Il ripudio del calcio, in quanto pratica gretta, volgare e occasionalmente violenta, è un classico dell’intellettuale italiano più snob che acculturato. Analogamente, il tifoso da bar sport non si lascia certo sedurre dal fascino della poesia. Ci sono però eccezioni, spiragli in cui poesia e calcio riescono a convivere. Spazi angusti in cui il gioco del pallone raggiunge le sue interpretazioni più intense, liriche, romantiche e, soprattutto, genuine.

 

Nella storia del calcio italiano è pieno di poeti calciatori e calciatori poeti, affascinanti deviazioni dall’ordinario. Pier Paolo Pasolini, come è noto, vede nel football un complesso e straordinario fenomeno di costume che va oltre il mero intrattenimento.

 

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.”

 

In Pasolini si fondono il ragazzo appassionato che può giocare fino a sei o sette ore al giorno sui campi di provincia sognando il formidabile Bologna di Bulgarelli e l’attento scrittore degli Scritti Corsari, o l’inarrivabile cineasta di Salò. Nel calcio Pasolini vede ciò che l’antropologo Britannico Desmond Morris racconta nel fondamentale La Tribù del Calcio. In effetti, il calcio e la poesia non sono nulla se lasciati a loro stessi, isolati da un più vasto contesto sociale.

 

Pasolini calcio e poesia

In questa incredibile foto si riconoscono Fabio Capello e Ninetto Davoli (il secondo in alto da sinistra e l’ultimo in alto a destra) con Pasolini e Franco Citti (primo e terzo in ginocchio da sinistra). Foto da Panorama

 

Come uomini di cultura annoverano il calcio tra le proprie principali passioni (Pasolini, Bertolucci, Scola), così fanno diversi calciatori che, specialmente tra i ’60 ed i ’70, non celano il proprio amore per le arti. Tra questi c’è Ezio Vendrame, uno dei maverick del calcio italiano degli anni ’70.

 

Nato come Pasolini in Friuli, per la precisione a Casarsa, nel 1974 Vendrame raggiunge la propria notorietà calcistica con il Lanerossi Vicenza. 46 presenze e 1 goal, molta fantasia e soprattutto tante donne. Centinaia quelle che ha portato a letto, tutte amate a sentir lui. Il concetto di amore di Vendrame, però, non è così scontato. Le ragioni? L’incontro a metà anni ’70 con il cantautore livornese Piero Ciampi. Un incontro che segnerà profondamente la vita del calciatore, a cui Ciampi dona la sua definizione di amore.

 

Amare significa capire le sofferenze di chi ti sta vicino.

 

Una frase che è un macigno, scolpita sulla pietra come ogni parola di Piero Ciampi. Un’amicizia nata tra strade buie e bottiglie vuote e consolidata sul rettangolo verde, precisamente quello dell’Appiani di Padova dove Vendrame gioca a partire dalla stagione 1975-76.

 

Vendrame

Ezio Vendrame alla chitarra, sua grande passione (foto da Write and Roll Society)

 

Un pomeriggio l’ala del Padova, mentre avanza a centrocampo palla al piede, nota sugli spalti l’amico Piero che è venuto vederlo giocare. A questo punto si consuma uno degli episodi più profondi e significativi del calcio italiano. Vendrame arresta l’azione, ferma la palla con le mani e di fatto interrompe la partita. Si rivolge verso la tribuna per salutare Piero Ciampi. Una sorta di inchino, come quello delle navi alla costa, un tributo alla grandezza del cantautore. Vendrame motiva il gesto con queste parole:

 

“Il gioco del calcio diventa una cosa volgarissima di fronte ad un poeta come Piero.”

 

Vendrame dopotutto se ne intende. Lui è uno scrittore, una penna prestata al pallone, più che un calciatore prestato alla poesia. Cosa ci si sarebbe potuti aspettare, d’altronde, da uno che considera i tre migliori calciatori al mondo essere Diego Armando Maradona (fin qui niente di strano), il beatnik granata Gigi Meroni ed il folle donnaiolo capellone Gianfranco Zigoni?

 

Vendrame Vicenza

Ezio Vendrame con la felpa d’allenamento del Lanerossi Vicenza (foto Gazzetta)

 

Pasolini – nella cui visione del pallone gli atleti sono paragonati alle lettere dell’alfabeto che dialogando tramite azioni e passaggi danno vita a discorsi complessi – distingue i calciatori tra prosatori (Bulgarelli) e poeti (Riva). Vendrame fa senza dubbio parte della seconda categoria. In un’intervista, Vendrame si paragona a Pasolini dichiarando:

“Io a Casarsa non metto piede da anni. Ricambio così l’odio della mia gente. Pasolini fuggì e ritornò in orizzontale, nel senso della bara. Seguirò lo stesso percorso.”

A dire il vero a Casarsa Vendrame ci è poi tornato. Fino a ieri viveva in un beatnik, un monolocale di campagna in affitto; il concetto di proprietà non gli è mai andato troppo a genio. Guidava una Golf scassata degli anni ’80 ed allenava le giovanili locali. L’amicizia tra Ezio Vendrame e Piero Ciampi purtroppo non dura a lungo, a causa della prematura morte del cantautore, che proprio la notte precedente il suo decesso ha un diverbio con il calciatore. Ciampi si presenta come di consueto ubriaco a casa di Vendrame il quale, ormai insofferente agli sproloqui annaffiati di vino di Ciampi, caccia via l’amico.

“Ma Ezio, io sono un poeta”.

Come ricordava Vendrame, dedito alla poesia fino all’ultimo istante della propria vita, Ciampi era per lui maestro. Due personaggi unici, che mai cedettero alle tentazioni di opportunità commerciali. Sempre controcorrente, ma mai snob o presuntuosi. Due uomini di cultura più inclini ad una bottiglia di vino consumato in strada che ad uno champagne in un salotto borghese. Da un lato il George Best mancato del calcio tricolore, dall’altra lo Scott Walker (o Charles Aznavour) in sordina della canzone italiana, due artisti troppo spesso dimenticati dalla cultura ufficiale. E che ora, consegnati al cielo, solo Dio può ascoltare.