È il 6 gennaio 1975: gli italiani sono incollati davanti alla TV per l’ultima puntata di Canzonissima. Con il biglietto della Lotteria in mano, tutti aspettano di conoscere da Raffaella Carrà chi coronerà il sogno da 200 milioni di lire. È un lunedì sera, le festività natalizie stanno per finire. L’indomani è tempo di tornare al lavoro.

 

 

Intanto, a 2 mila chilometri di distanza, sulle rive del fiume Trent, c’è chi il lavoro lo ha appena ritrovato ed è già all’opera. È Brian Clough: l’ex macchina da gol di Middlesbrough e Sunderland ha appena accettato un nuovo contratto da allenatore. Nessuno, in quel gelido giorno d’inverno, può immaginare che il primo tassello di una delle più straordinarie favole calcistiche sta per essere posato: qui ha inizio la storia del Nottingham Forest delle meraviglie.

 

Quell’inclinazione burbera, al limite dell’arroganza e della presunzione, non lo ha mai aiutato a farsi grandi “amici” nel mondo del football.

 

A quel tempo, i Garibaldi Reds – che devono la scelta dei colori sociali ad un omaggio alle camicie rosse indossate dai Mille nella loro spedizione – non stanno attraversando un bel periodo. L’inizio degli anni ‘70 è senza dubbio il momento più buio della loro storia ultracentenaria. Uno dei club più antichi del mondo, capace di alzare al cielo di Londra 2 FA Cup – nel 1898 e nel 1959 – e di dare vita ad un emozionante testa a testa con lo United al termine della stagione del 1967, è relegato in Second Division – l’attuale Championship – a combattere nelle sabbie mobili della zona retrocessione.

 

 

L’ennesima sconfitta in campionato, nel sentitissimo derby con il Notts County, convince i vertici di City Ground a dare una scossa all’ambiente: via lo scozzese Allan Brown, troppo tenero con la squadra, si prova con Clough. Una chiamata che diventerà una porta verso il paradiso. Partendo dagli inferi, però. Nonostante un titolo inglese vinto con il Derby County due anni e mezzo prima, il tecnico non gode dei favori della critica. Quell’inclinazione burbera, al limite dell’arroganza e della presunzione, non lo ha mai aiutato a farsi grandi “amici” nel mondo del football. E così il mister era stato allontanato dai grandi palcoscenici troppo presto, appiedato, a soli 44 giorni dal suo ingaggio, dall’allora fortissimo Leeds.

 

Brian Clough Leeds

Brian Clough alla guida del Leeds United, i 44 giorni che segnano il punto più basso della carriera del manager britannico. Proprio quei 44 giorni sono oggetto del film ‘The Damned United‘, splendida pellicola di Tom Hooper. (Photo by Evening Standard/Getty Images)

 

 

Ma il tempo è galantuomo, sempre: il genio e la lungimiranza tattica di Clough ritrovano il terreno fertile per rifiorire proprio a Nottingham. In Inghilterra, prima, e in Europa, dopo. Caratterialmente così simile a Mourinho, Brian stava per rivoluzionare il football con due generazioni d’anticipo. A chi glielo chiedeva, diceva di sé stesso

“non penso di essere il miglior allenatore in circolazione, ma sono certamente nella top one”.

Da Top One a Special One, le analogie si sprecano.

 

Al Forest, “The Football Genius” non perde tempo e impone subito il suo stile: pronti via obbliga la società a togliere dal mercato l’ala John Robertson, colui che diventerà una pedina fondamentale del suo scacchiere. «Il Picasso del calcio non si vende» disse a pochi giorni dal suo arrivo a Nottingham: qualche anno più tardi Roberston, che pennellava cross a raffica, servirà l’assist millimetrico per il gol che varrà una Coppa dei Campioni. E 12 mesi più tardi sarà l’autore del gol vittoria nella seconda finale continentale. Un bel modo per ripagare la fiducia del tecnico.

