Ritratto di un uomo irripetibile.
Archiviata la delusione per il mancato Mundial, e le annesse polemiche con Bearzot dei mesi precedenti, non si può dire che l’Evaristo se la passi male durante un torneo invece osservato dalle parti del Principato di Monaco, qui invitato da Bruno Longhi e Luigi Colombo per commentare con loro i match della Coppa trasmessi da Telemontecarlo.
Semmai, oltre che per godersi una sontuosa vacanza, quel «mese fantastico, tra mare, sole e altre piacevolezze legate alla gioventù»1 tornerà utile al Becca per sperimentare un secondo tempo dell’esistenza in cui frequentare gli studi televisivi senza mai assumere i toni del cattedratico, affrontando anzi con umiltà e ironia le vicende di un pallone rimasto sempre quella passione infantile, quindi pura, compagna di un’intera vita.
Durante un Mondiale passato a Montecarlo, la malinconia può al limite sopraggiungere ricordando l’emozionante Gran Premio di Monaco di un anno prima vinto dalla Ferrari di Gilles Villeneuve, l’idolo di Evaristo morto nel maggio 1982 a causa dell’incidente sul circuito belga di Zolder. Un irregolare, il pilota canadese a bordo di una vettura, proprio come Beccalossi su un campo di calcio, entrambi accomunati da un’incostanza però foriera di quell’imprevedibilità valevole il prezzo del biglietto.
Tagliando spesso neppure ripagato dato lo scarso numero di gare vinte dall’uno e di trofei conquistati dall’altro, tuttavia sempre giustificato dall’atto di fede delle devote tifoserie, smaniose di assaporare anche solo le briciole del repertorio dell’artista.
«L’allenamento? Ma fatelo voi / Io ho la mia fantasia / […] Ogni giocata è diversa dall’altra / Questa è la vita per me //
Io sono quello da guardare / quando ho voglia di giocare / Sono schiavo dell’artista che c’è in me /
Datemi il pallone, non parlate / poi correte ad abbracciarmi / Io sono l’ultimo egoista / perché sono un fantasista / Faccio quello che vorreste fare voi».
Enrico Ruggeri, Il fantasista, 1997, Brano dedicato a Evaristo Beccalossi
E pensare che senza l’occhio di Mauro Bicicli, ala destra della Grande Inter, quel talento sarebbe rimasto ingabbiato sfiorendo precocemente negli anni giovanili bresciani. Un uomo del destino, il Bicicletta al timone della Primavera biancazzurra, in grado di intravedere nel sedicenne Beccalossi il seme del fantasista invece sfuggito ai quei predecessori così intenti a dare ordini sulla posizione da tenere in campo, i dribbling da centellinare e un fisico gracilino da potenziare in palestra.
Ecco allora che il sapiente lavoro di raffinamento operato da mister Bicicli portava il suo pupillo a esaltare quelle doti al contrario fustigate da altri, stimolando Evaristo a osare la giocata istintiva, in una sorta di riconnessione con gli anni infantili dell’oratorio nei quali, inoltre, anche il muro del cortile di casa era buono per imparare a usare il mancino come il feticcio Omar Sivori, diventando così perfettamente ambidestro.
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