Italia
15 Ottobre 2025

La battaglia di Udine

Tutto ciò che è successo prima (e al di fuori) di Italia v israele.

Ne può morire di gente, in 365 giorni. È questa la riflessione che mi vortica in testa quando, a un anno esatto dall’ultimo Italia-israele, m’incammino verso il punto di ritrovo del corteo. Persino il cielo di Udine, una luce velata da passeggere nubi, è simile a quello dell’anno scorso. Di sicuro fa un po’ più caldo, ma non solo per motivi atmosferici. Un anno fa capitai alla manifestazione quasi per caso, stavolta no. C’è un meme che gira tra i forum di appassionati di storia. Si rifà al celebre inizio di GTA San Andreas, e dice “Ach scheiße, jetzt geht es wieder los”. In quel meme a sospirare il celebre “merda, ci risiamo” è un componente di quella combriccola firmata Hugo Boss che ha seminato un certo scompiglio nell’Europa dei primi anni ’40.

Mi sento esattamente come lui. Arrivo nello stesso identico punto di raccolta dell’anno scorso, e sono catapultato indietro nel tempo. Solo che stavolta c’è il quintuplo di manifestanti, di poliziotti e di giornalisti. L’apripista non è più la sofferente panda blu, ma un rampante furgone Nissan bianco attrezzato a mò di palco, tappezzato con cartoni inneggianti alla Palestina e con dietro il parabrezza un cartello non molto lusinghiero per il governatore Fedriga. I cartelli sono decuplicati. Una bandiera a due aste rossa con scritto “show israel the red card”. Un friulano “Fuarce Palestine”.

Il capolavoro, però, è una grande impalcatura raffigurante la Giustizia. La dea bendata in una mano tiene la bilancia, nell’altra sventola un cartellino rosso sangue.

Show israel the red card (foto Jacopo Gozzi)

C’è il gruppetto di maranza, sempre sincretici: a uno, da sotto la kefia, spunta una maglietta di Playboy, a un altro la maglia della squadretta di quartiere, il Psg. Per l’occasione sono muniti di tamburi da cui scaturiscono ritmi berberi; poi la solita nutrita schiera di varie congreghe di impegno civico, un popolo spesso guidato dall’associazionismo cattolico; poi ogni sigla possibile della sinistra, dalle componenti studentesche a partiti che la mia memoria aveva catalogato da vari lustri come morti e defunti; e poi ovviamente ci sono loro, i palestinesi del nord-est.

A loro, tra le trecento realtà tra collettivi, associazioni e movimenti aderenti, spetta la guida e l’organizzazione del corteo. Riconosco un signore di mezza età, capelli radi, alto. Era il principale leader del corteo dell’anno scorso. Con lui anche una giovane ragazza, elegante e molto carina. La sua kefia non nasconde il sorriso gentile e vigoroso, che usa spesso, talvolta per rincuorare il signore appena descritto. È un po’ scocciato, allarga le braccia perché da quanto ho capito manca una delegazione importante e il corteo, già in ritardo, deve partire. Non si muoverà prima delle 18.15, tre quarti d’ora in ritardo sulla tabella di marcia.

È festoso, colorato. Si ritmano i soliti slogan inneggianti alla libertà palestinese. I parolieri hanno lavorato, in 365 giorni. “Israele devi andartene, vattene” sulle note di un coro che i tifosi del Toro conoscono bene. Io, esattamente come l’anno scorso, seguo l’avanguardia del corteo. E come allora sono una figura strana, per vestiario e atteggiamento. Cappellino calcato sui Persol scuri, giacca di una sin troppo nota marca casual, nessuna partecipazione al corteo ma neppure un’attrezzatura che mi qualificherebbe come reporter. E infatti, dietro di me mi sento dire “scusi lei è del corteo?” È un ispettore. Appena noto distintivo e radiolina dico fulmineo, senza dare al minimo dubbio il tempo di entrargli in testa:

“Stampa! Rivista Contrasti, sport e cultura!”.

Il viso si distende, dall’espressione arriverei a giurare che è un nostro lettore. “Perfetto, buon lavoro”. Sono sollevato, avesse chiesto il mio inesistente tesserino avrei avuto un bel grattacapo. Del resto fa bene a chiedere. C’è gente brutta in giro oggi a Udine, c’è il Mossad. Solo immaginare che quei sadici assassini oggi sono in mezzo a noi mi mette i brividi. Pensare che anche una sola delle migliaia di persone che ho incrociato potrebbe avermi associato a loro, mi stomaca.

