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25 Aprile

La Salernitana è una lezione di sport (e di vita)

Marco Armocida

25 articoli
Comunque dovesse andare a finire, è già epica.

Che confusione, il calcio moderno. Da una parte, la sacra luce di chi professa l’offensività. Dall’altra, l’empia oscurità di chi preme sull’efficacia. Nel mezzo noi, frastornati da un dibattito sempre più radicalizzato. E un rischio, grandissimo, che aleggia sopra le nubi annerite di questo sport: trascurare quei barlumi di epicità che il (fu) più bel gioco del mondo è ancora in grado di donarci. Uno, quest’anno, su tutti: quello offerto dalla Salernitana e dal suo popolo.   

Le tre vittorie consecutive sono merito di diversi aspetti. Uno, innanzitutto: Davide Nicola. Il suo arrivo è stato essenziale, salvifico. La sua filosofia Kaizen ha portato un miglioramento continuo e tangibile. La squadra, di una normalità umana e disarmante, lotta, gioca e a tratti diverte. Più di ogni altra cosa, Nicola sta trionfando da un punto di vista emotivo: «Un atleta per attivarsi deve avere un bisogno, che è sempre interno, non posso darglielo io. Quello che posso fare io è dargli due punti di consapevolezza: “Chi sono? Chi voglio essere?”. Cioè all’atleta dai una visione, ed è il punto in cui entra in gioco la sua parte emozionale. Io non faccio altro che sovrapporre la visione ai sentimenti che provo.

«Anche se ho dei dubbi, anche se sento che non tutto va secondo i piani, non posso mostrare uno scostamento dalla visione: io voglio arrivare lì e farò di tutto per arrivarci. Se dici le parole giuste, proponi le esercitazioni giuste, ma trasmetti segnali di sfiducia, col giocatore non si creerà alcuna empatia».

Davide Nicola



Di parole giuste deve averne dette, eccome. La verità è che tutti lo seguono e pendono dalle sue labbra. Chiunque entri dà il suo contributo e ad ogni rete segnata vi sono testimonianze collettive di giubilo. La verità è che Nicola, nocchiere in gran tempesta, si diverte e si esalta laddove lo sconforto parrebbe prendere il sopravento. È un uomo di una pervicacia positiva, coinvolgente e mai sopra le righe. Si percepisce che non vorrebbe essere da nessun’altra parte e in nessun’ altra squadra. E a dimostrarlo sono le piccole cose, come le riunioni in cerchio al termine delle partite: 

«Per me è una cosa molto seria e piacevole. È un debriefing, una volta finita la partita, importante per consolidare alcuni messaggi e ritrovare la coerenza tra quello che diciamo e quello che facciamo. C’è anche un senso di piacere nel condividere ogni momento del nostro percorso, dall’inizio della preparazione della partita fino al termine della partita stessa. La nostra comunicazione è sempre costruttiva, abbiamo scelto di concentrarci sui nostri pregi: difetti ne abbiamo tanti, troppi, tutti quanti, come dico sempre. Ogni giocatore deve avere la consapevolezza del proprio valore che può mettere a disposizione della squadra».

E poi c’è qualcosa di inspiegabile, irrazionale. C’è un popolo innamorato e orgoglioso che di arrendersi non ne vuole sapere. Una curva in grado di far vibrare come ieri i blocchi di cemento dell’Arechi,trasformatosi ormai in uno stadio sudamericano, e le corde dei cuori di chi scende in campo. Un tifo incondizionato che è estasi fisica e sensoriale, finestra di collettività sull’individualismo pervasivo che i capi del calcio vorrebbero veicolare. 


La riscossa è iniziata anche con l’addio di Lotito, dopo quella imbarazzante situazione della multiproprietà che più volte avevamo denunciato


Sarà retorico, ma chi se ne importa. La verità è che la Salernitana è già andata oltre i confini del possibile. Ha ribaltato la logica del buon senso, riaprendo un discorso salvezza che appariva inevitabilmente compromesso. Ha scritto l’inizio di una sceneggiatura hollywoodiana, di quei film tutti uguali di squadre sgangherate che poi alla fine raggiungono il loro obiettivo. Solo che qui è diverso.

Perché c’è un direttore sportivo che legge Hemingway e Pessoa e che ha visto il paradiso in un supermercato. C’è un allenatore che digrigna i denti e che per motivare i suoi si toglie una scarpa come le nostre nonne. C’è una città che in estate ha guardato dentro il baratro e ha temuto di finirci dentro. C’è una squadra incredibilmente italiana e normale, di giocatori modesti che difendono con l’anima e che alzano il pallone per il lungagnone là davanti. Ma che soprattutto, citando Umberto Saba, ci ha permesso di ritrovare nell’umiltà l’infinito.

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