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15 Aprile

Ancelotti è il migliore, parola di Lahm

La Redazione

60 articoli
Il calcio e gli uomini hanno un linguaggio universale.

Philipp Lahm, ex capitano del Bayern Monaco, non è (stato) solo un gran terzino e un giocatore intelligentissimo. È anche un commentatore sportivo brillante, firma del Guardian e dello Zeit, che un paio di giorni fa si è lanciato proprio sul giornale inglese in un’apologia di Carlo Ancelotti: lo stesso Ancelotti che Lahm ha avuto come allenatore nel suo ultimo anno al Bayern, chiamato in Baviera nel 2016 per sostituire un mostro sacro come Pep Guardiola. È da questa transizione che parte l’articolo, spiegando subito come «quello che Ancelotti ha detto in una settimana, Guardiola lo aveva detto in tre ore». Un cambiamento radicale, eppure forse il modo migliore per alleggerire il clima dopo un’esperienza così totalizzante come quella guardioliana – e che in Germania ha trovato anche forti resistenze, non venendo digerita a pieno da (alcuni) calciatori, giornalisti e dirigenti.

Quindi Lahm passa al motivo della grandezza di Carlo: «da giocatore ti senti a tuo agio perché intuisci che l’allenatore è pronto a mettere a disposizione della squadra i suoi metodi. Ecco perché ha successo ovunque». D’altronde «in un sondaggio sul miglior allenatore del mondo pochi direbbero Carlo Ancelotti, anche in Italia. Eppure ha un record unico» – quello di essere (presto) l’unico allenatore ad aver vinto il campionato nei cinque maggiori Paesi europei, nonché il primatista di Champions conquistate (3, insieme a Bob Paisley e Zinédine Zidane) e pure con due club diversi. Ma anche dalla sua carriera come giocatore e soprattutto dall’esperienza nel Milan di Sacchi, che poi Ancelotti ha ribaltato, viene la forza dell’allenatore italiano:

«Questa esperienza è il prerequisito per un top coach. Ad ogni allenatore che non ha giocato ai massimi livelli manca qualcosa che Ancelotti ha vissuto. La sua profonda comprensione del gioco, dei giocatori, dell’ambiente del calcio professionistico viene dall’interno. Non è un allenatore dogmatico. Tutte le sue squadre hanno un livello tattico, a partire dalla difesa. Ma come giocatore, ottieni la tua libertà».

Philipp Lahm su Carlo Ancelotti, articolo del 12 aprile sul Guardian

Una stoccata ai nuovi laptop trainers, come li aveva definiti un’altra icona Bayern come Mehmet School, gli allenatori da Football Manager che potranno essere anche i più bravi e secchioni di tutti, ma certe cose non le possono aver vissute. Quindi la consapevolezza per cui «Ancelotti è il migliore nel gestire personaggi estremi». Non solo campioni e calciatori dal carattere forte ma anche «uomini potenti (e ingombranti, ndr) come Silvio Berlusconi, Roman Abramovich, Florentino Pérez o Nasser al-Khelaifi». Una virtù non da poco, che deve far parte del bagaglio di un top-allenatore.


E in questo Ancelotti ha la dote non comune di conquistare i suoi giocatori senza per questo perdere carisma e diventare uno di loro. Come quando la dirigenza del Bayern gli impose di leggere delle norme di comportamento nello spogliatoio, e lui recitò questa lettera di istruzioni con tono poco convinto, manifestando tra le righe un pensiero riassumibile così (secondo Lahm): ‘Questo non fa parte del mio lavoro, dopotutto non sto allenando una squadra giovanile. Ma se i capi vogliono che lo faccia, lo farò‘, e rispondendo alle rimostranze dei suoi che firmare migliaia di autografi non avrebbe fatto piacere nemmeno a lui.

Ma ancora, l’allenatore italiano è prima di tutto rispettato e ammirato umanamente. Così, in poche righe e con qualche immagine, ne parla Lahm: «Ancelotti è indipendente. Ha fascino, umorismo e una certa nonchalance. Riesce a mantenere le distanze. Si sedeva spesso in un ristorante con la sua famiglia per un’ora e mezza dopo il fischio finale e mangiava i tortellini. Cresciuto come figlio di contadini a Reggiolo, nel nord Italia, Ancelotti era abituato da giovane ad aiutare nella fattoria. Incarna ciò che è possibile nel calcio. Puoi arrivare dal basso verso l’alto e brillare su un grande palcoscenico. 

Eppure – continua Lahm – non si prende mai troppo sul serio».

Il ritratto dell’italiano perfetto: indipendente, ironico, radicato nella tradizione contadina, umile; mai dogmatico, egocentrico o eccessivo malgrado la bacheca glielo consentirebbe, anzi rimasto lo stesso di sempre. E soprattutto uno che padroneggia il linguaggio universale degli uomini e del calcio: «coloro che ora chiedono come si possa avere successo in cinque Paesi con cinque lingue devono sapere: i calciatori fanno molte cose in modo non verbale. E Ancelotti ha imparato le 50 parole importanti necessarie in questo gioco in tutte le lingue. Il calcio di prima classe è internazionale. Real, PSG, Chelsea, Bayern e Milan si differenziano nello stile solo nelle sfumature. Ancelotti è la soluzione ideale per conquistare tranquillamente queste squadre».

E in conclusione Ancelotti per Lahm è uno che non pretende di essere un maestro né un profeta, e che non vuole cambiare i suoi giocatori ma valorizzarli. Uno che ci mette sempre la faccia anche dopo le sconfitte pesanti, assumendosi le sue responsabilità e proteggendo sempre i suoi calciatori. Banalmente, come scrive l’ex capitano bavarese per chiudere, «ama quello che fa e ama il calcio e i calciatori. Per questo a tutti piace giocare per il grande allenatore Carlo Ancelotti». Semplice e complesso allo stesso tempo, come un ottimo piatto di tortellini in brodo.

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