Interviste
03 Agosto 2026

Giovanni Adami: vivere ultras è un giuramento

Intervista all'avvocato, dall'esodo istriano al Parlamento.

Nell’ambiente delle tifoserie italiane, Giovanni Adami è uno dei nomi di punta del “gruppo degli avvocati”. Su queste colonne però, da sempre, crediamo nella complessità dei caratteri e fuggiamo le etichette tanto care ai media di maggiore portata ed ai loro fruitori, semplificazioni riduttive e limitanti delle personalità. Ecco allora che l’avvocato è anche il figlio di esuli istriani, il padre, il professionista e l’ultras, l’ex cestista e dirigente della Federazione Italiana Pallacanestro.

Lasciando carta bianca alle parole del Nostro, abbiamo cercato di restituire al lettore il filo rosso che lega questo mosaico, ovvero la passione. La stessa forza che spinge uomini di questo genere a dedicare tempo, energie e risorse ad una causa superiore, al di là di qualsiasi razionalità: dal lavoro in studio alle aule dei tribunali, dalla lotta alla Tessera del tifoso fino alla promozione dell’attuale petizione presentata in Parlamento. Giovanni Adami è uno di quei “cattivi maestri” che resistono nell’omologato contesto italiano e che, per fortuna, fanno ancora proseliti.

Giovanni, tu sei nato a Udine e sei sempre stato legato a quelle terre di confine che tante sofferenze hanno dovuto subire, anche quando nessuno voleva vederle – sofferenze che tu ricordi, di anno in anno. Cosa significa per te il confine orientale d’Italia?

Eh… “Patavium me genuit” in realtà…. Ma di padre udinese e madre istriana. Ho globuli bianchi e neri nel sangue, il “giuramento di Fiume” tatuato sul petto e la capretta simbolo dell’Istria tatuata sulla schiena… Molti figli di esuli non capiscono o non sentono l’appartenenza. E chi non è discendente di profugo pensa che io, e pochi altri, siamo matti.

Ti dico solo per comprendere quanto la storia del secondo dopoguerra abbia condizionato e forgiato la mia famiglia che qualche settimana addietro sono stato invitato ad un matrimonio di un amico a Muggia, ultimo ed unico lembo d’Istria appartenente ancora all’Italia, e mi sembrava di ricordare che la chiesa fosse la stessa in cui nel 1970 si erano sposati i miei genitori. Ho mandato la foto a mia madre, ottantacinquenne, e lei mi ha risposto: “è la chiesa dove ci siamo sposati con papà, abbiamo scelto quella perché da lassù si poteva vedere con la coda dell’occhio Isola d’Istria”, il paese da cui la mia famiglia è stata allontanata nel 1954… Non serve spiegare altro.



Ci racconti un po’ la tua storia: giovinezza, passioni, percorsi di vita… Fino ad essere diventato l’avvocato degli ultras.

Negli anni più belli ho alternato allenamenti in palestra (giocavo a pallacanestro) con concerti (adoro il rock americano) e trasferte al seguito dell’Udinese. Ovviamente studiando. E quando impegni sportivi e Udinese andavano in concomitanza entravo in crisi. Posso raccontare di aver chiesto al mio allenatore di non essere convocato per Cesena-Virtus Padova (serie B) perché dovevo assolutamente andare a Udinese-Inter, ultima di campionato (retrocessi). In quell’occasione dissi la verità.

Male mi sono comportato l’anno dopo quando chiesi di non partire per Fortitudo Bologna-Emmezeta Udine (serie A2) per preparare un esame universitario ed, invece, mi recai all’ultimo derby Triestina-Udinese il 6 gennaio. Purtroppo venni sventuratamente inquadrato dalle telecamere in stazione all’arrivo del treno speciale e il coach, nonché il ds, la presero non bene . . .

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