Calcio
24 Novembre 2022

Le radici italiane (e profonde) del Brasile

Da Feola a Scolari e Tite: il Brasile che parla tricolore.

Incastonato nel cuore del Latinoamerica vi è un luogo che, meglio di ogni altro, racconta e rinsalda gli antichi legami tra il Vecchio Continente e il Nuovo Mondo. Perla unica, intreccio di culture e tradizioni che la fanno apparire come un’enorme colonia europea: il Rio Grande do Sul. Spicchio brasiliano talmente prossimo ai vicini Uruguay e Argentina e così diverso dallo stereotipo “carioca” che possediamo del gigante verdeoro. Tanti fili riannodano la storia di questi luoghi con quella degli emigrati italiani. Molti di loro costretti ad abbandonare i villaggi di montagna lombardi o della pianura veneta per stabilirsi qui, creando una nuova società che mantenesse un forte legame con la Madrepatria. Attraverso una lingua, il “talian”, e lo sport popolare per antonomasia: il calcio.


I RAGAZZI DI CAXIAS DO SUL


Chi lo ha visto giocare, non aveva dubbi. Adenor Leonardo Bacchi era un vero leader. Califfo di centrocampo dai piedi buoni e il cervello fino. Si notava già allora che quel ragazzo, figlio di mantovani insediati nella Serra Gaúcha, avrebbe fatto strada nel “futebol” del futuro. Ade, come lo chiamavano tutti, sognava una carriera che lo portasse ai vertici del calcio. Senza aver fatto conti, purtroppo, con il fattore sfortuna. Troppi stop, le ginocchia scricchiolano e a 28 anni dice basta. Il Caxias, il suo club, deve fare a meno di lui. Il destino, però, decide di tendergli una mano e gli pone dinnanzi un uomo con il volto da attore hollywoodiano.

Occhi azzurri e baffi sottili. L’amore per il pallone e quelle stesse radici che qui, nel Rio Grande, posseggono in molti. Luiz Felipe Scolari, veneziano do Brasil (e cittadinanza italiana dal 2002), nonché mister del Caixas, entra nella vita di Bacchi con un errore. Ai primi allenamenti, leggenda vuole che inizi a chiamarlo con il soprannome Tite. Uno sbaglio che rimane tatuato nel ragazzo sino ai giorni nostri. Un’illuminazione: allenerà anche lui. Nessuno, siamo a fine anni Settanta, può nemmeno immaginare che quei due figli dello Stivale venuti al mondo tra le Pampas e le spiagge di Rio scriveranno un giorno la storia della nazionale di calcio più famosa di sempre: la Seleçao.

Nonostante un girone di qualificazione da imbattuto, la panchina di Tite, che in Qatar diventerà il ct più longevo della storia verdeoro, ha vissuto mesi traballanti.

La sconfitta in Copa America dello scorso anno è stato il punto più basso della sua gestione, un momento che aveva fatto dimenticare il successo contro il Perù del 2019. Un torneo perso contro i rivali di sempre, nello stadio di casa; quel Maracanà vuoto per le restrizioni della pandemia, che in Brasile ha fatto quasi 600mila morti; le tensioni tra il coach e il presidente Bolsonaro (altro veneto trapiantato da quelle parti). Al Capo di Stato infatti non erano piaciute le parole di Tite in appoggio ai giocatori contrari alla manifestazione, dando luogo ad una tensione politico-sportiva che aveva fatto vacillare il vecchio Ade. Un tema di certo non nuovo tra le pagine della Storia del colosso sudamericano.


IL GIORNALISTA E IL GENERALE


L’Italia, da questa parte del mondo, sembra esserci sempre. Radice profonda, eredità impossibile da recidere, che appare, scompare e poi ritorna. In una terra di funamboli del pallone, paesaggi mozzafiato e lìder sanguinari. Nel 1969, alla guida dell’allora bicampeao non c’è un allenatore, ma un fine umanista di nome João Saldanha. Giornalista, scrittore, intellettuale prestato al calcio, che sta conducendo i suoi verso il Mundial messicano. Per João Sem Medo, però, non tutto fila liscio. Ci sono un paio di problemi di difficile risoluzione. Primo: Saldanha è un militante del Partito Comunista e questo, alla dittatura del gaucho di origine italiana Emilio Medici, non piace per niente. Secondo, nell’undici iniziale non rientrano né il miglior calciatore di tutti tempi, Sua Maestà Pelè, né il favorito del generale, ovvero Dario Maravilha, detto Dadà, stella dell’Atletico Mineiro.

