I punti interrogativi su gran parte delle storie raccontate sui Beatles, a distanza di oltre mezzo secolo dallo scioglimento della band, sono ancora molti. Storie incredibili che narrano di sosia, messaggi subliminali se si ascoltano le loro canzoni al contrario e tanto altro. Un fenomeno quasi circondato da un’aura magica come quello dei Fab Four non poteva che generare leggende anche sulla (presunta) fede calcistica dei quattro musicisti.

 

 

Impossibile non mischiare musica e calcio conoscendo il dualismo che caratterizza da sempre la loro città d’origine: Liverpool oppure Everton? Se sei un appassionato di calcio bisogna scegliere, non ci sono scuse che tengano. In quel periodo le due squadre della città vivono costantemente ai piani alti della classifica. Nel decennio 1960-1970, dalla fondazione allo scioglimento del gruppo, le due formazioni vincono due titoli nazionali a testa, una coppa d’Inghilterra per uno, due Charity Shield l’Everton e tre di fila (1964,1965 e 1966) il Liverpool.

 

Essere di Liverpool, Reds oppure Toffees, in quegli anni voleva dire esultare oppure farsi prendere in giro dagli odiati rivali.

 

È un periodo d’oro per il calcio inglese che in quel decennio vede molti successi nelle coppe europee, coppa campioni e coppa delle coppe, di molte squadre britanniche. Il Paese però raggiunge l’apice della gioia nel corso del mondiale casalingo del 1966 con il primo (e unico) trionfo della nazionale dei Tre Leoni. Gli stessi Beatles renderanno omaggio a quel successo inserendo nella versione del loro pezzo “Glass Onion” contenuto in Anthology 3, album uscito nel 1996, un campionamento dell’esultanza (“It’s a goal, it’s a goal”) del telecronista della BBC, Kenneth Wolstenholme, dopo il gol che chiude la finale contro la Germania Ovest, sconfitta per 4-2.

 

 

Consapevole dei problemi che sarebbero potuti nascere schierandosi, il loro manager, Brian Epstein, aveva suggerito ai quattro di evitare di esporsi e di non prendere mai parte ad avvenimenti sportivi palesemente schierati a favore di una determinata fazione; insomma di cercare in tutti i modi di non far arrabbiare né i tifosi di una squadra né quelli dell’altra, per non perdere così una grossa fetta di pubblico.

 

 

In quegli stessi anni, Epstein però non riuscì ad impedire ad un altro gruppo della sua scuderia, i Gerry and the Peacemakers, band che più volte aveva condiviso il palco con i Beatles, di diventare (inconsapevolmente) gli idoli dei tifosi dei Reds con la loro “You’ll never walk alone”, canzone che ancora oggi viene intonata sugli spalti di Anfield.

 

Meglio non rischiare: I Beatles con Cassius Clay a New York, durante un tour americano, nel febbraio 1964 (Keystone/Getty Images)

 

 

John, Paul, Ringo e George, soprattutto nei primi anni della loro carriera, non presero mai una posizione chiara e netta ma, in puro stile Beatles, sembrarono voler scherzare con il pubblico disseminando indizi e richiami all’interno dei loro lavori. Nello spezzone del film “Yellow Submarine” quando passa in sottofondo il pezzo “Eleanor Rigby” mostrano, quasi come a non voler far torto a nessuno, due squadre di calcio, una vestita di blu e una di rosso.

 

 

Mentre quello del film è un approccio neutrale, un evitare di prendere posizione, le cose sembrano diverse se ci si sposta in ambito musicale. La sciarpa biancorossa che avvolge i quattro nel video di “Help”, la citazione di Matt Busby, ex giocatore dei Reds, nel testo di “Dig It” (pezzo contenuto nell’album Let It Be) e l’immagine dell’ex attaccante del Liverpool Albert Stubbins, inserita tra i tanti personaggi presenti sulla cover di “Sgt. Pepper’s and Lonely Hearts Club Band”: tutti gli indizi sembrano portare ad Anfield.

