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Emanuele Iorio
5 Aprile 2022

Robert Plant, Led Zeppelin e Wolves

Emanuele Iorio

11 articoli
Alle origini del football, alle origini del rock.

I Led Zeppelin sono stati uno dei gruppi più importanti di tutta la storia del rock. Basti un dato: un genere come l’hard rock, senza di loro, non si sarebbe mai potuto sviluppare. Esisteva già ovviamente il cosiddetto rock “duro”, che altro non era se non una versione estrema del blues rock di matrice Rolling Stones, che band come i Cream e gli Who avevano già fato proprio alla fine degli anni Sessanta, ma i Led Zeppelin andarono oltre, donando a quel genere una potenza, una velocità e anche una carica epica che mai si erano sentite prima, e che eserciteranno una notevole influenza su molti gruppi a venire (basti solo pensare a band come gli Aerosmith, i Queen, i Kiss, oppure agli esponenti dell’hard rock revival degli anni Novanta, come i Jane’s Addiction o i Soundgarden, che senza il lascito del “Dirigibile” difficilmente avrebbero suonato la stessa musica per cui sono oggi conosciuti).

In particolare questo risultava maggiormente evidente nelle esibizioni live, dove il gruppo dava forma a delle vere e proprie orge musicali selvagge e dirompenti, grazie anche all’eccelsa caratura dei suoi musicisti, tra cui il batterista John Bonham, una vera e propria furia umana dietro le pelli, il chitarrista Jimmy Page, con i suoi assoli psichedelici infernali e sognanti al tempo stesso, il bassista/tastierista John Paul Jones, uno dei migliori interpreti in assoluto di entrambi gli strumenti, e infine il front man, Robert Plant.


Robert Plant, rock and blues (prima dei Wolves)


Robert Plant nacque a West Bromwich il 20 agosto del 1948, e non ci mise molto a scoprire la sua “vocazione da rockstar”: galeotto fu l’incontro con il rock ‘n roll di Elvis Presley alla tenera età di 10 anni, che sin da subito lo spinse a voler seguire le orme del divo di Tupelo abbandonando qualsiasi altro sogno infantile:

“Da bambino mi nascondevo dietro le tende di casa a Natale, e cercavo di essere come Elvis. C’era un’atmosfera particolare e un rumore particolare per un bambino di 10 anni che si creava tra quelle tende.”

I suoi genitori, soprattutto il padre (un ingegnere civile reduce della Seconda Guerra Mondale, in cui aveva lavorato per la RAF, l’aviazione britannica), non approvarono quasi per nulla la vocazione giovanile del nostro, tanto che Robert, dopo aver abbandonato la scuola a 16 anni, ormai del tutto convinto di voler sfondare nel mondo della musica, decise nello stesso periodo di lasciare anche casa, e mantenersi da solo con vari lavori occasionali, unicamente per provare a diventare un cantante rock: “Ho lasciato casa a 16 anni, e da lì ho iniziato la mia vera educazione musicale, spostandomi di gruppo in gruppo, approfondendo la mia conoscenza del blues e di altra musica che valeva la pena ascoltare.”

E sarà proprio il Blues, la musica sacra degli afroamericani, ad esercitare l’impatto maggiore su Plant, tanto che all’inizio della carriera militerà come cantante in diversi gruppi blues britannici, come i Crawling King Snakes, dove conoscerà il suo futuro compagno alla batteria negli Zeppelin, John Bonham, che lo seguirà anche nei Band of Joy, altro gruppo di matrice blues a cui Plant presterà la voce per due anni, dal 1966 al 1968.



Oltre all’interesse per il blues e il Rock and Roll, Plant sviluppò anche un forte interesse per la letteratura fantasy, in particolare verso l’opera di J.R.R. Tolkien, e anche per la mitologia: ciò risulta particolarmente evidente nei testi di alcune canzoni scritte durante la militanza nei Led Zeppelin, insieme al chitarrista Jimmy Page, come “Ramble On” e “The Battle of Evermore”, che contengono espliciti riferimenti al “Signore degli Anelli”, o composizioni come “Immigrant Song” e “Achilles Last Stand”, la prima ispirata alla mitologia norrena, la seconda a quella greca.