Chi non mi stomaca affatto, invece, è il buon Francesco Cosatti di Sky. Lo incrocio, manco a farlo apposta, nell’identico punto dell’anno scorso, la rotonda appena prima di porta Aquileia che apre verso il centro. Sempre gentilissimo, scambiamo due parole notando che per fortuna sta filando tutto liscio, e che è sacrosanto esprimere il proprio pensiero. Mi ricorda, cosa a cui non avevo fatto caso, che c’è circa un poliziotto ogni dieci persone. E non è poco.

Il corteo entra in centro. La partecipazione, già ingente, va aumentando. D’un tratto m’imbatto in una legione di bambini. Alcuni hanno la bandiera palestinese dipinta sulle guance. Mi rendo conto che una ventina di famiglie ha aspettato l’arrivo del corteo in una piazzetta. “Famiglie per la pace” recita lo striscione che avevano affisso. Arrotolano i tappeti dove immagino avessero organizzato un picnic e si uniscono alla fiumana. C’è da commuoversi.

Il corteo avanza numeroso, e pacifico (video di Jacopo Gozzi)

Non sono pacifista, non condivido mezzo ideale politico o sociale della gran parte delle associazioni che hanno aderito alla manifestazione. Ma se avessi una famiglia mi piacerebbe avere la forza morale di portarla a un evento del genere. Spero che a quei bambini rimarrà il ricordo di una giornata colorata, divertente. Spero che un domani si rendano conto di essere stati parte di un messaggio importante. E spero che non abbiano visto nulla di quanto racconterò in seguito.

Il corteo si dipana per le vie del centro. Sento un ispettore dire alla radiolina che i partecipanti sono 8000. Per gli organizzatori, quasi il doppio. Come sempre la verità starà nel mezzo. Comunque tanti. Allungo per contare i mezzi delle forze dell’ordine a una ventina di metri davanti il corteo. Conto nove volanti seguite da quattro blindati, due della polizia e due della guardia di finanza. Oltre il doppio dell’anno scorso. Dalle casse si sente chiedere perché il mondo sportivo non abbia escluso israele come il Sudafrica ai tempi dell’apartheid, e più recentemente la Russia. A questa domanda prima penso allo strapotere della lobby sionista, poi integro il concetto legandolo alla risposta che mi diede tempo fa Dario Fabbri sulla medesima questione:

Gli organismi sportivi internazionali sono ancora dominati in gran parte da paesi occidentali, a differenza di quel che capita alle Nazioni Unite o altrove. I paesi non occidentali si lasciano volentieri condizionare perché non considerano importante il contesto. Se all’Onu è più difficile tirare a sé il voto di un paese africano o asiatico, negli organismi sportivi è molto più semplice. Di solito è solo questione di soldi. Mentre nell’organismo politico o geopolitico a livello internazionale è molto più difficile perché una collettività sente di avere in mano sé stessa”. Grazie Dario, sempre perfetto. Ora torniamo a noi.



Il cielo si tinge di un blu giottesco. Il corteo arriva in centro. Riesco a salire su una gradinata a ridosso della Loggia del Lionello, il salotto di Udine. Ho un colpo d’occhio ideale, e guardo sfilare gente di ogni età, etnia, ceto sociale. Ci sono ultraottantenni con i nipoti, ventenni, coppie con figli, gente in carrozzina. Ripenso al sarcasmo con cui ho dipinto gran parte di loro nel reportage di un anno fa, e mi rimprovero parte dell’asprezza. Cos’è cambiato? Non solo qualche decina di migliaia di palestinesi trucidati nei modi più inumani. Ma soprattutto il modo in cui il governo italiano (non) ha trattato la questione.

Si sa, l’Italia, degradata a rango servile da ottant’anni, non può fare granché sullo scenario internazionale. Ma che in oltre due anni di ininterrotto sterminio non si sia permessa nemmeno il più banale atto simbolico è indegno per una media potenza mediterranea con un grande passato da mediatrice tra le istanze arabe l’occidente. Andreotti disse sul tema: “credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento e non avesse da cinquant’anni nessuna prospettiva da dare ai figli, sarebbe un terrorista”. Passare in quarant’anni da Sigonella alla lamentosa impotenza di questo governo è un duro colpo per l’onore italiano. Verrebbe voglia di emigrare o, non fossimo così vecchi e rincoglioniti, di progettare un colpo di stato.

