Papelitos
22 Novembre 2021

Serie A isola Felix (per gli stranieri)

Cosa ci dice la doppietta del classe 2003 giallorosso.

La pausa delle nazionali è già un ricordo lontano, non però la delusione degli Azzurri. I rigori perfetti di Bonucci e Berardi hanno riaperto il dibattito sul rigorista della nazionale, ma il vero tema è un altro. Parliamo della magna quaestio degli italiani in campo nel nostro campionato. Meglio, degli allenatori brutti e cattivi che non danno modo ai nostri pulcini di spiccare il volo. A nessuno viene in mente che questo comportamento potrebbe dipendere da un amore più profondo nei loro confronti: c’è il serio rischio, per alcuni di essi, che dispiegando le ali si schiantino al suolo.

Non è così per Afena-Felix, evidentemente, al cui talento smisurato i giornali di oggi e di domani dedicano e dedicheranno approfondimenti petalosi. Chi è Afena, da dove viene, qual è la sua incredibile storia, qual è il paio di scarpe da 800€ promesso da Mou al giovane ghanese in caso di gol: tutto meraviglioso. A noi però interessa elogiarne le qualità tecniche, la grandiosa personalità – il ragazzino aveva già cambiato la sfida col Cagliari – quasi abbacinante rispetto all’indefinibile e confusionario Tammy Abraham, suo compagno di reparto. Felix è il primo ragazzo del 2003 a segnare nel nostro campionato, e no: non è italiano.

Il punto della questione è molto semplice, anche se ieri sera al Club Caressa e i suoi ospiti cercavano di sciorinare numeri massimi e massimi sistemi – insieme a quel filosofo di Marco Bucciantini – per girare intorno al problema: l’Italia, ormai da un po’, è piena di buoni giocatori, magari qualche campione (forse Chiesa, probabilmente Donnarumma), ma non è più in grado di produrre fuoriclasse. Nella stessa notte in cui Felix faceva felice la Roma, Nicolò Zaniolo diventava ufficialmente un “caso”. Il litigio con Mou in allenamento, d’accordo, è qualcosa che può succedere. Ma neanche un minuto al Ferraris è un segnale inquietante. Mourinho mette il gruppo sopra il singolo, non importa chi sia, ha detto giustamente Di Canio. Il punto della questione però è un altro, o meglio è sempre lo stesso: Zaniolo non solo deve crescere solo caratterialmente, ma anche calcisticamente. Se è lui a rappresentare la speranza della nostra nazionale, forse due domande dovremmo farcele.

Da sempre colonia di grandi giocatori, il nostro è ormai diventato il campionato degli allenatori. Prima e dopo Lazio vs Juventus non si è fatto che parlare di Sarri contro Allegri, giochismo contro risultatismo, lungo contro corto muso. E lo stesso Allegri a fine partita, paraculo come non mai, ha pure dichiarato di «prendere in giro» tutti con questa storia, questa rivalità tra modi d’intendere il calcio, perché in campo c’erano pur sempre Lazio e Juventus, non Sarri e Allegri. Il che è giusto nella pratica, meno a livello concettuale. Il nostro calcio, povero di individualità e di campioni veri, si aggrappa come può al peso dei suoi allenatori, gli unici top player che possiamo permetterci. Da Sarri ad Allegri, da Mourinho a Luciano Spalletti, dal rivoluzionario Pioli, novello Pep, alle giovani promesse, queste sì!, Dionisi e Italiano. Shevchenko, presentato come il colpo dell’anno del Genoa, ha esordito con una sconfitta. In campo, nel suo Genoa terzultimo in classifica, c’erano due buoni prospetti (di nuovo) del nostro calcio: Cambiaso e Rovella. Chi è che l’ha decisa? Sì, giusto, Afena-Felix.

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