L’incontro con il succitato Page, che darà inizio alla grande saga degli Zeppelin, avvenne nel 1968, in un locale di Birmingham, in cui Plant si stava esibendo con il suo nuovo gruppo, gli Hobbstweedle: il chitarrista era alla ricerca di un cantante per la sua nuova band, e dopo aver assistito all’esibizione di Plant nel locale non ebbe alcun dubbio sulle sue qualità canore, proponendogli immediatamente di unirsi a lui: “Non riuscivo davvero a credere, visto che mi aveva detto che cantava già da un po’ di anni, che non fosse ancora diventato una celebrità”, disse Page intervistato qualche anno dopo, sull’impressione che ebbe nei confronti di Robert appena lo vide e, soprattutto, lo sentì per la prima volta.

Unitosi definitivamente a Page, e anche per la terza volta (quella buona) al batterista John Bonham, il quartetto era completato dal bassista/tastierista John Paul Jones.

Sulla scelta del nome, la versione più diffusa (e probabilmente più credibile) è quella che inizialmente prevedeva che il gruppo fosse conosciuto come Lead Zeppelin”, ovvero “Dirigibile di Piombo”, un ossimoro voluto che ricordava quello degli Iron Butterfly (“Farfalla di Ferro”) , gruppo di rock psichedelico a loro contemporaneo, ma si pose il problema del doppio significato della parola “Lead”, che oltre a piombo, in inglese è anche usato per dire “guida/conduzione”. Per evitare fraintendimenti semantici, Page decise di togliere una vocale e trasformarlo in una nuova parola, “Led”.

plant wolves jimmy page
Robert Plant e Jimmy Page, nel 1977

Nel 1969 i Led Zeppelin debuttarono con il loro primo e omonimo disco, con l’iconica copertina del dirigibile in fiamme (un’immagine del vero incidente del dirigibile tedesco LZ 129 Hindenburg del 6 maggio 1937, che andò in fiamme mentre stava percorrendo un atterraggio) e che, malgrado le iniziali critiche delle riviste musicali, fu subito un grande successo commerciale, ottenendo il disco d’oro per aver venduto più di 10 milioni di copie nel mondo.

La voce di Plant balzò alle orecchie degli ascoltatori per essere una delle più estreme mai sentite allora, uno stile di canto molto più animalesco e sguaiato di quello di Mick Jagger e di tutti i bluesman che lo precedettero, riuscendo a risultare, oltre che tecnicamente notevole, per l’estensione vocale che il nostro possedeva, anche clamorosamente sensuale e perversa: basti ascoltare il vero e proprio orgasmo canoro di “Dazed and Confused”.

Quel primo, incendiario (in tutti i sensi) album di debutto fu solo l’inizio della leggenda dei Led Zeppelin, che nello stesso anno fecero uscire anche il secondo disco, senza titolo (comunemente noto come Led Zeppelin II), ancora più estremo del suo predecessore (forse l’apice ineguagliato dell’hard rock tutto), che ebbe ancora più critiche negative e ancora più successo di pubblico.

L’avventura dei nostri proseguì per altri 10 anni, dopo aver sfornato almeno altri tre dischi memorabili, come Led Zeppelin III (virato su sonorità più folk, sicuramente il loro disco più “leggero”), Led Zeppelin IV (qui è contenuta “Stairway to Heaven”, l’apice compositivo del quartetto) e infine Physical Graffiti. Dopo la tragica morte del batterista John Bonham, avvenuta il 25 settembre del 1980 a soli 32 anni, il gruppo si sciolse immediatamente, ponendo fine a quella grande saga che segnò indelebilmente la storia del rock. I restanti membri del gruppo, Plant compreso, intrapresero successivamente delle carriere soliste con alterne fortune commerciali e critiche.


Con i Wolves, per il Wolverhampton


In molti non sanno che oltre alla musica, per cui ha dedicato (e continua a dedicare) l’intero percorso di vita, e alla letteratura fantasy/mitologica (anch’essa fondamentale per la realizzazione della sua carriera artistica), Robert Plant ha una terza grande passione, che mette equamente sullo stesso piano delle altre due: il calcio, o per meglio dire il tifo sfegatato per i Wolves, il Wolverhampton Wanderers.

