Editoriali
06 Aprile 2022

Il dibattito sportivo non è mai caduto così in basso

Stupido, rabbioso e ultra-ideologicizzato.

Fa sinceramente paura leggere questa mattina alcune analisi, e soprattutto commenti, alla vittoria per 1-0 del Manchester City sull’Atletico Madrid; anzi di Guardiola su Simeone, perché pare che solo di questo si tratti. È inquietante vedere come il calcio in questo sia uno specchio perfetto della società, e riproponga un metodo ormai proprio degli ultimi anni: quello dell’opposizione irriducibile, dello scontro colmo di ideologia, della delegittimazione e dell’insulto dell’avversario. Ormai quando si parla e si scrive di pallone è come se lo si facesse della campagna di vaccinazione, della guerra in Ucraina o di cose ben più importanti: si alternano toni messianici, accuse, odi più o meno sopiti, mentre chi prova a ragionare senza schierarsi viene travolto dalle orde radicalizzate, con la bava alla bacca e il fucile (metaforico) alla mano. Un’escalation che racconta molto dello stato delle nostre società.

Questa mattina infatti i sostenitori di Guardiola, di una certa concezione di calcio (?) dovrebbero essere i più soddisfatti del risultato maturato all’Etihad. Il City non solo ha vinto ma ha dominato, dimostrando una superiorità spaventosa e suggellata dalle statistiche: 15 tiri a 0 (di cui in porta 2 a 0), 9 calci d’angolo a 0, 71% di possesso palla contro 29%; ma al di là dei dati più visibili un controllo del gioco pressoché totale e un Atletico più che rintanato nella sua metà campo, con i suoi giocatori incapaci di uscire e che, appena provavano a ripartire in contropiede, venivano aggrediti con «la velocità supersonica di certi recuperi-palla dei “Blue Moon”: un rapporto cacciatori-lepre, almeno quattro contro uno», per citare Roberto Beccantini.

Invece, i giochisti estremisti sono i più arrabbiati. Abbondano articoli e commenti colmi di risentimento e frustrazione, che alla sconfitta sportiva del Cholo e dei suoi vogliono aggiungere l’annichilimento e la condanna morale.

È lo stesso atteggiamento di Adani& co, i quali dicono testualmente: “la verità ce l’abbiamo noi e ve la diamo noi”. È come se si sentissero eletti, rappresentanti dei lumi (il gioco propositivo) contro le tenebre (quello reattivo), fautori dell’uscita dell’uomo e del calcio dallo stato di minorità, crociati del progresso contro il regresso. Non è solo un’ideologia calcistica che vuole sconfiggere l’avversario, ma che mira proprio ad eliminarlo: fosse per le truppe radicalizzate e talebane del bel gioco, quelli come Simeone non solo dovrebbero perdere sul campo (più che legittimo) ma non dovrebbero proprio più esistere; sarebbero tenuti a scomparire dalla faccia dalla terra e dalle competizioni internazionali, per il bene del calcio. È questo che fa paura .

La partita di ieri sera in un’immagine

Così decine di siti aprono con i presunti virgolettati di Guardiola: “L’Atletico ha una difesa preistorica”, e c’è chi si spinge ancora più in là: “il 5-5-0 è roba da preistoria”. Peccato che Guardiola queste cose non le abbia mai dette. Semplicemente a fine partita ha dichiarato: «attaccare due linee di cinque uomini era molto difficile nella preistoria, resta molto difficile anche adesso e lo sarà anche tra centomila anni, non c’è spazio. Loro sono molto competitivi, difendono bene e non c’è spazio. Stile? Non ha vinto nessuno stile». Interpretazioni però necessarie ad alimentare il ‘personaggio Guardiolamessia e profeta del bel gioco e del progresso, da lui stesso più volte – e con decisione –rifiutato. Come nella conferenza stampa pre-partita, quando ha tagliato corto:

«Questo è un dibattito stupido. Lui vuole vincere, io voglio vincere. Chi vince ha ragione».

Un dibattito stupido, perché questo è il punto: ogni squadra cerca di vincere nel modo che conosce. L’Atletico con un 5-5-0 da bloccare la digestione, il City con il possesso palla prolungato e il movimento e la qualità dei suoi interpreti. Come ha detto Simeone, replicando a Guardiola: «Attaccare un 5-5-0 è difficile? È lo stesso giocare contro una squadra che attacca molto bene. È molto difficile avere una squadra come quella che hanno loro: escono tre giocatori bravi e ne entrano tre migliori. Abbiamo usato i nostri strumenti, contro quelli che aveva il rivale». E allora perché all’estetica dobbiamo sempre unire l’etica? Perché chi gioca un calcio più godibile è migliore, anche moralmente e intellettualmente, di chi ne gioca uno più rude (il tutto considerate anche le armi a disposizione)?

