiamo per farla diventare la Musica del Calcio. Una melodia che rispecchi alla perfezione la weltanschauung che tutti gli appassionati di pallone del mondo condividono. Le note che ad ogni angolo del globo suscitano la sensazione che lì, proprio lì ed ora, c’è del calcio e si starà bene. L’inno della Champions.

 

Heineken è stata autrice di geniali intuizioni di marketing pubblicitario, che hanno aiutato i vertici UEFA a ‘creare’ uno spirito Champions League e portarlo in una dimensione terza rispetto i propositi iniziali. In questo video un esperimento sociale a finalità pubblicitaria firmato dalla birra olandese. 

 

La Musica differisce da tutte le altre arti e, libera d’ogni rapporto con la forma dei fenomeni, costituisce da per sé stessa una forma astratta, assoluta e completa. La Musica obbedisce a dei principii estetici interamente differenti da quelli delle altre arti. Non può essere valutata secondo le categorie del bello; non deve sottomettersi, come ad esempio la pittura, la scultura, l’architettura, alla proporzione, all’armonia e alla bellezza delle forme. La Musica non si preoccupa di questo perché è essa stessa una forma assoluta, una rappresentazione completa in sé e per sé, diretta e spontanea, senza alcuna servitù alle realtà contingenti. Ogni altra arte è una proporzione fra l’idea e la forma, la Musica sola è una sproporzione; poiché tutte le arti sono belle, e solo la Musica è sublime.
La Musica è la rivelazione del senso eterno delle cose, sopprime il nostro Io, ci eleva alla contemplazione degli esseri e della vita nella loro nudità essenziale.
La Musica annienta la sensazione dolorosa che proviamo alla vista delle catastrofi di cui è piena la vita.


L’INNO


L’Inno della Champions ha esordito come composizione ufficiale della competizione il 25 novembre 1992, quando suonò contemporaneamente negli stadi Jan Breydel (Bruges), all’Ibrox di Glasgow, al das Antas di Oporto e a San Siro: da quel momento in poi il più grande torneo continentale per club mutò per sempre pelle.

 

A fine anni ’80 l’UEFA dovette fronteggiare un diffuso calo dell’attrattività della Coppa dei Campioni. Nella finale di Bruxelles del 1985 finì il dominio inglese, del Liverpool in primo luogo, sulla coppa dalle grandi orecchie. Club di prima divisione vincevano dal 1977 l’allora European Cup – eccettuato l’Amburgo di Magath che nell’83 aveva trionfato sulla Juventus – ma con la tragedia dell’Heysel, che fece conoscere all’Europa l’hooliganismo, la storia deviò direzione. Mentre in patria l’Iron Lady iniziava la violenta repressione nei confronti degli hooligans – come dei minatori e dei militanti dell’IRA –  l’UEFA, sempre su proposta di Londra, sospendeva dalle competizioni europee tutte le squadre inglesi per cinque stagioni (sei per il Liverpool).

 

Nel 1986 Spagna e Portogallo aderiscono all’allora Comunità europea, lo stesso anno viene siglato l’Atto unico europeo, tre più tardi cade il muro di Berlino, quindi l’UEFA intuisce il nuovo tracciato eurofilo ed inizia una riforma totale delle coppe per club. Appalta ad una società di comunicazione e media, la TEAM, la rebrandizzazione della Coppa. Degli agenti si dirigono da Tony Britten, un modesto compositore del Royal College of Music, e gli chiedono di elaborare qualcosa di simile ad un inno nazionale. Il britannico è suggestionato dalle perfomance dei Tre Tenori ad Italia ’90 ed intuisce che la musica classica, o esatta come amava definirla Bernstein, potrebbe essere la soluzione.

 

Mr. Britten, da buon suddito, ha quindi una illuminazione. Un inno di ascesi al potere, qualcosa che meravigli chi lo ascolti. Qualcosa di sacro, solenne, di stupefacente. Un inno che incoroni re e regine, per esempio. E allora trae spunto, o forse plagia del tutto, da quello domestico. L’inno Zadok the Priest di George Frideric Händel, catalogato HWV 258, l’ufficiale inno d’incoronazione della monarchia britannica.

 

2 giugno 1953, S.M. Elisabetta II, a 26 anni, viene incoronata a Westminster sotto le note di Handel.

