Come il calcio iberico ha trattato la questione.
Venerdì 4 settembre. Il Commissario tecnico della Nazionale spagnola di calcio, Luis De la Fuente, è volato a Ceuta per esprimere la vicinanza della Roja alla città, dinanzi alle turbolente tensioni tra l’exclave iberica e il vicino Marocco. La visita è stata accolta con entusiasmo dal presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas:
«Ceuta è diventata l’epicentro delle notizie spagnole ed europee, ma la visita ci tocca profondamente. Non esagero quando dico che il calcio è un fenomeno di enorme importanza perché scatena passioni, stimola e infiamma gli animi. Il calcio unisce, e poche cose uniscono tutti gli spagnoli come la nazionale. Quando la nazionale vince, vinciamo tutti. Il 19 luglio mi sono sentito molto legato alla gente di Ceuta e a tutti gli spagnoli, e questa felicità è motivo di gratitudine».
Lungi dal trovare una soluzione alla crisi in corso, cinque giorni dopo l’Unione Europea ha stanziato cento milioni di euro per la crisi migratoria di Ceuta, cominciata il 30 luglio con l’ingresso nell’exclave di circa 72 mila immigrati dal Marocco. Oltre all’impatto internazionale della vicenda, pomo della discordia di un radicale raffreddamento dei rapporti tra Madrid e Roma, nonché di un ripensamento complessivo delle infrastrutture legislative dell’area Schengen, la questione ha investito profondamente la Spagna.
Nel cuore della monarchia iberica, divenuta campione di tolleranza e di inclusione, sotto la guida del suo primo ministro Pedro Sánchez, ha preso vigore il fuoco di un risentimento che covava da tempo. Invero, il governo Sánchez è ad oggi più popolare fuori dalla Spagna che all’interno dei suoi confini. Troppo gravi le disparità sociali ancora esistenti, troppo il risentimento nei confronti della corruzione imperante all’interno del suo partito. Specialmente, però, la Spagna resta animata da una grave divisione etnica interna che tutt’oggi ne mina le fondamenta.
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