Per farvi capire quanto la passione di Plant per i “Lupi Arancioneri” sia più di un semplice hobby, basti sapere che nel 2009 Plant è stato nominato vice-presidente del club (!), carica che detiene tutt’ora, e che, pur nell’emozione del momento, non poteva sentirsi di rifiutare: “Prima di tutto sono lusingato, ma al tempo stesso anche imbarazzato”, dichiarò in un’intervista all’Express & Star (quotidiano di Wolverhampton), in merito alla sua nomina in società, aggiungendo che “ci sono così tante altre persone che sono importanti e rilevanti per il club (…) che hanno visto molte più partite di me, e sono in grado di tenere d’occhio quello che succede in società”.

Eppure Plant è ancora lì, nelle tribune dello storico “Molineux Stadium” (in piedi dal 1889), a seguire i match del suo amato club nelle postazioni dirigenziali privilegiate, in un ruolo che neppure la nuova proprietà cinese del club, la multinazionale “Fosun International”, in carica dal 2016 dopo aver acquistato il club per 45 milioni di sterline da Stephen Morgan, il precedente proprietario (e colui che nominò Plant vice-presidente), ha osato mettere in discussione. 



Tra le star del mondo della musica appassionate di pallone, soltanto Elton John si è spinto più in alto di Plant per la sua squadra del cuore, nel suo caso il Watford, divenendone proprietario e presidente nel 1976, rimanendone poi in carica sino al 2002. Lo stesso Plant comunque provò ad acquistare il club nel 1982, dopo che i suoi amati Wolves retrocedettero nella seconda divisione inglese, mettendosi d’accordo con un’altra rockstar, il batterista dell’Electric Light Orchestra Bev Bevan, anch’egli tifosissimo dei “Wanderers”, ma alla fine la trattativa non andò in porto.

Ma da dove nasce la grande passione di Plant per i Wolves?

Prima un po’ di storia: Robert Plant è nato a West Bromwich, casa del West Bromwich Albion, acerrimi rivali proprio dei “Lupi Arancioneri” contro cui disputano il cosiddetto “Black Country Derby” (dal nome della regione delle due città, separate da una distanza di soli 20 km), rivalità regionale antichissima (le due squadre si incontrarono la prima volta nel lontano 1886, in un match di FA Cup) e molto sentita da ambo le parti ancora oggi.

Il “battesimo” di Plant con il Wolverhampton avvenne quando aveva solo 5 anni, e suo padre lo portò a vedere un match dei Lupi contro il Liverpool, come da lui dichiarato in un’intervista al Guardian: “Seguo i Wolves da 65 anni (…). Tutto è iniziato quando mio padre mi ha portato a vederli giocare contro il Liverpool, e ho pensato che Billy Wright mi avesse salutato. Non ho tenuto conto del fatto che c’erano 15.000 persone in piedi da quel lato del terreno”.

wright plant wolves inghilterra
Una foto del 1959 di Wright con la maglia dei Tre Leoni (è il secondo in alto da sinistra)

Billy Wright non era un calciatore qualsiasi allora: non solo all’epoca era il capitano dei Wolves, ma ne è stato con ogni probabilità il calciatore più rappresentativo in assoluto. Nel suo periodo da capitano della squadra, il Wolverhampton visse il suo massimo periodo di gloria, durante gli anni Cinquanta, in cui vinse tre First Division (1953-54; 1957-58; 1958-59), una FA Cup (1948-49) e due Community Shield (1949; 1954), imponendosi come una delle squadre più forti e popolari della Nazione. Inoltre Wright, difensore centrale famoso per la sua correttezza in campo (non ricevette alcun provvedimento disciplinare in carriera), fu il primo calciatore in assoluto a raggiungere le 100 presenze con una Nazionale, e nel 1957 (all’età di 33 anni) arrivò secondo nella classifica del Pallone d’Oro, dietro solo al leggendario Alfredo Di Stefano.

Lo stesso Plant ricorda l’emozione di aver incontrato il suo idolo sportivo (ovvero l’idolo sportivo di ogni tifoso Wolves) molti anni dopo: “Anni dopo ho incontrato Billy in un programma tv per bambini, dove era ospite. Era come se gli Zeppelin incontrassero Elvis.

Ed il paragone con Elvis non è affatto casuale, considerato che è stata proprio la leggenda del Rock and Roll a far scoprire al piccolo Robert il mondo della musica, e ad innamorarsene subito, così come è stato Billy Wright a far scoprire al piccolo Robert il mondo del calcio, con conseguente innamoramento.