 

 

Riesce a trattenere anche il metronomo del centrocampo, lo scozzese John McGovern, e nel giro di qualche settimana rifonda e ringiovanisce la squadra, creando tutti i presupposti per far sbocciare i germogli della sua innovativa idea di gioco. Almeno oltremanica, dove Clough diventa il degno erede di Rinus Michels, il padre del calcio totale.

 

La “palla lunga e pedalare” tipica del gioco britannico viene messa al bando. In allenamento il mantra è

“Se Dio avesse voluto farci giocare a calcio nel cielo, avrebbe messo l’erba lassù”.

Il pallone a terra diventa l’unica opzione, con manovre ariose intervallate da verticalizzazioni improvvise. È tempo di darsi un’allure internazionale, di preparare i vestiti da sera in vista del prossimo Red Carpet europeo. Visto che i risultati non tarderanno ad arrivare.

 

Brian Clough Nottingham

L’affiatamento e l’empatia furono fondamentali per la leggenda del Nottingham Forest di Brian Clough. (Photo by Michael Fresco/Evening Standard/Hulton Archive/Getty Images).

 

Dal pericolo della Third Division ad una salvezza tranquilla, il Nottingham riesce a mantenere la categoria al termine della stagione. Dopo un anno di assestamento e l’arrivo di Larry Lloyd dal Coventry per puntellare la difesa, la squadra è pronta al salto di qualità: in poco più di 18 mesi il gioco dell’undici di Clough è diventato dinamico, visionario come il suo tecnico, pronto per approdare nella massima serie che i Forest agguanteranno nell’estate del 1977.

 

 

Per affrontare la First Division, i Garibaldi Reds prendono il portierone Peter Shilton dallo Stoke City e Kenny Burns dal Birmingham. Insieme a Lloyd comporranno una retroguardia praticamente impenetrabile. Soltanto 24 reti subite in 42 partite, diventando la difesa meno battuta del campionato: solide fondamenta per una cavalcata che vale al Nottingham il primo storico titolo di Campione d’Inghilterra, conquistato con 7 lunghezze di vantaggio sul Liverpool bicampione europeo in carica.

 

Con i Forest ha alzato l’asticella, non lasciando nemmeno le briciole agli avversari e confermando la superiorità dei Reds con la vittoria in Coppa di Lega, per un double storico.

 

La Cenerentola del campionato è diventata regina, lasciando sbalordito l’intero popolo britannico per la qualità mostrata in campo. Sarebbero bastate le bande bianche laterali sulla maglia e tutti avrebbero gridato al miracolo: l’Ajax di Johan Cruijff sta rivivendo all’ombra della foresta di Nottingham. Invece erano i Garibaldi: quei provincialotti arrivati dalla seconda serie – che ancora oggi giocano i match casalinghi in uno stadio fatiscente – diventati improvvisamente grandi.

 

 

È un fantastico dejà vu, la nuova impresa targata Clough. Qualche anno prima, lui, lo aveva già fatto, con il Derby County: diventare campione della First Division da matricola. Con i Forest ha alzato l’asticella, non lasciando nemmeno le briciole agli avversari e confermando la superiorità dei Reds con la vittoria in Coppa di Lega, per un double storico. Senza dimenticare la conquista del Community Shield contro l’Ipswich Town all’inizio della stagione successiva, con un 5-0 che si commenta da solo.

 

Shilton Nottingham

Peter Shilton, numero 1 dei Tre Leoni per un ventennio è il fiore all’occhiello della campagna acquisti di Clough. Contribuendo a rendere insuperabile la difesa del Forest, è la chiave per il titolo nazionale (Photo by Duncan Raban/Allsport/Getty Images).

