Dalle 'remigrazioni' volontarie alle campagne di marketing.
Mondiale di calcio numero ventitré, un mese e otto giorni suddivisi tra Canada, Messico e Stati Uniti d’America. Una competizione già nei numeri formato XXL. Se vogliamo, in tal senso, tipicamente a stelle e strisce: sedici stadi – solamente l’edizione nippo-coreana del 2002 e Spagna 1982 arrivarono a contarne di più, rispettivamente venti e diciassette per la precisione – che ospiteranno le centoquattro gare in programma, quarantotto partecipanti (mai così tante) e soprattutto oltre milleduecento protagonisti in maglietta e scarpini.
Numero, quest’ultimo, frutto dell’allargamento del format – per rosicare un altro po’: ci saranno Capo Verde, Curaçao, Nuova Zelanda e Uzbekistan ma non i quattro titoli iridati italiani – e dell’espansione delle rose, sulla falsariga di quanto già avvenuto in Qatar nel 2022, da ventitré a ventisei elementi.
Come recentemente riportato da Rivista Undici, circa un quarto degli atleti che si sfideranno sul suolo nordamericano (300) è nato in uno Stato diverso dalla Nazione che effettivamente rappresenterà alla kermesse mondiale. Quattro anni fa erano il 16%, percentuale che a Russia 2018, Brasile 2014 e Sudafrica 2010 si stabilizzava intorno a quota dieci. Al di là del caso limite del già citato Curaçao, un’isola geograficamente prossima al Venezuela ma amministrativamente parte del Regno dei Paesi Bassi, che ha la totalità dei convocati nati in Olanda, la parte più importante di questa statistica se la prendono i calciatori africani (Algeria, Costa d’Avorio, Marocco, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Tunisia) ma nati in Francia.
Pallone, storia e geopolitica che si intrecciano: se per quanto riguarda l’Hexagone e il Continente Nero bisogna tornare al periodo coloniale, è interessante notare come si possa registrare un “ritorno” verso i Balcani – sconvolti dalla decennale guerra fratricida combattuta negli anni Novanta – da parte di bosniaci e croati venuti al mondo in altri lembi d’Europa. C’è la particolarità poi dei cinque turchi di Germania, tra cui due conoscenze della tanto bistrattata Serie A, “frutto” di un accordo bilaterale risalente agli anni Sessanta quando nella Bundesrepublik Deutschland, carente di manodopera, si registrava un’importante espansione economica.
E che di fatto ha trasformato la comunità ottomana nella più grande minoranza presente in terra tedesca.
Diciamoci la verità, non è un fatto nuovo nel mondo del calcio. Anzi, tutt’altro. Possiamo tranquillamente affermare che si tratti di dinamiche tutto sommato vecchie quanto questa la disciplina stessa. Basti pensare che tre delle nostre affermazioni mondiali sono arrivate anche grazie alle giocate di chi, dalle nostre parti, è definito oriundo. Stiamo parlando di Attilio Demaria, Enrique Guaita, Anfilogino Guarisi, Luis Monti e Raimundo Orsi nel 1934, Michele Andreolo nel 1938 e Mauro German Camoranesi nel 2006.
Pure gli azzurri campioni d’Europa 2021 giravano intorno ai ritmi dell’italo-discendente Jorginho, mentre sulla corsia sinistra dai quarti di finale in avanti la spinta propulsiva di Leonardo Spinazzola fu degnamente interpretata da Emerson Palmieri, laterale basso, oggi all’Olympique Marsiglia, nato nella brasilianissima Santos ma con sangue cosentino nelle vene.
Calcio e questioni politiche che si confrontano: ius soli e ius sanguinis; immigrazione, integrazione e ‘remigrazione’; seconde generazioni e background culturale che cerca il proprio spazio espressivo.
Il problema semmai diventa la narrazione che ci viene costruita sopra. Quando si vorrebbe, abbastanza forzatamente, trasformare quel che dovrebbe essere eccezione in norma. Pensiamo, ad esempio, al Corriere della Sera che a luglio 2021 si chiedeva perchè il Belgio multietnico fosse così forte (salvo poi prendere, solamente poche ore più tardi, un paio di sonori ceffoni calcistici dalla monoetnica Italia, tanto per dire), ma in generale ci riferiamo a quella narrazione ‘alla famiglia Benetton‘ secondo cui l’inclusività, la varietà, la multietnicità sono un valore in sé, un plus a prescindere – una prospettiva sradicante, pienamente funzionale al capitalismo assoluto.
