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Carolina Germini
25 Agosto 2021

Rino Gaetano, il figlio unico dello sport

A mano a mano con il suo universo sportivo.

Il modo di comporre di Rino Gaetano somiglia ad una telecronaca: un susseguirsi di immagini di realtà commentate dalla sua voce, alla velocità supersonica di chi sa bene che il tempo scorre troppo in fretta per non afferrarlo al volo.  Sarà per questo che lo sport è entrato nei suoi testi, come un altro di quegli argomenti che non è possibile ignorare se si è attenti e curiosi osservatori di un mondo in continua trasformazione.

I nomi degli sportivi sono disseminati qua e là in quegli infiniti elenchi che da sempre hanno caratterizzato i suoi brani. In Nuntereggae più, canzone del 1978, che dà il titolo al suo quinto album uscito in quell’anno, Rino non risparmia nessuno e butta giù una lista nera di personaggi che hanno ormai occupato la scena italiana. Figure onnipresenti che non sopporta più sentir nominare: Raffaella Carrà, Francesco Guccini, Mike Bongiorno, Paolo Villaggio e molti altri.

È diventata ormai famosa quella volta in cui Maurizio Costanzo, nominato anche lui nella canzone, invitò Rino Gaetano in studio al programma Acquario e gliela fece cantare di fronte alla signora Agnelli, menzionata nel testo, la quale però non si fece cogliere impreparata, come credeva ingenuamente Costanzo. Eh no, lei Nuntereggae più la conosceva e come, anche grazie ai figli che, amandola molto, la ascoltavano spesso.

Quel genio di Rino Gaetano

In quell’ “Italietta” tratteggiata da Rino ci sono anche alcuni volti notissimi dello sport di quegli anni, nominati in fila uno dopo l’altro. Prima passa in rassegna i giocatori della Nazionale: dribbla Causio che passa a Tardelli Musiello, Antognoni, Zaccarelli, poi Gianni Brera, grande firma del giornalismo sportivo, e infine Bearzot, Monzon, Panatta, Rivera, D’Ambrosio, Lauda, Thoeni.  Da Enzo Bearzot, calciatore e allenatore che guidò nel 1982 la nazionale italiana al pugile Monzon, storico avversario di Nino Benvenuti, a Gianni Rivera, grande giocatore del Milan, a Luigi D’Ambrosio, noto conduttore radiofonico, a Niki Lauda, campione mondiale di Formula 1, a Gustav Theoni, uno dei più grandi campioni di sempre dello sci alpino.

E poi Adriano Panatta, mitico tennista che due anni prima, nel 1976, trionfò in Cile alla Coppa Davis, giocata in un momento molto particolare della storia del Paese che la ospitava. Da tre anni infatti il generale Augusto Pinochet era al potere, dopo aver rovesciato con un colpo di Stato il governo del socialista Salvador Allende.

Partecipare a quel torneo quindi significava per l’Italia prendere una posizione politica molto netta rispetto al governo di Pinochet.

In quel caso Berlinguer, anche lui presente nella canzone, pur non essendo mai nominato ma solo imitato da Rino che ripeteva con il suo tono di voce la frase “Il nostro è un partito serio”, si oppose fortemente alla partecipazione di Panatta, che decise comunque di partire ma, una volta sceso in campo, stupì tutti indossando una maglietta rossa in segno di protesta.

Adriano Panatta in campo a Santiago nella finale di Coppa Davis del 1976 con la famosa maglia rossa

Forse pochi sanno che il tennista più amato dagli italiani non compare solo in questo testo di Rino. È a lui infatti che dedica il brano Sandro trasportando:

Tutte le mattine Sandro

Portava la minestra al suo papà

Guardiano al tennis club

Sempre quella stessa strada

In un’ora che da anni non cambiava

Tutte le mattine Sandro

Attraverso quella rete invidiava

I signori al tennis club

Che giocavano in maglietta

Anche lui vuole comprare una racchetta per sé

Il padre di Panatta infatti era custode dei campi del “Tennis Club Parioli” e il figlio aveva quindi fin da subito preso grande confidenza con questo sport, desiderando un giorno giocare come quelli che vedeva in campo. Questo mondo, osservato attraverso una rete, ricorda un altro punto di osservazione: quello di Rino, che dalla sua cameretta in un seminterrato guardava gli altri solo attraverso la finestra. Da lì si potevano vedere le scarpe della gente e il cielo rimaneva nascosto. E allora Rino dalla sua stanza non poteva che desiderare un cielo sempre più blu, così come Panatta sognò di diventare un giorno un campione.

Lo sport torna nei brani di Rino nei momenti più inaspettati.

Ma in fondo questa era una delle sue caratteristiche: sorprendere, lasciare senza fiato, provocare continuamente l’ascoltatore e nel momento in cui è sfinito, colpirlo. È a tutti gli effetti questo il gioco a cui siamo invitati: decifrare, comprendere e non distrarci mai perché la musica di Rino è un ping pong, un salto continuo da una parte all’altra del campo. Lui stesso si sottopone a una prova continua quando compone e canta: memorizzare infiniti nomi e ripeterli fino a quasi perdere il fiato.