 

Ma questa volta l’opera di Clough non si sarebbe fermata ai territori protetti dalla croce di San Giorgio. I proseliti si sarebbero fatti anche in giro per l’Europa, in un cammino thriller verso il successo continentale che pareva uscito dal genio di Luc Besson: al sorteggio dei sedicesimi di finale la pallina degli avversari è quella del Liverpool, i bicampioni in carica.

“Se teniamo noi il pallone, non possono farci male”

Clough parlò così alla squadra dopo gli accoppiamenti, facendo sua una delle grandi verità del Barone svedese Niels Liedholm. E andò esattamente in quel modo: il Liverpool non fece nulla, né all’andata, vinta per 2-0 dal Forest tra le mura amiche, né al ritorno, dove un laconico 0-0 avrebbe confermato l’ennesima missione compiuta dagli uomini di Nottingham.

 

 

L’Aek Atene negli ottavi di finale e il Grassophers nei quarti si fecero piccoli davanti alla manovra avvolgente degli inglesi che, senza troppi patemi e trascinata da un Gary Birtles on fire, arrivarono comodamente in semifinale. Ad aspettarli il Colonia di Weisweiler, un osso durissimo da affrontare. E infatti nella gara di andata qualcosa non va secondo i piani: gli avversari bussano a ripetizione alla porta di Shilton, trafiggendolo per tre volte. In un City Ground ammutolito, i padroni di casa riacciuffano il match chiudendo 3-3, ma con il passaggio del turno a serio rischio.

 

All’ultimo giorno utile per il tesseramento in Coppa dei Campioni sbarca a Nottingham un tale di nome Trevor Francis, belloccio, anni 25, prelevato dal Birmingham per una cifra record di 1 milione di sterline.

 

Quattordici giorni dopo in Germania lo spartito viene rimesso in ordine, con il Nottingham che regala ai circa 40 mila sulle tribune una delle sue migliori sfumature di rosso: magistrale controllo della gara, squadra compatta e scattante capace di tenere ad un livello sempre elevato il ritmo di gioco. Il muro tedesco crolla sotto i colpi degli ospiti, proprio come accadrà qualche anno più tardi, il 9 novembre 1989, a Berlino. L’Est abbraccerà l’Ovest: qui il Nottingham sta volando in finale.

 

 

All’ultimo atto europeo i Forest arrivano da secondi in First Division, ormai lontani dall’imprendibile Liverpool. L’incontro, da disputare fatalmente ancora in Germania, a Monaco di Baviera, sarà deciso da un giocatore portato lì dal destino; e da una oculatissima scelta del board britannico durante la sessione di mercato invernale. A febbraio, nonostante un attacco prolifico, i Reds decidono di rinforzare l’artiglieria pesante sferrando un colpo tanto inatteso quanto decisivo per l’andamento della storia.

 

 

All’ultimo giorno utile per il tesseramento in Coppa dei Campioni sbarca a Nottingham un tale di nome Trevor Francis, belloccio, anni 25, prelevato dal Birmingham per una cifra record di 1 milione di sterline. Prima di diventare una star blucerchiata, la più osannata a metà anni ’80 dalla curva Sud di Marassi, l’attaccante di Plymouth si trasforma nell’idolo del popolo Forest.

 

Francis Nottingham

Trevor Francis, l’uomo del destino nella finale di Monaco di Baviera (Photo by Allsport/Getty Images).

 

 

Sceglie così la serata ideale per guadagnare le luci della ribalta, quella che ogni giocatore aspetta per tutta la carriera: la finale di Coppa dei Campioni. Il cross è di Robertson – quello sul mercato all’arrivo di Clough – la testa è di Francis, quello arrivato dal mercato dell’ultima ora: la rete che si muove è quella del Malmoe, l’avversario di serata.

 

 

Dal piccolo borgo delle Midland Orientali parte un boato assordante, che rimbomba in tutto il Vecchio Continente. Gli svedesi non tireranno mai in porta, “se la teniamo noi non possono farci male”. Al triplice fischio il Nottingham è campione d’Europa, il primo – e uno dei pochi – underdog capaci di scrivere il proprio nome nella bacheca. L’unico a riuscirci per ben due volte, di fila.

