Il cuore paradossale del calcio è che oltre ai protagonisti sul campo ci sono quelli sugli spalti – spesso denigrati ma pur sempre i primi a sapere che quel che avviene all’interno del fazzoletto di gioco non esisterebbe se quel rettangolo verde non fosse iscritto in un cerchio più grande che lo contiene, un’arena di spalti feroci, un anello che è una fede: lo stadio. Per questo, il calcio è sì un gioco – ma è anche altro, perché è serio e grave e perché nell’essere una parte di vita è pur sempre una vita a parte.
Il tifoso è un malato – altrimenti non si chiamerebbe così. Non ci si fa più caso perché siamo sempre più lontani dalle parole e quindi siamo sempre più lontani dalla verità. Ma il tifo porta febbre intensa, agitazione nervosa. Ed è contagioso. L’inquietudine, il subbuglio, il fermento – nascono dalla consapevolezza che davanti a una partita di calcio niente è già deciso, i fatti avvengono in quel preciso istante e la compostezza dell’urlo scomposto della folla può fare la differenza tra un gol segnato e un gol sbagliato.
Tra i tifosi, poi, c’è chi va oltre, al di là – c’è chi è oltranzista. Sono gli ultrà, coloro che si sacrificano. E tra gli ultrà ci sono pochi gruppi che dimostrano il collegamento tra religione e calcio come i Fedayn Roma.
Nati nel 1972 da un’idea di Roberto Rulli, neanche tredicenne il 12 marzo di quell’anno, durante un Roma-Varese, giorno in cui fu esposto per la prima volta lo striscione con al centro il teschio incappucciato, poi divenuto famoso per la sua longevità di oltre mezzo secolo e per la sua terribile fine, rubato durante un assalto paramilitare e poi bruciato in terra serba (ne abbiamo parlato qui) – i Fedayn sono riusciti in un’impresa monumentale: hanno contribuito a fondare nel 1977, mantenendo comunque un’identità autonoma e separata, il Commando Ultrà Curva Sud, e hanno oltrepassato indenni la sua fine nel 1999. C’erano prima e ci sono stati dopo, anticipando e resistendo alla nascita e alla morte del periodo più florido del tifo organizzato giallorosso.
Il nome si rifà ai fedayn, gruppo di guerriglieri palestinesi emerso dopo la Nakba del 1948, dislocati nei campi profughi e impegnati nella lotta contro Israele – che, da rifugiati, effettuavano delle incursioni dai paesi arabi per sabotare infrastrutture negli insediamenti israeliani e che diventarono simbolo di resistenza perché capaci di respingere l’incursione nemica durante la battaglia di Karameh nel 1968. Una vera e propria icona di tenacia, perseveranza e partigianeria riconosciuta a livello internazionale a cavallo tra anni ‘60 e ‘70 [. . .]
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