Durante gli anni d’oro con i Led Zeppelin, malgrado gli incessanti impegni discografici nella registrazione e nella composizione degli album, oltre che, soprattutto, dei lunghissimi tour in giro per il mondo (perché gli Zeppelin erano una band che dava sempre il meglio di sé dal vivo), Plant non mise mai neanche per un istante in secondo piano la sua passione verace per i Wolves, anzi fece di tutto per non perdersi un singolo match, che fosse da casa davanti alla televisione o direttamente nelle tribune del “Molineux”, con tanto di sciarpa al collo e divisa della squadra indosso.

Robert Plant “giocatore” mancato dei Wolves

Per evitare di perdersi le partite dei suoi Wolves, Plant era disposto persino a fingere di essere malato, evitando così di esibirsi in concerto con la band per poter seguire la sua squadra: “Ogni volta che lasciavo l’Inghilterra quando la mia squadra andava molto bene, dopo tutti gli anni che la seguivo mi dicevo: perché sono in tour proprio adesso?”, dichiarò in un’intervista per il New Times, aggiungendo che lo stratagemma che architettava per “scappare” dagli impegni con gli Zeppelin e andare a seguire la squadra era molto semplice:

“A volte prima di un concerto mi arrivavano dei misteriosi mal di gola, giusto poche ore prima di una partita, così riuscivo ad andarla a vedere e ritornare il giorno dopo completamente guarito.”

Per Plant la passione calcistica era talmente forte che a volte soverchiava persino il lavoro da musicista. Dopotutto il tifo è pur sempre una “malattia”, e Plant scoprì il calcio ben prima della musica. La doppia finale di Coppa Uefa del 1972 probabilmente Robert se la vide dal divano di casa, ma la vittoriosa finale di Coppa di Lega del 1974, vinta dai suoi Wolves per 2 a 1 contro il Manchester City, partendo anche da sfavoriti (il City non era certo la squadra fenomenale di oggi, ma poteva comunque contare su grandi giocatori come Denis Law e Colin Bell), riuscì invece a godersela allo stadio, e non uno stadio qualunque ma il tempio di Wembley, dove la finale di Coppa di Lega (come quella di FA Cup) veniva disputata:

“Quando abbiamo vinto la Coppa di Lega nel 1974 fu un delirio totale. Al gol del 2 a 1 quasi mi ruppi una gamba esultando. E ci misi tre giorni per tornare a casa da Wembley, non ricordo quasi più nulla di quel ritorno a casa.”

Probabilmente Robert avrà provato più emozioni in quella finale e in quel lungo viaggio per tornare a casa, che in una qualsiasi serata a base di “sesso, droga e rock and roll”. Il Wolverhampton vinse l’ultimo trofeo ufficiale nel 1980, lo stesso anno dello scioglimento dei Led Zeppelin, vincendo un’altra Coppa di Lega, e ancora una volta partendo da sfavoriti, visto che sconfissero il Nottingham Forest di Brian Clough, allora campione d’Europa in carica, per 1 a 0. Quella prestigiosa vittoria fu però il canto del cigno della squadra arancionera, che due anni dopo retrocederà in First Division, e precipitando sempre più in basso, sino addirittura a sprofondare nella Fourth Division negli anni Ottanta.

Soltanto di recente il club sembra essersi stabilizzato definitivamente in Premier League, come squadra di media classifica, dopo che nel corso degli anni 2000 aveva centrato due volte la promozione in massima serie, nel 2003 e nel 2009, ma restandoci solamente per una e tre stagioni rispettivamente, ritornando in Championship nel 2012. In un’intervista risalente al 2008, lo stesso Plant ammise che tifare per i Wolves in quel periodo “era la cosa più vicina a camminare sotto un autobus. Puro masochismo. Suppongo che il tifo sia un po’ come una religione, ma nei giorni della partita non porto il crocifisso.”

La situazione del club, e dunque del tifo “masochistico” del nostro, sembra essere ora migliorata, visto che la squadra al suo ritorno in massima serie nel 2018 è riuscita addirittura a qualificarsi per l’Europa League (nella stagione 2018/19 infatti i Wolves sono arrivati settimi). Per testimoniare definitivamente il suo forte legame con la squadra (se ci fosse ancora bisogno di un’altra prova…), durante la festa per la promozione in Premier League nel 2018, Plant si è esibito in concerto dentro lo stadio, cantando un grande classico del repertorio “zeppeliniano”, ovvero Whole Lotta Love. “Un sacco di amore”, quello che da più di sessant’anni prova per questa squadra.

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