Il corteo giunge a destinazione (foto di Jacopo Gozzi)

Il corteo arriva in piazza primo maggio, meta finale dei dimostranti. Finalmente si tira il fiato, per un quarto d’ora continua ad affluire una marea festosa e pacifica. C’è chi si disseta, chi sventola un enorme bandierone palestinese, chi depone sulla collina adiacente al castello di Udine un grande lenzuolo con scritti i nomi, uno per uno, di diciottomila (!) bambini palestinesi uccisi. Sono nel lato sud-est della piazza, il punto migliore per capire che sta per succedere qualcosa. La manifestazione è finita, ma una non esigua schiera inizia a muoversi, senza alcun motivo, verso il lato nord. Li anticipo, è il lato verso la strada in cui ho parcheggiato.

Voglio fare un sopralluogo allo stadio e rischio di venire bloccato, perché la polizia si sta naturalmente schierando su quel varco. Vado davanti l’avanguardia.

Sono magrebini, giovani, incappucciati. Uno è avvolto nella bandiera tunisina. I leader del corteo accorrono, provano a fermarli, a convincerli a tornare indietro, ma non c’è verso. Un centinaio di persone va a passo spedito verso il varco del lato nord. Corro ad appollaiarmi sul corrimano della scalinata di una biblioteca neoclassica. È una posizione perfetta. Alla mia desta una ventina di carabinieri e poliziotti in tenuta antisommossa, scudo avanti e manganello alla spalla. Davanti, i maranza di prima accendono fumogeni, urlano slogan. Dietro di loro sono accorse decine di simpatizzanti dei centri sociali nordestini. Tra la polizia e l’orda si posizionano gli organizzatori del corteo.

Riconosco il palestinese alto dalla faccia gentile. Prova a convincerli ad andarsene, ci prova in tutti i modi. In quel momento provo una gran pena per lui. Penso all’enorme significato di una giornata del genere per lui e per i palestinesi d’Italia, e al disastro che ne conseguirebbe se ci fossero degli scontri. Immediatamente dopo guardo le risorse d’importazione che si celano il viso brandendo fumogeni. A loro della Palestina non frega un emerito cazzo. E forse nemmeno alla folla di antagonisti alla mia sinistra, che inizia a urlare proponendo un corteo fino allo stadio, a ricordare ai poliziotti che hanno giurato sulla Costituzione, che li paghiamo coi soldi nostri, che devono difendere l’articolo 11 e stronzate simili.

Si va avanti così per venti minuti. Arriva una seconda e una terza linea di celerini. Poi con un applauso generale il gruppo si allontana. Per due minuti sembra finita. E invece. I poliziotti rompono le righe e vanno a passo spedito per una via secondaria che porta a viale della Vittoria, lato nord-ovest. Poi iniziano a correre, e io con loro. Alla fine della via da sinistra viene avanti un centinaio di persone. Lanciano fumogeni e bombe carta. Una mi esplode a cinque metri. Un fumogeno impatta sugli scudi. È l’inizio della guerriglia. I poliziotti sono in netta minoranza, ma in pochi secondi alle nostre spalle arriva la cavalleria corazzata.

La carica della polizia (video di Jacopo Gozzi)

Entra in scena l’Iveco Eurocargo, uno dei massimi protagonisti della serata. Investe i rivoltosi con l’idrante. Circa quindici celerini avanzano a lato del blindato, venendo ostacolati da altri fumogeni e bombe carta. Si schierano. Altri idranti. Davanti a noi delle sagome incappucciate emergono dalla nebbia dei fumogeni rossi. Brandiscono transenne. Il getto dell’Iveco li tiene lontani mentre arriva un’altra ventina tra poliziotti e carabinieri. Si avanza. Alcuni manifestanti alzano le mani. Davanti a loro un nero a volto scoperto con uno smanicato rosso, infradiciato dall’idrante. Vuole pacificare tutti, ma non è la serata dove vincere il nobel per la pace, vecchio mio.