 

 

In mezzo a tanti indizi sembra esserci anche una vera prova, sempre di colore rosso. Si tratta di un telegramma indirizzato dai quattro musicisti ai giocatori del Liverpool alla vigilia della finale di Coppa d’Inghilterra del 1965, poi vinta per 2-1, contro il Leeds. Il messaggio, ritrovato, anni dopo la sua scomparsa, tra gli effetti personali di Bill Shankly, allenatore dei Reds dal 1959 al 1974, recita “Buona fortuna ragazzi, vi guardiamo in televisione”. Quel telegramma, oggi esposto al Shankly Hotel di Liverpool, sembrerebbe chiudere il cerchio, ma in realtà non tutto è come sembra.

 

Quello tra i Beatles e il calcio è un legame che affonda le proprie radici nell'infanzia, in questo caso di John Lennon

La copertina di “Walls & Bridges” di John Lennon riprende un suo disegno all’eta di 11 anni: da buon inglese, John era cresciuto sognando (e guardando) il calcio.

 

 

Nonostante questi segnali, sarà il solo John Lennon, molti anni dopo, ad uscire allo scoperto dichiarando il suo amore per i Reds e raccontando il suo sogno, sin dall’infanzia, di giocare per il Liverpool. A confermare il tutto anche Peter Best, primo batterista del gruppo poi sostituito da Ringo Starr, che ha più volte raccontato della fede Reds di Lennon, fede opposta alla sua, grande tifoso dell’Everton. Ma Lennon era in generale un grandissimo appassionato di calcio: simbolica la copertina del suo album “Walls & Bridges”, un disegno, fatto da bambino, di un’azione della finale di Coppa d’Inghilterra tra Arsenal e Newcastle.

 

In primo piano si vede un giocatore con il numero nove in maglia bianconera, chiaro riferimento a Jackie Milburn, attaccante dei Magpies.

 

Paul McCartney invece non si è mai sbilanciato, o meglio sembrava averlo fatto ma più volte è ritornato sui propri passi. In principio Sir. Paul ha confermato di essere un tifoso dei Toffees come tutta la sua famiglia: famosa l’immagine che lo ritrae allo stadio di Wembley, in compagnia di suo cugino, in occasione della finale di FA Cup del 1968 tra Everton e West Bromich Albion.

 

 

Anni dopo però lo stesso Paul, forse anche per non inimicarsi una parte dei suoi concittadini, ha rivelato di aver iniziato a simpatizzare per entrambe le squadre della sua città una volta diventato amico, dopo un suo concerto, di Kenny Dalglish, ex attaccante Reds, e di aver tifato Liverpool in occasione della finale di Champions League contro il Milan nel 2005.

 

Ringo Starr, nel settembre 1967, nei prati intorno Newquay, in Cornovaglia. La sua fede calcistica resta avvolta nel mistero. (Chapman/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Diverso il discorso per quanto riguarda gli altri due Beatles, George Harrison e Ringo Starr. I due non hanno mai parlato espressamente di football, ma questo non li ha sottratti alla dura legge del pettegolezzo – vista anche l’acclarata e comune passione calcistica. Se il primo, più volte accostato all’Everton, ha sempre sviato l’argomento del dualismo Reds/Toffees affermando di preferire le auto da corsa al calcio e dichiarando scherzosamente “Non c’è una terza squadra? Bene, tifo per quella”, sul tifo del batterista circolano invece da anni due voci, nessuna delle quali confermata o smentita dal diretto interessato.

 

 

C’è chi lo vuole tifoso dell’Arsenal, influenzato dal padre di origini londinesi, e chi invece lo ha sempre etichettato come tifoso del Liverpool, alimentando la leggenda di una band divisa a metà. Quella di un derby calcistico nelle dinamiche del gruppo potrebbe essere solo un’altra storia sui quattro di Liverpool oppure la realtà, ma ci interessa fino a un certo punto. Quello che è certo è che le leggende sui Beatles, anche nel calcio, non moriranno mai.