E ancora per quale motivo non possiamo accontentarci di una vittoria, o accettare una sconfitta, senza usare grammatiche belliche di annientamento? Fa un po’ sorridere in tal senso la presunzione dei jihadisti del bel gioco (una minoranza ma comunque rumorosa) che pretendono che il calcio debba essere offensivo perché spettacolare. Per “alimentare lo spettacolo”, come scrive Maurizio De Santis per Fanpage, che parla dello stile del Cholo come di un «“me ne frego” urlato in faccia agli esteti del calcio moderno, ai teorici della costruzione dal basso, ai fini dicitori del possesso palla, al tentativo da parte della Uefa di alimentare lo spettacolo archiviando la regola del gol in trasferta».

Oggi d’altronde si deve venire incontro alle esigenze dello show, e quindi di chi deve vendere il prodotto, anche quando magari si tratta di una grande squadra contro una piccola: quest’ultima da sempre ha solo un modo per strappare i punti se la qualità è nettamente sproporzionata, mettersi tutti dietro e sperare nell’episodio. No, invece la Salernitana a San Siro è tenuta a proporre uno stile di gioco propositivo perché è più degno, più nobile – in realtà più vendibile.



Eppure lo spettacolo non può diventare l’unica discriminante per giudicare una partita di calcio, con tutto che resta un carattere soggettivo e difficilmente elevabile a regola o sistema. Inquieta allora come proprio non si riesca ad accettare l’idea che una squadra nettamente inferiore, come l’Atletico Madrid di ieri, si trinceri nella propria metà campo: come si valuti ciò motivo di vergogna e disonore, di nuovo nel problema di dover necessariamente far combaciare l’estetica con l’etica. Anche perché oggi sembra che tutto dipenda esclusivamente dalla testa dell’allenatore: un altro sintomo di una società ultra-cerebrale, maniaca del controllo, che deve sempre darsi una spiegazione per qualsiasi fenomeno – come se poi in campo non ci andassero i giocatori, e gli undici dell’Atletico valessero quelli del City.

Così si tende anche a dimenticare che ieri, tornando alla fredda cronaca del rettangolo verde – oltre le interpretazioni, gli 0 in tiri in porta dell’Atletico, il dominio del City –, la partita è stata infine decisa dai cambi: De Paul, Correa e Cunha entrati (chi più chi meno male) per i Colchoneros al 60′, Grealish, Gabriel Jesus ma soprattutto Phil Foden entrati per i Cityzens al 68′. Perché ai primi 15-20 minuti, in cui il dominio del possesso del City sembrava portare squilibri nella difesa biancorossa, ne erano poi seguiti circa 40 in cui sì la squadra di casa era in totale controllo del pallone, sì gli ospiti non riuscivano a ripartire, ma nei quali gli uomini di Guardiola non erano riusciti a creare neanche un’occasione da gol.

Anche qui naturalmente sta la bravura degli allenatori, nell’inserire uomini giusti al momento giusto, cercando di metterli nelle condizioni migliori – a maggior ragione per un allenatore storicamente non amante delle sostituzioni come Pep.

Ieri infatti la partita è stata decisa e spaccata da Phil Foden, autore innanzitutto dell’imbucata da biliardo per il gol di quel fenomeno di De Bruyne, ma anche di un altro paio di giocate incisive e da stropicciarsi gli occhi (lo slalom destro-sinistro sulla linea di fondo con il pallone messo poi al centro dell’area, e il passaggio di esterno sinistro, illuminante e tottiano, allo stesso De Bruyne di qualche minuto dopo). Questo non toglie nulla al dominio del City, e neanche all’atteggiamento a tratti irritante dell’Atletico, ma oggi sembra quasi che sottolinearlo sia una parziale giustificazione al “difensivismo”. Come se ci trovassimo in una narrazione di guerra, e non ci fosse spazio per i distinguo ma ci si dovesse schierare senza se e senza ma con “Guardiola che distrugge Simeone” (neanche si parlasse dell’Ucraina). Purtroppo è questo il grado di ideologia a cui siamo arrivati, e tornare indietro sembra una missione impossibile.

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