 

Zadok the Priest è un inno scritto in struttura SS-AA-T-BB per coro ed orchestra, commissionato direttamente dalla Corona per l’incoronazione di Re Giorgio II nel 1727. Il compositore tedesco all’epoca della composizione dell’inno era di già naturalizzato inglese nonché perfettamente integrato con la corte e i suoi valori. Curò in prima persona la scelta del testo, che promanava dalle formule utilizzate ininterrottamente dall’incoronazione di re Edgar nell’abbazia di Bath nel 973 d.C., ma vi applicò delle modifiche basandosi su estratti della Bibbia di Re Giacomo utilizzati per la cerimonia di proclamazione di Giacomo II nel 1685.

Il testo è solenne e regale, tratto direttamente dall’Unxerunt Salomonem, il passaggio dell’antico testamento (Libri dei Re, 1:38-40) ove il sacerdote Zadok, primo Sommo del tempio, compie l’unzione di Re Salomone, figlio di Davide.

Difatti l’esatto momento in cui viene cantato l’inno è l’unzione col crisma del nuovo sovrano, un atto di liturgia che riconduce il potere monarchico direttamente a Dio. La parte melodica, pur di non grande pregio, risente dello stile barocco e regala all’ascoltatore lo stupeficium tipico di quell’arte.

Zadok the Priest, and Nathan the Prophet anointed Solomon King.

And all the people rejoiced, and said: God save the King!

Long live the King!

May the King live for ever, Amen, Alleluia.

Il testo dell’inno della Champions è invece di una vacuità disarmante, intriso di retorica stucchevole come tanti inni nazionali sanno essere. Ma il crescendo del coro, con quelle parole tedesche e francesi che vengono storpiate in tutti gli stadi del Vecchio continente, contribuisce a generare il sufficiente grado di gravitas utile a rendere una partita di calcio qualcosa di mistico. L’inno della Champions ha, di fatto, contribuito a costruire una identità-coscienza europea, al pari o forse più dell’Inno alla Gioia di Beethoven, l’ufficiale inno delle istituzioni di Bruxelles. Secondo il New York Times è proprio l’inno della competizione la maggior stella del calcio europeo. Buffon ha più volte affermato che “sentire l’inno della Champions da casa mi faceva impazzire, Totti reputa il suono di quelle note a Roma “qualcosa di speciale“.

 

Messi suona l’inno al pianoforte, Ronaldo non può che rispondere cantandolo correttamente strofa per strofa .

 

L’inno della Champions è diventato oggetto di studi e ricerche. Il sociologo Anthony King dell’Università di Exeter, in uno studio del 2004, ha affermato che “The baroque music of the Zadok anthem associates the Champions League with the monarchies of Ancien Regime Europe […] It is interesting that the anthem is orchestrated so that the most prominent instruments at this climax are horns; they communicate a shining metallic sound which musically reflects the trophy itself. Music and colours merge together as one dense signifier, communicating a concept of silver in both sound and vision”. Il musicologo svedese Johan Fornäs ha inserito l’inno in un mastodontico studio sulla musica continentale chiamato ‘Signifying Europe‘, elevandolo a simbolo musicale europeo, l’UEFA ha commissionato uno studio statistico secondo il quale il 98% degli europei conosce l’inno della Champions League.

 

Probabilmente i promotori non erano coscienti di quale risultato avrebbe comportato quell’appalto nella storia di questo sport. Il climax corale, gli stadi saturi, l’erba a filo di un verde vita, hanno concorso a generare nell’appassionato una suggestione e un coinvolgimento emotivo tale per cui la Champions League è unanimemente considerata la massima espressione mondiale di un torneo tra club. Spesso si sentono invocare, e altrettanto spesso a sproposito, elementi dello stile di vita che hanno contribuito ad unificare il continente e a far sentire più vicini i popoli europei: il progetto Erasmus, Ryanair etc. Come escludere, pur prendendo le distanze dalla sterilità di quella argomentazione, l’Inno della Champions? Un vero e proprio caposaldo dei costumi di milioni di persone e di diritto la Musica del Calcio.

 

 

 

[Foto copertina; Il rapimento di Europa, Rembrandt, – 1632 Olio su tavola, 62×77 cm, J. Paul Getty Museum, Los Angeles].