Editoriali
02 Agosto 2020

Il Bomberismo è una piaga culturale e sociale

In ritardo di vent'anni i bomber non si arrendono.

Milano, 8 Giugno 1990. Sul terreno di San Siro, con una cerimonia tanto autocelebrativa quanto ammiccante al rinnovato spirito internazionale meneghino (tra le canzoni trasmesse durante l’evento spicca We Are The World) ha inizio Italia ’90. Il torneo, da tanti celebrato come l’ultimo grande campionato mondiale per la sua capacità di coniugare tradizione e modernità, è il colpo di coda della Milano da Bere alle porte di Tangentopoli.

 

 

Il canto del cigno di una certa Italia calcistica e non (tralasciando l’exploit del mondiale 2006) passa attraverso i trionfanti capi disegnati da Valentino e Ferrè per la cerimonia inaugurale che nasconde, come polvere sotto il tappetto, gli esorbitanti costi infrastrutturali, mai rientrati, di un’Italia che voleva farsi bella, pop, dinamica e benestante sullo scacchiere internazionale a trent’anni di distanza dal boom economico.

 

 

Simbolo delle notti magiche del ‘90 è Un’Estate Italiana, l’inno del mondiale a firma Giannini-Bennato. Un pezzo iconico forse più per la sua carica simbolica che per la musica, ma che a trent’anni di distanza non fa altro che rigirare il coltello nella piaga di un’Italia calcisticamente, culturalmente, nonché musicalmente agonizzante.

Nell’estate italiana 2020 ci troviamo infatti prigionieri dei trend da social media, a doverci anche sorbire il concetto di “bomberismo”.

Se l’appellativo di “bomber” – agognato trofeo morale del novello vitellone provinciale italiano degli anni ’10 – non faceva più ridere alla seconda settimana di trend nel 2011, figuriamoci a quasi dieci anni di distanza. Che in Italia si sia anacronisti per natura – basti guardare le quotidiane baruffe politiche, o semplicemente come vadano ancora di moda i pantaloni skinny, compreso nella scena trap, o ancora il fatto che ci siano voluti dieci anni buoni e tanti talenti buttati per intuire il potenziale della famigerata musica “indie” – non è certo mistero. A fare notizia è, però, l’inspiegabile necessità di incidere nel 2020 “Una Vita da Bomber”, tormentone estivo a firma del triumvirato Vieri, Adani, Ventola (Ventola?!).

 

 

Glissando sull’incomprensibile ruolo di Ventola, che la mia mente aveva relegato, sovrappeso, a qualche festa di un bagno della Costa Smeralda – di quelli in cui sia l’arredo che il dress code richiedono l’all-white, che se non fosse per l’abbronzatura si confonderebbero gli avventori con degli adepti del Klu Klux Klan – vorremmo spendere alcune parole sull’ultima hit di cui nessuno aveva davvero bisogno.

 

 

“Vamos carajo!” (ci accorgiamo solo ora che il nostro sistema operativo, evidentemente con i giusti anticorpi, si rifiuta di caricare “Una vita da bomber”: per vedere il video ufficiale e la realtà che supera l’immaginario cliccate qui)

 

 

Vieri, che a onor del vero è un dignitoso opinionista (ma solo quando si esprime in inglese per beIN Sports) è anacronista quanto la sua canzone anche nella vita privata. Un ex calciatore che figlia con un’ex velina, un atto così fuori tempo che quasi risulta commovente nel suo tentativo di rimanere aggrappato all’Italia tutta cerchietto nei capelli, Billionaire e Sweet Years degli anni 2000. “Una Vita da Bomber” è cosi 2002 che, infatti, se ne infischia bellamente dell’insorgente femminismo e butta un gruppo di formose calciatrici-ballerine di fronte alla camera come carne da macello. In barba a Veline e Letterine, altro simbolo di quell’Italia bomberistica ormai capitolata.

 

 

Altrettanto ignota e fuori luogo la presenza di Adani, uno che si è (auto)imposto – con il benestare del bomberismo da social media – come filosofo del pallone, dimenticandosi che nel calcio di accademici della sfera c’è stata giusto l’eccezione di Socrates. Non si capisce, dunque, la crudeltà di Sky e similia di confermare impietosamente lo stereotipo sui limiti intellettuali dei calciatori; come se bastasse una barba a fare di un uomo di mezza età un saggio.

 

 

Se addirittura quei bomber di provincia che si erano fatti crescere la barba fino al petto, in un delirio neo-hipster di idolatria nei confronti di Moscardelli, ora si sono rasati ed hanno messo su famiglia, sfugge dunque cosa nutra le aspettative di posizionamento in classifica dei demiurghi della canzone. Nel migliore dei casi è un divertissement da vitelloni, pardon, da bomber; nel peggiore è una mossa di mercato che suggerisce come il “bomberismo” nutra ancora una folta schiera di iniziati ed abbia un residuo di appeal commerciale.

 

Brrr…

 

 

I Loris Batacchi Capufficio Pacchi si sono spostati dal bar sport di paese ai social media, chiaramente senza mai lasciare il paesello. D’altronde, molto mammone, il bomber che si vanta seduttore il sabato sera, la domenica pranza da mammà, che gli smacchia e stira anche la bianca camicia slim fit – altra pesantissima eredità dei 2000 – macchiata di Spritz o Moscow Mule la notte precedente. Ex frequentatore delle discoteche provinciali, anch’esse ormai fuori moda, il bomberone del nuovo decennio arranca, tra un’incipiente stempiatura e l’ennesimo, solito aneddoto dei suoi exploit a calcetto, in un cocktail bar o pub del centro.

 

 

Riflessi nei suoi occhiali da sole dalle lenti a specchio scorrono post che abusano del termine “ignoranza”, eletto a mantra privo di vero significato. L’ignoranza, dopotutto, sta nel parlare di un non ben precisato “calcio romantico” continuando a vivere la passione per il pallone in funzione dei salotti televisivi, del fantacalcio, delle polemiche VAR, dei meme da Whatsapp, e del look di Cristiano Ronaldo.

Insomma, l’antitesi di quel calcio romantico che dalla provincia potrebbero far rinascere ma che contribuiscono a far ulteriormente morire.

Al “bomber” va imputata la responsabilità di avere trasformato la quotidiana banalità di calciatori senza né arte né parte, copia sbiadita dei maverick che furono – quelli sì, dei veri cavalli pazzi senza gli introiti del calcio contemporaneo e senza la visibilità dei social – in personaggi di culto, in nuovi modelli attitudinali per difetto in virtù del loro essere “ignoranti” o “brutti”. Una dinamica che ricalca il vuoto di riferimenti culturali nell’Italia degli ultimi vent’anni.

 

 

Ora, non crediate che chi scrive sia un pedante e snob intellettuale che non ha mai calcato un campetto di provincia. Anzi. A volere dei novelli Brera o Mura forse si chiederebbe troppo, per carità, qua ci si accontenta anche di un sobrio Nando Martellini. “Una Vita da Bomber” ricorda il tentativo ultimo di riprendere la Francia del Napoleone dei cento giorni in fuga dall’Isola d’Elba, il Mussolini di Salò, o meglio, l’ultimo disperato tentativo di Lele Mora scarcerato di ricostruire l’ormai archiviata Italia Smeralda.

 

 

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