Tralasciando il fatto che parlare di un «Mondiale sempre più globalizzato», come fa Rivista 11, non ha senso – suona un po’ come il Mondiale più inclusivo di sempre (cit. Infantino), che poi respinge atleti, arbitri, dirigenti al confine (o li interroga per 7 ore e ne scandaglia i telefoni) – gli interrogativi che questi numeri pongono non trovano assolutamente riscontro nell’accoglimento a braccia aperte del «mix geografico», in «commistioni etniche, seconde generazioni, storie migratorie lungo tutti i continenti del globo» e nel non meglio precisato «livellamento verso l’alto».
Vanno piuttosto in una direzione completamente opposta. Ma più che «un’opportunità in più per gli stessi giocatori tornati ad abbracciare le loro radici o quelle dei genitori», è proprio una questione di identità che, silenziata, fatta artificiosamente uscire dal discorso mediatico attraverso la porta, si ripresenta, magari entrando pure un po’ prepotentemente, dalla finestra. Se da una parte la storia dell’uomo è fatta (anche) di migrazioni – ma decisamente diverse dalle attuali per una lunga serie di ragioni e modalità – dall’altra sono le comunità radicate a rappresentarci e renderci, allo stesso tempo, rappresentanti di esse.
Un pezzo di carta può stabilire se ognuno di noi può risiedere legalmente e da cittadino in una determinata nazione piuttosto che in un’altra, ma l’assimilazione di tradizioni, cultura e di un sentire comune non si ottiene per “casualità” geografica. Ecco perché, ad esempio Achraf Hakimi – per distacco il miglior terzino destro di questa generazione di calciatori – ha scelto la selezione del Marocco pur essendo nato in Spagna. Avrebbe potuto optare per le ben più blasonate furie rosse, su consiglio di qualche dirigente del Real Madrid si è anche allenato con una formazione giovanile spagnola.
Eppure, parole del laterale in forza al Paris Saint-Germain, «non mi sono sentito a mio agio. Mi sono detto che la scelta più naturale per continuare la mia carriera e anche per i miei genitori fosse scegliere il Marocco».
Un pensiero simile a quello di Kalidou Koulibaly, capitano del Senegal. L’ex Napoli, letteralmente esploso all’ombra del Vesuvio sotto la gestione Sarri, nonostante un pregresso con l’Under-20 francese ha scelto i Leoni della Teranga. Venuto alla luce sui Vosgi, cresciuto calcisticamente nel Metz, ha detto nel novembre 2022, prima di partire per il mondiale in Qatar: «In casa parlavo solo il senegalese, i piatti che mangiavo erano senegalesi. Oggi sono molto orgoglioso di aver fatto questa scelta, non ho mai avuto rimorsi anche se la Francia è una delle nazioni più forti del mondo».
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Riyad Mahrez dall’Île-de-France, uno che con il Manchester City ha praticamente vinto tutto quello che c’era da vincere, tra Francia e Algeria non ha mai avuto dubbi. I tedeschi invece avrebbero apprezzato ben volentieri il talento di Hakan Çalhanoğlu con la maglia bianca della Mannschaft: peccato che il centrocampista dell’Inter abbia sempre rifiutato le avances della federazione teutonica. Qualche anno fa il padre del numero venti nerazzurro, emigrato a Mannheim negli anni Settanta (nel Baden-Württemberg, dove nascerà poi Hakan), è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport:
«Mio figlio si sente davvero turco perché è stato educato così e ha dato sempre la priorità alla sua origine. Ciò è motivo di orgoglio per noi in famiglia, ma per tutta la Nazione».
Parola ai protagonisti, come si suol dire. Eccola allora, l’identità – quella vera – che compie il suo eterno ritorno. A proposito del peso specifico di quest’ultima: proprio nell’ultimo fine settimana, Lorenzo Cafarchio su Libero ha “portato” in Italia la divertente notizia delle polemiche scatenate dal book fotografico, se così vogliamo chiamarlo, in stile vichingo della nazionale norvegese. Fascisti e sciovinisti, sono stati chiamati, con deliri mediatici che parlavano di «divise ipermascoline e di estrema destra» nonché di «tipici segni del linguaggio simbolico neonazista e fascista»
Un certo Erling Haaland, nato a Leeds per chi non lo sapesse, un altro dell’elenco in questione che avrebbe potuto scegliere il possibile oro (dei Three Lions inglesi) preferendo però l’alloro della “sua” selezione, quella dei Løvene, ha commentato lo scatto personale su Instagram con un delicatissimo «Viking blood». Armi, scudi, elmi, l’immancabile drakkar vichingo sullo sfondo, profondo senso di appartenenza a stimolare un’identità collettiva – come in generale le storiche campagne di marketing per i mondiali sudamericane, dall’Argentina all’Uruguay.
Ecco allora che, in assenza dell’azzurro, ci toccherà simpatizzare per i nostri giustizieri. Quantomeno per fare un dispetto a tutte le “anime belle” del Vecchio Continente, per le quali le identità magari sono anche da valorizzare – ma solo se degli altri.