Si resta così qualche minuto. Io sono a lato della prima linea del cordone. Scorgo il maranza con la maglia del Psg di inizio corteo che lancia qualcosa. Davanti a me ho una siepe con dietro alcuni simpatizzanti dei rivoltosi. Dal cespuglio spunta una mano che aziona uno spray al peperoncino che becca la faccia del fotografo accucciato alla mia sinistra. Faccio un balzo indietro urlando insulti miste a bestemmie. Ma c’è di peggio dello spray. Inizia una sassaiola. Con la coda dell’occhio vedo dei poliziotti che portano via un reporter con la faccia coperta di sangue. Iniziano a sparare lacrimogeni, e indietreggiano per mettersi le maschere antigas.

Devastazione (foto di Jacopo Gozzi)

Vedo il primo fermato della serata. È dolorante, urla bestemmie mentre due poliziotti lo inchiodano a terra. Arriva un altro Eurocargo e altre truppe. Si avanza ancora, sparando acqua e lacrimogeni che ben presto dimezzano vista e olfatto. Provo comunque ad avvicinarmi. Calcio via un pallone – ne ho contati almeno quattro – e filmo, malissimo, quel che riesco. Gli occhi iniziano a fare male, la bocca si colma di un sapore aspro. Mi avvicino ancora. Nella nebbia vedo degli spettri a volto coperto che lanciano transenne e cartelli stradali. Intravedo la polizia avanzare, poi inizia a mancarmi il fiato. Mentre corro via un sasso cade poco davanti a me. Sbagliando, lo rilancio al mittente pregando di essere più preciso di lui.

Arrivato in zona di sicurezza inizio a fare ampi respiri e ad asciugare gli occhi coperti di lacrime. È molto tempo che non sentivo i lacrimogeni. L’ultima volta era oltre una decade fa, avevo la sciarpa di una squadra di calcio tirata sulla faccia e un cappuccio a coprirmi la testa. Notai allora la carineria balistica di sparare ad altezza uomo i lacrimogeni. Stare in prima fila, a meno di non avere una maschera antigas, è impossibile. Aiuto un ispettore a togliere una transenna dalla strada e rifiato. La nebbia si dirada, i rivoltosi hanno perso terreno ma non sono ancora fuori dalla piazza. Non hanno scelta però: davanti a loro i due Eurocargo, altri sei blindati e decine di poliziotti.

Italia israele polizia
Una serata surreale (foto di Jacopo Gozzi)

Come gran commiato sparano salve di fuochi artificiali, per la gioia delle telecamere dei molti cronisti presenti. “Che bel lavoro del cazzo ci siamo scelti” dico pulendomi la faccia ancora offesa dal gas. Un paio ridono. Un’attraente reporter della Rai che avevo già intravisto all’inizio del corteo e che spesso incrocerò nel resto della serata, risponde “era meglio se facevo la casalinga”. Non concordo affatto. Le casalinghe non si muovono così coraggiosamente tra sassi e lacrimogeni. E da vera giornalista è l’unica che dice espressamente, proprio come pensiamo segretamente tutti noi, che sperava di vedere un po’ di movimento.

Alle 21.20, a un’ora dall’inizio, la battaglia di viale Vittoria si conclude con il ritiro dei manifestanti dalla piazza, inaugurando la seconda fase della guerriglia urbana: l’inseguimento per le strade di Udine. Si sono ritirati in una via a sud della piazza, bloccando la strada con le solite transenne.

Sono sempre molti, e la polizia avanza. Fanteria ai lati, due blindati davanti e dietro il solito Eurocargo. Cerco di non ostruire un gruppo di carabinieri che sicuro sta maledicendo ogni singolo giornalista presente. I media sono impiastri non da poco in situazioni così. Arriviamo a un incrocio bloccato con transenne e cassonetti. Appena sistemata l’opera, i rivoltosi scappano. Iniziano ad avere varie vie di fuga. Penso che inviando dei mezzi alla fine di un paio di strade li si può intrappolare, ma questo sicuramente aumenterebbe le probabilità di un bagno di sangue.

I primi manipoli avanzano, e rimosse le transenne continuano l’inseguimento. L’adrenalina azzera la stanchezza. Il disprezzo alimenta l’aggressività. Si cammina a passo spedito, a volte si corre. Di tanto in tanto rientro nelle sporgenze delle vetrine dei negozi per far passare i carabinieri. Seguendo i rifiuti e i cartelli divelti arriviamo a una via. È stretta, in mezzo un bagliore. Sono tre cassonetti in fiamme. L’idrante placa un po’ il fuoco, i carabinieri spostano i bidoni e l’Eurocargo passa serenamente sopra tritando il resto.

