Valori, ideali e confessioni di uno storico volto della Nord laziale.
Per oltre vent’anni Yuri Alviti è stato uno dei volti più riconoscibili della Curva Nord laziale. In qualità di leader degli Irriducibili, è stato protagonista di una stagione in cui il tifo organizzato ha inciso sull’immaginario del calcio italiano. Lontano dalla guida della curva, Alviti ripercorre la sua storia: la nascita del movimento ultras laziale, il rapporto con la politica, la repressione e la violenza. Approfondendo un’identità che, a suo dire, non coincide con lo stadio ma con un modo di stare al mondo, ne emerge il ritratto di un uomo che non rinnega il proprio passato. Non lo rinnega ma prova a spiegarlo accettando di confrontarsi anche con le sue contraddizioni.
Partiamo dall’inizio. Chi è Yuri Alviti? Da dove nasce il tuo modo di guardare il mondo?
Sono nato a Trastevere il 24 ottobre del 1962. Sono cresciuto in una Roma rionale che oggi non esiste più: una Roma fatta di rispetto, dove la parola data aveva un peso e una stretta di mano valeva più di qualsiasi contratto. Mio padre è stato il pilastro della famiglia. Mi ha insegnato gli ideali prima ancora delle regole: il rispetto per gli altri, il senso del dovere e l’importanza di aiutare chi si trova in difficoltà. Sono valori che non mi hanno mai abbandonato. Nella vita puoi essere deluso, puoi incontrare persone che non ricambiano quello che dai, ma questo non deve mai cambiare ciò che sei.
Quando hai capito che il tifo non sarebbe stato più soltanto tifo?
Il punto di svolta fu la morte di Vincenzo Paparelli. Quel giorno ero in Curva Nord. Lo ricordo perfettamente. Eravamo ragazzi e vedere un laziale morire allo stadio in quel modo cambiò completamente la nostra prospettiva. Da quel momento nacque l’idea di organizzarci. All’inizio eravamo venti, venticinque ragazzi. Non volevamo diventare capi di niente: volevamo difendere la nostra gente. È lì che nasce, almeno per me, lo spirito ultras. Quello spirito non è mai tramontato. Magari oggi si esprime in forme diverse, ma la fiamma continua ad ardere.
Quando ti sei reso conto di essere diventato una figura centrale della Curva Nord?
Non c’è stato un momento preciso. È successo gradualmente. All’inizio ci conoscevamo soltanto tra noi. Poi, quando inizi a metterci la faccia, a prendere decisioni, a parlare a nome del gruppo, inevitabilmente vieni riconosciuto anche dagli altri. Ancora oggi molte persone sconosciute, di età diversissime, mi identificano come un capo ultras. Però una cosa ci tengo a dirla: non sono mai stato solo. Dietro c’era sempre un gruppo.
Cosa significava guidare gli Irriducibili?
La partita durava novanta minuti, ma la responsabilità durava tutta la settimana. Significava organizzare, preparare e mantenere un gruppo unito: costruire qualcosa che rappresentasse la Lazio sugli spalti in Italia, in Europa e nel mondo. Poi sono arrivati gli anni della repressione. Allo stadio esisteva una sorta di equilibrio fino ai primi Duemila: noi facevamo il nostro, le istituzioni stavano nel loro. Dopo è cambiato tutto. Siamo finiti dentro processi che ancora oggi hanno conseguenze. Ma rifarei tutto a testa alta.
Sei sempre stato considerato un’eccezione dentro la Curva Nord per il tuo percorso politico. Ti riconosci in questa definizione?
Mi considero una persona di sinistra, ma non della sinistra di oggi. La sinistra che ci circonda non mi rappresenta, così come non mi rappresenta la destra di governo. Vedo un’enorme ipocrisia da entrambe le parti. Io continuo a ragionare per valori, non per appartenenze. Ho votato il Partito Comunista finché è esistito Berlinguer, poi Democrazia Proletaria. Dopo ho smesso di votare. I partiti passano mentre gli ideali restano . . .
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