Critica
21 Novembre 2025

Giornalismo reel e getta

Per un ritorno alla profondità d’indagine, anche nello sport.

Ho sempre apprezzato, della pagina bianca, le sue infinite possibilità. Chiunque abbia provato a scrivere anche solo un breve articolo, si sarà accorto di come essere autori del pezzo non significa necessariamente esserne i fautori. Nessuno di noi, quando inizia a scrivere, sa davvero dove lo condurrà la parola. Eppure, una cosa la sappiamo: la scrittura, già per il solo fatto di evocare delle immagini, richiede un tacito accordo tra chi scrive e chi legge.

Chi scrive, detto altrimenti, prende un impegno – mica da poco – nei confronti del lettore. Un impegno che implica serietà nella ricerca, nella selezione e nella lettura delle fonti, nel restituire con chiarezza e semplicità questioni di ampio respiro, eventualmente – anche se non abitualmente – profondità di pensiero, per cercare di far nascere in chi legge qualcosa in più della semplice curiosità, quindi ciò che è in grado di accendere la miccia che spinge al dibattito e all’azione.

Scrivere non significa informare, ma creare un mondo. Oggi, sembra, assistiamo all’inversione di questo rapporto (già denunciata da Heidegger, su tutti): è la tecnica, lo strumento quindi, ad aver imposto le proprie leggi all’uomo creando un mondo a sua dissomiglianza.

La parola non è sfuggita a questa dinamica. Dobbiamo qui chiederci: in quale misura l’esperienza audio-visiva ha cambiato il nostro modo di percepire il mondo, anche quello sportivo? E come questa percezione ha modificato la profondità del racconto e la sua epica? Con Umberto Eco (Apocalittici e integrati, 1964), si potrebbe rispondere che la TV in un primo tempo non è stata né negativa né positiva per l’informazione, ma ha solo mutato il modo di riceverla. Eppure, in un articolo (La neo-tv) apparso su Repubblica qualche anno dopo (1983), il filosofo italiano aggiunge qualcosa di decisivo alla propria analisi: la neo-televisione, a differenza della paleo-televisione (quella in vita fino agli anni ’70), non istruisce, ma intrattiene; non mostra il mondo, ma mostra la TV che parla con lo spettatore; non è più istituzionale, ma colloquiale e commerciale; è costruita per non “lasciarti mai andare via”.

Il giornalismo sportivo rientra pienamente in questo discorso, e dalla TV agli smartphone il processo si è ulteriormente accelerato, riducendo l’epica dello sport a racconto, cronaca, pettegolezzo sportivo.

Il giornalismo sportivo e la scrittura, sua madre, sono capaci di generare un pensiero, di trasformare lo sport in epica, l’epica in tifo, il tifo in politica, la politica in sommovimento popolare, il sommovimento popolare in sottocultura. Scindere il giornalismo sportivo . . .

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