Il nostro è ormai un campionato deprimente.
Sarà che viverla al di qua dei festeggiamenti porta necessariamente a «giudicarli», quindi a vederli con quel raziocinio che – citando Pascal – può ben comprendere le questioni matematiche ma non quelle che riguardano il cuore. Sarà vero, altrettanto, che dopo aver visto PSG 5-4 Bayern Monaco, discorsi sulle difese ballerine a parte, o meglio sul calcio-NBA nella cui direzione stiamo ormai inesorabilmente scivolando – almeno a livello europeo –, i tre 0-0 di fine sabato e inizio domenica in Serie A ci hanno depresso al punto tale da farci credere, almeno per un attimo, che i playoff di Serie C – per non parlare di quelli di Serie B – siano effettivamente uno spettacolo migliore (polemiche di combine a parte: le stesse che però non ci azzardiamo a fare quando i miracoli sono anglofoni) di questa tristissima Serie A.
Però, davvero, cerchiamo di essere franchi almeno su questo: a qualcuno è davvero importato di questo Scudetto all’Inter? Mettiamo per un attimo da parte i discorsi da Bar (certo, pur sempre dello Sport) sul fatto che Piazza Duomo non era così in festa come qualcuno (soprattutto i componenti delle tifoserie avversarie) ha ritenuto dovesse essere. La domanda che ci facciamo, e vi facciamo, è: vi è sembrato un campionato combattuto? E, si badi bene, non per (ovvii) meriti dell’Inter di Chivu, che almeno da febbraio in poi, forse anche prima, ha bruciato la concorrenza con una serie di risultati importanti – nonostante l’atavica fatica “contro le grandi”, un dato che la dice lunga sul dominio (sic!) di cui qualcuno ha parlato.
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No, l’Inter non ha dominato il campionato, ma è stata semplicemente la squadra più abile, più continua e cinica nei risultati. D’altronde parliamo di una squadra che, come diciamo da anni, avendo la rosa più forte delle altre è quasi chiamata a vincere – con buona pace di Bergomi, che ieri è tornato all’antica battaglia dialettica «più bravo non è più forte». Eppure l’Inter è anche l’unica squadra italiana ad aver raggiunto grandi livelli europei negli ultimi anni – parliamo di Champions, che altrimenti bisognerebbe anche citare la Roma. Qualcosa vorrà dire. Ma cosa dire, invece, delle «concorrenti»?
Cosa dire del Milan, fuoco di paglia – senza competizioni europee e fuori dalla Coppa Italia a dicembre! – che ora rischia pure di finire fuori dalla Champions? Cosa dire del Napoli di Conte, certo dilaniato dagli infortuni, ma comunque con una rosa composta di nomi importantissimi, uscita miseramente dalla Champions e dalla corsa al titolo con due mesi di anticipo? Cosa dire della Juventus, i cui calciatori più rappresentativi – Bremer – prima invocano un cambio di mentalità («voglio giocare per lo Scudetto, non per la Champions») ma poi in campo commettono ingenuità imperdonabili, mediocri?
Il calcio italiano non è in crisi solo per la Nazionale, ma per la bruttezza e la mediocrità del suo campionato nazionale. I talenti scarseggiano (Nico Paz sembra quasi un errore nel sistema), quest’anno la classifica marcatori ve la risparmiamo perché è ridicola. Hellas Verona e Pisa hanno perso 21 partite e sono retrocesse praticamente da due mesi. Da novembre in poi, squadre che dovrebbero ambire, per blasone e storia, almeno alla lotta al titolo, pensano «ad entrare in Champions», sicché questo traguardo diventa il vero Scudetto e lo Scudetto stesso perde quel fascino nazionale e strapaesano che, solo, può eventualmente guidare una riscossa dei club in Europa.
A nostro avviso, in un eventuale (ma utopico) piano di rilancio del sistema calcio italiano, moltissimo passa inevitabilmente dal peso del campionato, una volta il più bello del mondo, oggi tristissimo cimitero di dinosauri, lento, compassato, poco competitivo, deprimente. Di Canio, in una recente intervista, ha detto che “la Premier è l’Nba e noi il basket italiano. Malen all’Aston Villa era la terza riserva, alla Roma sembra un marziano. Lautaro segna con Pisa e Lecce e sento dire che è come Kane, 49 gol in tutte le competizioni. Ma come si fa?”. Difficile dargli torto, onestamente. Qualcuno ha osato dire che la pirateria uccide il calcio, noi ribaltiamo il giudizio: è il calcio, quello italiano perlomeno, che sta rischiando di uccidere persino la pirateria.
foto Stringer / Inside Foto