E se lui è il primo avversario di sé stesso, sa bene che il divertissement, il divertimento che nasce con l’intento di distrarci, è un’ottima strategia per vincere. È proprio distraendo l’ascoltatore con ritornelli apparentemente senza senso e con parole che sembrano messe lì solo per fare rima, che Rino riesce a mimetizzarsi, apparendo come un giocatore senza troppe pretese, rivelandosi poi a fine corsa il migliore di tutti. Il ping pong non è solo il gioco-metafora della sua movimentata e saltellante creatività ma è anche il titolo di una canzone, contenuta nel suo ultimo album E io ci sto del 1980. Rino qui riporta le notizie che legge sul giornale ed è proprio un giornale che tiene aperto in mano nella fotografia che lo ritrae nella copertina dell’album.



Questo stamane sul giornale

Il Cosmos gioca a baseball

Il riferimento qui è alla squadra americana New York Cosmos, fondata nel 1970. Dire che il “Cosmos gioca a baseball” forse è una provocazione: rimanda al fatto che in quegli anni negli States solo il baseball veniva riconosciuto come sport universale. Ma questo non è l’unica notizia sullo sport che Rino simbolicamente sfoglia. Ve n’è un’altra più oscura:  “Woytila sfida la Calligaris”: Papa Giovanni II e la nuotatrice Novella Calligaris idealmente competono. Questo perché Woytila era una grande sportivo e continuò ad allenarsi anche una volta diventato pontefice, nella piscina del Vaticano. Bisogna pensarci un po’ prima di comprendere il senso di questa frase. Ma in fondo, lo abbiamo detto, Rino sfida i suoi ascoltatori.

Da una canzone più giocosa come Ping Pong facciamo un salto indietro ad un brano del 1976: Mio fratello è figlio unico, che dà il titolo al suo secondo album. Il fratello unico è l’escluso per eccellenza, raffigurato dalla figura del cane, che compare sulla copertina. Un cane illuminato da un faro che lo abbaglia e lo isola. È l’incompreso, l’emarginato. È quello che non si accontenta dei luoghi comuni e non si lascia convincere dagli spot pubblicitari. Non ignora che “esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati” ed ha il coraggio delle proprie idee.

Non si lascia illudere “perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone”. Giorgio Chinaglia, soprannominato Long John, che proprio nell’anno di uscita dell’album, il 1976, si trasferì nel campionato americano per giocare con i New York Cosmos, la stessa squadra che, come abbiamo visto, Rino nominerà due anni più tardi nel brano Ping pong. A dimostrazione che nella sua musica nulla è lasciato al caso, come invece i vari Boncompagni e Costanzo volevano far credere. C’è una circolarità interna, tipica di chi ha in mente un disegno preciso. La creatività è la ricerca di un ordine nel caos. C’è una visione del mondo, una sensibilità artistica, un’attenta e acuta osservazione della realtà, lo spirito critico del figlio unico.

Giorgio Chinaglia con la maglia dei New York Cosmos al fianco del mitico Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelé

E c’è il trionfo della libertà espressiva, di chi intelligentemente sa che bisogna inventare un proprio linguaggio in codice per non essere stanati. Ascoltando un brano come Io scriverò è difficile infatti non identificare Rino con il personaggio descritto in Mio fratello è figlio unico. Forse, a credere che Chinaglia non sarebbe mai passato al Frosinone, era proprio lui per primo. Lui, che con sguardo acuto, guardava sempre oltre, proprio come dalla sua stanza immaginava il cielo.

Più ascolto la musica di Rino Gaetano e più mi domando come sia possibile che in soli otto anni, dal 1973 al 1981, abbia potuto scrivere testi così complessi e originali e dove trovasse l’energia per essere sempre così controcorrente ed istrionico in un mondo che lo ostacolava e lo svalutava di continuo e che soprattutto non lo comprendeva.

Come ha fatto a non arrendersi? Forse perché, come disse una sera durante un suo concerto sulla spiaggia di Capocotta, lo muoveva la speranza che le sue canzoni sarebbero state ascoltate dalle generazioni successive.

Perfino mio padre, che ha condiviso con Rino una lunga amicizia e la passione per la musica, si domanda dove trovasse il tempo per informarsi così tanto, per essere sempre aggiornato su tutto. Nell’ultimo anno abbiamo provato a interrogarci insieme su questo mistero profondo che si nasconde dietro la sua inesauribile creatività e senza la pretesa di esaurire il discorso né tantomeno di avere delle risposte, abbiamo continuato a sorprenderci e a stupirci ogni giorno mano a mano che scoprivamo un nuovo riferimento o un altro gioco di parole. Da questa nostra lunga conversazione è nato un libro: Raccontami di Rino, un confronto serrato sulle sue sonorità, sui testi e soprattutto sull’amico che è stato e naturalmente sull’era d’oro della musica degli anni ‘70.

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