 

 

Sì perché l’anno successivo il percorso sarà ancora trionfale. E con il solito brivido teutonico. Contro l’Östers del mitico Ravelli ai sedicesimi e con i rumeni dell’Arges Pitesti agli ottavi il Nottingham passeggia, arrivando senza troppi scossoni ai quarti di finale. Dove pesca la Dinamo Berlino, al di là, verso Est, di quel muro che dovrà cadere una seconda volta. Almeno in campo. Al City Ground, dopo i primi 90 minuti, è notta fonda per i Reds sconfitti 0-1.

 

In semifinale saranno i “cugini” dell’Ajax a subire l’onda innovativa degli omologhi britannici: gli allievi battono i maestri e volano, nuovamente, in finale.

 

Serve un’altra impresa in terra tedesca che arriverà puntuale, sempre sull’asse Robertson-Francis: l’esterno insacca un rigore, la punta, con la sua doppietta, rimanda al mittente tutte le critiche subite dopo la gara di andata. In semifinale saranno i “cugini” dell’Ajax a subire l’onda innovativa degli omologhi britannici: gli allievi battono i maestri e volano, nuovamente, in finale.

 

 

Si va al Santiago Bernabeu, nemmeno a dirlo, contro una tedesca. Questa volta dell’Ovest: l’Amburgo di Kevin Keegan. I Garibaldi ci arrivano con le ossa rotte e con il peso delle critiche: eliminata al 4° turno di FA Cup, in campionato la squadra naviga tra la quinta e la sesta posizione, senza più nessuna velleità di successo. Come se non bastasse, Francis è fuori gioco per la rottura del tendine d’Achille e non sarà protagonista della spedizione in terra di Spagna. La Supercoppa Europea, vinta nella doppia sfida contro il Barcellona, potrebbe restare l’unica gioia di una stagione in cui la bellezza del gioco dei Reds inizia a sbiadire.

 

Peter Taylor e Brian Clough

Nel tempio del Santiago Bernabeu di Madrid, Brian Clough si accinge a vincere la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. Accanto a lui Peter Taylor, suo fidato sodale e uomo-ombra di tutti i successi del manager di Middlesbrough (Photo by Duncan Raban/Allsport/Getty Images).

 

 

Clough comprese il momento e, anche contro il parere dei senatori dello spogliatoio, compie una scelta inattesa, sovvertendo – solo per quella partita – il suo credo. Una decisione difficile, ma che gli varrà un’altra Coppa dei Campioni. D’altronde il mister lo diceva sempre:

“quando ho una discussione con un mio giocatore, mi siedo con lui per parlarne e, dopo una ventina di minuti, decido che ho ragione io”.

E anche questa volta andò così: la formazione era troppo stanca per reggere i soliti ritmi avvolgenti contro un Amburgo atleticamente in formissima. “Ragazzi, oggi giochiamo all’italiana: catenaccio e contropiede”. Nessuno lo poteva prevedere, tantomeno gli avversari. Che rimasero sorpresi, almeno per la prima mezz’ora: giusto il tempo di mettere a segno l’1-0 – grazie al solito Robertson – e chiudersi a riccio, soffrendo sotto i colpi dell’Amburgo.

 

 

Clough, con viso corrucciato e capelli arruffati, avvolto in una leggendaria tuta rossa griffata Adidas, borbottava a bordo campo, esorcizzando gli attacchi tedeschi. Shilton e i legni faranno il resto. Chi vince senza pericolo, trionfa senza gloria: quella sera il Nottingham toccò il cielo, di nuovo, per un’ultima volta. Diventando l’unica squadra ad aver vinto due Coppe dei Campioni pur essendosi laureata campione nazionale una sola volta nella sua storia. Il miracolo è avvenuto. Mission accomplished.