Video di Jacopo Gozzi

Passato il valico di fiamme altra corsa sino alla fine della via, che termina in una rotonda dall’aria familiare. È la piazzola di partenza del corteo. Alla fine della via delle fiamme intravedo una decina di fermati. Sono giovani, ragazzi e ragazze. Hanno facce innocue, e potrebbero anche esserlo stati. La stragrande maggioranza dei rivoltosi ha avuto varie opportunità per filarsela, in quelle due ore. La rotonda è una sorta di ritrovo delle forze dell’ordine. È circondata da ogni lato di volanti e blindati, con al centro un Eurocargo che pare abbia bisogno di assistenza. I primi arrestati vengono messi nelle volanti. I poliziotti iniziano a togliersi il casco e tirare le somme.

Un carabiniere chiede a un collega molto giovane, sudato e stanco, di dargli manganello casco e maschera antigas. Un ispettore dice che gli servono i dati del giornalista ferito. Un poliziotto in napoletano stretto parla di problemi al rifornimento della cisterna dell’idrante. Ultime battute con la caparbia giornalista Rai e il suo cameraman. La battaglia è finita. Tra i lampeggianti si sente una voce stonata e sgraziata, mi auguro figlia di una sbronza finita male. È una ragazza carne, tuta e kefia, che strimpella Zombie con la chitarra, seduta per terra con la schiena appoggiata alla saracinesca di un negozio.

Italia israele polizia
Una guerra (foto di Jacopo Gozzi)

È il segnale della ritirata. M’incammino a ritroso sull’esatto percorso dell’inseguimento, dribblando le immondizie sparse sull’asfalto, evitando le transenne spostate sui marciapiedi per far passare uomini e mezzi. Avrei scommesso di vedere più detriti. Torno in piazza primo maggio alle 22.20 e vedo che il team nettezza urbana-polizia comunale non solo è già al lavoro, ma pure a buon punto. Signori, questo è il Friuli. Digrigno una bestemmia tirando su due bidoni stupendomi del loro peso. Ma è niente in confronto a un tombino che tento di riposizionare, accontentandomi di lasciarlo vicino al suo posto, sentendo di aver fatto abbastanza per la mia patria d’origine.

Arrivato alla via dove ho parcheggiato incrocio tre sessantenni con felpe della Fiom. Uno dice “non ho mai visto sparare i lacrimogeni a Udine..” “Fino ad oggi”,

replico ansioso di accasciarmi in auto dopo cinque ore passate in piedi, a camminare, ad arrampicarmi, a correre. Sulla strada un adolescente magrebino palleggia divertito con un suo coetaneo. Hanno uno dei palloni trovati in piazza. Sorrido. Metto in moto ansioso di arrivare in campagna, a casa, cenare, bermi una grappa e iniziare a rilassare i nervi. Non ho tratto alcun insegnamento da questa frizzante giornata, a meno, forse, che ogni tanto una bella scarica di adrenalina, “per sentirsi vivi in un mondo di morti” come citava un noto Irriducibile, è salutare.

Qualche vaga domanda, forse. Tipo chiedermi se nelle persone che squalificano il reale senso di una giornata del genere dal calduccio dei loro divani prevale la malafede o la demenza. Se questa indignazione collettiva poteva essere limitata da un’azione meno pavida delle nostre istituzioni negli ultimi due anni. Se la voglia di menare le mani, qualunque sia il contesto o la parte in causa, semplicemente, fa parte della stessa parte di noi che aziona i nostri sentimenti più nobili. Ma non sono bravo a darmi risposte.

So invece una cosa. Che il Friuli e il suo popolo non hanno meritato, per due anni di fila, di essere teatro di una tale oscenità sportiva e politica. Il frutto delle scelte condivise tra Figc e la famiglia Pozzo, concessionaria dello stadio (almeno per questo strazio fatevi pagare l’ampliamento del Friuli e la sua iscrizione a Euro’32), è ricaduto su una popolazione che con estremo civismo ha risposto alla duplice distonia che è stata chiamata a vivere. La speranza è che la Nazionale torni presto, per una partita contro uno stato che non obbliga a militarizzare l’intera città.

Ma il Friuli ha visto e vissuto di peggio. La collina del castello di Udine, testimone degli scontri di ieri, fu fatta costruire da Attila per ammirare l’incendio di Aquileia. Dopo 1573 anni, quella collina ha accolto il nome del martirio di 18.000 bambini. Il senso di ieri, forse, è tutto qua.

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