Papelitos
03 Marzo 2026

O Italia o Europa

Per non fermarci al 'campionato non allenante'.

Da sette stagioni l’Inter è tornata competitiva e, nel complesso, si può definire la migliore delle squadre italiane di questo periodo. Con ogni probabilità, pur senza essere futurologi ma guardando all’andamento delle altre, è probabile che la tendenza raggiunga la durata di un decennio. Ma rimanendo sul passato e sul presente, c’è una costante nelle ultime annate interiste, una regola durevole che ci spiega altro.

Sei anni fa, nella stagione 2019/2020, l’Inter di Antonio Conte lotta fino all’ultima giornata con la Juventus e arriva seconda in campionato; in Champions League esce ai gironi. Cinque anni fa, 2020/2021, l’Inter di Antonio Conte vince il campionato ma conferma il fallimento europeo: esce di nuovo ai gironi. Quattro anni fa, nella stagione 2021/2022, l’Inter si gioca il campionato fino alla fine, anche se lo vince il Milan di due punti; in coppa esce già agli ottavi. Tre anni fa, 2022/2023, al secondo anno di Simone Inzaghi, l’Inter molla la corsa per lo scudetto ma arriva in fondo alla Champions League.

Due anni fa, stagione 2023/2024, l’Inter stravince il campionato (la seconda stella), riuscendo a conquistarlo proprio nel derby, ma in Champions si ferma di nuovo agli ottavi. L’anno scorso, 2024/2025, l’Inter non vince il campionato di un punto ma in compenso punta su tutte e tre le competizioni stagionali – e alla fine ‘perde’ tutto. Quest’anno sappiamo già com’è andata e come andrà: Inter fuori ai playoff di Champions ma dominatrice della Serie A.

Non ci dilunghiamo qui sull’esito delle finali non perché non sia importante, tutt’altro, ma perché arrivare in fondo, competere all’ultimo atto – il percorso che si fa e i risultati che si ottengono, l’emozione delle partite di fine primavera, l’attesa di una sfida che riguarda solo te e un’altra tifoseria in tutta Europa – è già un valore, dà un senso alla stagione, propone una versione precisa dei fatti. Anche nella brutalità della sconfitta esiste l’orgoglio e la bravura del secondo classificato.

Non è un’onta, è un merito arrivare dietro solo a uno – ma davanti ad altre 30 e più.

Torniamo però alla tesi di fondo. Che cosa ci dicono gli andamenti sopra evidenziati? La carrellata è chiara: o si va in fondo in fondo in Serie A o in Champions League. La scelta, conscia o inconscia, deliberata o meno, calcolata o meno, casuale o meno, è chiara. Ma perché tutto questo? Da una parte c’è sicuramente un problema di competitività nella profondità di rosa nei confronti delle potenze europee (le due spagnole, l’unica francese, l’unica tedesca e le molte inglesi), ma dall’altra c’è un aspetto che non viene quasi mai citato.



Si dice che la Serie A non sia allenante, che non prepari adeguatamente alle competizioni continentali. Eppure le squadre italiane, ognuna per il suo livello, nell’ultimo lustro non hanno così sfigurato: oltre alla già citata Inter, che negli ultimi tre anni ha partecipato due volte all’ultimo atto della Champions League, la Fiorentina ha giocato due finali di Conference League, la Roma ne ha vinta una poi ha perso una volta in finale e una volta in semifinale di Europa League, coppa che invece l’Atalanta ha portato a casa. Ma anche qui, quando le squadre italiane sono arrivate in fondo non hanno quasi mai ben figurato in Italia – o almeno hanno fatto una scelta: campionato o coppa.

Se la Serie A non fosse allenante, le squadre così forti da arrivare in fondo in Europa, nelle stesse stagioni, farebbero faville anche in Italia e dominerebbero il campionato. Invece tutto il contrario. E chi ha provato a spendersi in tutte le direzioni, chi ha corso il terribile rischio azzardando l’all-in, ha poi perso tutto.

Cerchiamo allora, accantonando i fasti degli anni ’90 e 2000 che non torneranno più (o almeno nel breve-medio periodo), di andare oltre la storia del campionato non allenante – anche perché, esclusa la Premier, le altre grandi leghe non brillano per intensità o qualità eccelse (la seconda tedesca è stata eliminata dalla nostra Atalanta, in Francia dopo il PSG c’è poco e nulla, le spagnole sotto la triade vivono anch’esse un declino di risultati in campo internazionale).

La Serie A, dal canto suo, potrà essere un campionato a tratti poco ‘intenso’ eppure è un miscuglio di tattica, strategia, difese bastarde, piazze infuocate, storie centenarie che vengono da periodi in cui il calcio neanche esisteva. E questa non è retorica: che anzi sia il campionato più difficile, per livello medio, d’Europa lo dicono molti addetti ai lavori – e ce lo dice il successo degli allenatori italiani all’estero (badate però: il fatto che sia così complesso non significa affatto che sia il migliore e tanto meno il più forte).

Semplicemente, la Serie A è allenante a tal punto da essere alienante: quando la si gioca per vincerla, distoglie, svuota, allontana da tutto il resto. E lo è sempre stata. Anche quando il calcio italiano era al vertice risultando di gran lunga il migliore del mondo, in Europa questo primato non era pari alla stratosferica egemonia. Ma perché la nostra Serie A è così? Perché è così piena di polemiche, tensioni, maldicenze, pressioni, ostilità? Perché impera sulle coscienze a tal punto da non permettere di riuscire a concentrarsi su più fronti?



La risposta è molto più semplice, genuina, innocente e volgare di quello che pensiamo: le cose vanno così perché siamo troppo attaccati ai nostri campanili per guardare all’Europa. Ci piace molto di più sfottere il nostro vicino di casa che un ignoto spagnolo, inglese, francese, tedesco. Altrimenti non impazziremmo di gioia vincendo il torneo di calcetto aziendale, della scala del palazzo o del quartiere. Succede così quando sei (ti senti) il centro del mondo – e pensi che il tuo ombelico, in fin dei conti, sia il fulcro dell’universo.

Non è una critica, sia chiaro: nel calcio va bene così, è legittimo ragionare in questo modo. Qualcuno potrebbe definirlo provincialismo, qualcun altro potrebbe rispolverare decine di citazioni intellettuali per approfondire questo carattere arci-italiano da perenne guerra civile, da lotta interminabile tra guelfi e ghibellini, così come la goduria che davvero solo noi italiani proviamo nel veder ‘fallire’ il nostro vicino.

Noi in fondo, popolo di tifosi ma soprattutto di gufi, siamo molto più italiani che europei, e lo sappiamo. Non c’è niente di male. Qualcuno dirà: ci vuole una rivoluzione culturale! Ma guardiamoci in faccia e guardiamoci dentro, e siamo seri, per una volta: perché mai?


Immagine di copertina Nicolo Campo / Insidefoto


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