La lenta ma inesorabile caduta dell'artista marziale misto.
“Cosa voglio? Non voglio niente. Sono già tutto ciò che voglio essere. Troppe persone si chiedono sempre cosa vogliono; ci si perde troppo in questo continuo volere, volere, volere. Io ho già tutto ciò di cui ho bisogno”.
Con questa riflessione sferzante ed introspettiva, un giovane ragazzo dei quartieri popolari del Sud di Dublino, Conor McGregor, si affacciava ai grandi palcoscenici della UFC. Tutta l’intervista (video sotto) datata 2013 trasuda un’audacia serena, una sicurezza incorruttibile del tutto naturali. Avvisaglie di quell’attitudine sfacciata ma lucida, insolente ma giustificata dai risultati, che contribuirà alla scalata di The Notorious nel mondo delle Arti Marziali Miste, plasmandone il personaggio.
A distanza di dodici anni, dopo decine di incontri, milioni di dollari, litri di whisky ed eccessi di ogni tipo, fino alla recente condanna in sede civile per violenza sessuale, di quel Conor McGregor, così stoicamente devoto alla sua arte, non è rimasto ormai più nulla. Radicalmente stravolto in mente et corpore, il fighter irlandese è diventatoun guscio vuoto, una penosa e tronfia caricatura di sé stesso. La sua vicenda solo all’apparenza cavalca la narrazione dell’eroe tragico, che anela al successo e ne viene risucchiato: in realtà è solo l’amara metamorfosi di un uomo schiacciato dal tritacarne del nichilismo, vittima e carnefice in un castello da egli stesso costruito, scintillante ma misero . . .
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