Sul carro dei vincitori c’è qualcuno che gongola più degli altri. È Boris Johnson, decisivo nel fallimento della Superlega. Il premier britannico si è fatto paladino degli interessi della Premier League, la lega più ricca del continente. Le pressioni del governo si sono aggiunte a quelle dei tifosi. Ne è nata un’alleanza: da un lato le minacce di Johnson, dall’altro le proteste di Anfield e Stamford Bridge. Un coro unanime: il campionato nazionale non si tocca.

 

 

I club ribelli – Manchester City, Manchester United, Chelsea, Liverpool, Arsenal e Tottenham – non hanno resistito, e la levata di scudi ha partorito il dietrofront: il City ha capeggiato la ritirata, attirando le critiche di Florentino Perez. Il presidente del Real Madrid, ideatore del progetto insieme ad Andrea Agnelli, ha parlato non a caso di pressione dei Citizens sugli altri club di Sua Maestà per uscire dalla (neo- e mai nata) lega.

 

 

Ma a rivelarsi decisivo è stato il ruolo di Boris Johnson. Il premier ha calato l’asso nella manica: la Brexit. Fuori dall’Unione Europea, il governo inglese avrebbe infatti avuto il potere di negare i visti ai calciatori stranieri. Così Johnson si sarebbe messo di traverso nel florido calciomercato prospettato dai ‘super club’, intimorendo i ribelli con pressioni pesanti e fondate: dall’arrembaggio, si è dunque passati alla ritirata.

 

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Boris Johnson si cimenta in un’improbabile parata (Toby Melville – WPA Pool/Getty Images)

 

 

I tifosi hanno fatto il resto. Le proteste dei fan sono state rinvigorite dalle dure prese di posizione di calciatori e leggende del calcio d’Oltremanica (Gary Neville, Rio Ferdinand e Gary Lineker su tutti). Klopp e Guardiola hanno acceso la miccia della rivolta. Il capitano del Liverpool, Jordan Henderson, ha aperto il dialogo con i calciatori della Premier League. Chiaro anche il messaggio delle ‘piccole’, o per meglio dire le altre: dal Wolverhampton al Leicester passando per il Leeds, tutti contro la Super League.

 

 

Ma a tessere la ragnatela che ha soffocato le velleità di Superlega è stato lui, Boris Johnson. Il suo governo, nel frattempo, è cresciuto nei sondaggi. Dopo aver vissuto fasi convulse all’alba della pandemia, il piano vaccinale è decollato (in Inghilterra sono state vaccinate oltre 37 milioni di persone), e nella semifinale di FA Cup tra Leicester e Southampton lo stadio di Wembley ha ospitato quattromila tifosi: un test-match in vista della riapertura del 17 maggio. Sprazzi di normalità che hanno fatto impennare l’indice di gradimento del governo.

 

Le mosse di Johnson hanno sconfinato il mondo del calcio: è sempre il vento della politica a portare tempeste.

 

La Superlega ha rappresentato l’assist perfetto per la propaganda antieuropeista. A Downing Street hanno colto la palla al balzo: Johnson ne ha fatto una battaglia nazionale, riuscendo a strappare consensi specie tra le fasce più giovani.

 

Dopo il comunicato nottetempo che annunciava la Superlega, Johnson ha minacciato leggi ad hoc per ostacolare il progetto, trovando alleanze lungo il cammino: la Premier, poi Uefa e Fifa. Con Čeferin e Infantino si è aperto un canale anti Super League. Nell’incontro con l’amministratore delegato della Premier poi, Richard Mastersad, Johnson ha ribadito la propria posizione: mosse politiche sorrette a livelli plebiscitari da stampa, tifosi e opinione pubblica. Secondo un sondaggio dell’istituto YouGov, su oltre 1730 britannici il 68% degli appassionati di calcio si è detto contrario alla Superlega. Soltanto il 4% è risultato a favore, con l’11% ancora indeciso.

 

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Estasiato dal football: Gary Neville, semplicemente il numero uno (Michael Regan/Getty Images)

 

Johnson, ingolosito dalla sommossa popolare, si è unito al tavolo degli indignati:

 

«Non c’è bisogno di essere un esperto per non provare orrore per un progetto simile, gestito da un piccolo numero di club. Il calcio non è un marchio o un prodotto. Anzi, è molto di più di uno sport».

 

Insomma Boris Johnson non ha resistito al proprio impulso populista. Si è trovato di fronte a una scelta: l’élite o il popolo. Simon Kuper ad esempio, editorialista del Financial Times e grande giornalista e scrittore di sport, il suo parere lo ha espresso chiaramente: «Johnson non ha guidato la rivolta, l’ha seguita. Era una rivolta popolare e l’istinto populista di Johnson è scattato».

 

 

L’endorsement di Johnson nei confronti della Uefa non è però da leggersi in chiave europeista bensì nazionalista. Il premier – nell’ottica del suo “Global Britain” post Brexit – ha infatti difeso a spada tratta gli interessi della Premier League, le cui ricche finanze sarebbero state messe a repentaglio dalla Superlega.

 

Mansour, lo sceicco proprietario del Manchester City (Francois Nel/Getty Images)

 

 

L’obiettivo di Boris Johnson era chiaro, difendere il campionato della Regina a tutti i costi: secondo il Times il premier – tramite il fidato consigliere personale Eddie Lister – avrebbe addirittura fatto pressioni sul governo degli Emirati Arabi Uniti per convincere il Manchester City, il cui proprietario è lo sceicco Mansour bin Zayed Al-Nahyan (membro della famiglia reale), ad abbandonare la Superlega. Con il rischio di una pesante crisi diplomatica tra l’Inghilterra e il Golfo. «La discesa in campo nella questione di uno dei consiglieri più storici e fidati di Johnson – sottolinea il Times – fa capire quanta pressione il governo Johnson abbia scatenato per far fallire la Superlega».

 

 

Da uno dei vincitori a uno dei vinti. Andrea Agnelli ha ammesso la resa: il presidente bianconero, ex numero uno dell’Eca, si è ritrovato isolato dopo la fuga delle inglesi e dell’Inter a meno di 48 ore dall’annuncio della Superlega. Nell’intervista concessa alla Reuters, il patron bianconero ha puntato l’indice contro la Brexit, riconoscendo la forte pressione esercitata dal governo Johnson: «Ho ipotizzato a tal punto che se sei squadre si fossero staccate e avrebbero minacciato la Premier League, la politica l’avrebbe visto come un attacco alla Brexit e al loro schema politico».

 

 

Qualcuno ha azzardato: l’Inghilterra, patria in cui è nato il football, ha salvato il calcio. Ma il pericolo sembra soltanto scampato. Certamente, se gli indici di gradimento di UEFA e FIFA restano sempre gli stessi (bassi), quelli di BoJo sono schizzati alle stelle: è servito un conservatore pop, sottovalutato dai più, a segnare una vittoria politica nel vuoto cosmico del calcio internazionale.