L’opinione pubblica mette pressione a Saldanha, ma il CT è uomo tutto d’un pezzo e risponde duramente.

«Non scelgo i ministri, come il presidente non sceglie i calciatori». Due settimane dopo arriva l’esonero. Mario Zagallo, più malleabile di Saldanha, convoca Dadà, ma senza fargli giocare nemmeno un minuto. E mentre il Brasile domina il torneo e umilia gli azzurri in finale, nel Paese il regime getta definitivamente la maschera, dando vita al periodo più cupo della repressione. Morti, violenze, arresti, torture. Pa frente Brasil” lo slogan del governo. Jairzinho, Gerson, Pelè, Tostao e il paulista-molisano Rivelino a incantare il mondo, mentre le denunce di Saldanha cadono nel vuoto e i militari di Medici legittimano il potere tramite la Coppa Rimet, alzata al cielo mentre il sangue scorre nascosto.


L’ALBA DEL NUOVO REY


Quando Zagallo sale al timone si rende subito conto che non occorre crogIoliarsi in equivoci tattici. Il Brasile è una buona squadra in difesa, un qualcosa di mai visto in attacco. Talmente forti che a centrocampo gioca il solo Clodoaldo, che nel Santos giostra da trequartista. A differenza di Valcareggi, che logora la formazione nella diatriba Mazzola-Rivera, Mario non si pone nessun dubbio.

«Se ho cinque numeri 10, perché non farli giocare tutti insieme?».

Una decisione che ha origini nell’esperienza di Svezia ‘58. Quando a cancellare l’onta del Maracanazo arriva un pingue allenatore salernitano, la cui famiglia si è stabilita dalle parti di Sao Paolo. Vicente Feola, il quale decide di convocare ed imporre titolare un 17enne sconosciuto che gioca nel Santos. Si chiama Edson Arantes do Nascimiento, per tutti Pelè. Nel momento in cui il ragazzino rimpiazza al centro dell’attacco il figlio di due poverissimi immigrati trentini, Josè “Mazola” Altafini, la stampa non gli risparmia critiche.

Pelé durante la finale mondiale del ’58 con la Svezia, finita 5-2 e in cui lui segnerà due gol

Bastano poche ore, però, per intuire che la mossa di Feola non ha solo cambiato le sorti della competizione, ma ha spalancato il calcio verso un’altra dimensione. Un personaggio da romanzo, il Professore. Raccontano che durante la gara contro l’Austria si addormentò per poi svegliarsi al 90′: con i ragazzi ormai in controllo del match, prese a incitarli come fossero in svantaggio. Per non parlare dell’appetito pantagruelico e della malattia che lo debilitava, nonostante i suoi 100 e rotti chili. Quello che poteva sembrare un uomo poco carismatico, impose un nuovo modo di pensare questo sport. Un vero futebol bailado, con fenomeni del calibro di Garrincha, Vavà, Didì, O’Rey, Dida e lo stesso Zagallo a dar spettacolo, protetti dalla guardia di Dino Sani a metacampo.


FELIPAO CONTRO TUTTI E QUEI RITORNI AMARI


Ogni quattro anni, le convocazioni portano polemiche. Non fa eccezione quella per la Coppa del 2002. Scolari decide di lasciare a casa Romario, ancora al top sotto porta nonostante le quaranta primavere e in cerca di rivincita dopo lo smacco di quattro anni prima. Il Baixinho punta il dito contro il CT e la folla, che lo adora, attacca Felipao, coach pericolante dopo la figuraccia in Copa America un anno prima. Non importa, per lui la Familia, nickname con cui era conosciuta la rosa, viene prima di tutto. Nessuno, nemmeno un campione come l’ex Barcelona può distruggere un ambiente che punta, nonostante i pronostici, a diventare pentacampeao.

Uno spogliatoio unito, stabile, coeso. Ambiente perfetto per dare sfogo al tridente d’oro Ronaldinho-Rivaldo-Ronaldo.

Impassibile, ma dal carattere fermo, il mister plasma un Brasile inedito, sorprendendo con gli sconosciuti Marcos, Kleberson e Gilberto Silva titolari inamovibili. Lasciando loro la libertà di svagarsi, come al termine della semifinale con la Turchia, invece che instaurare un clima da caserma. E creando un amalgama perfetta con i senatori, ai quali si appoggia nei momenti decisivi, come nei giorni precedenti alla finalissima contro i tedeschi. Quando il fantasma delle convulsioni del Fenomeno a Parigi, quattro anni prima, lo assale. “Dorma tranquillo mister, Ronaldo domani ci farà vincere” gli rispondono Cafu e Roberto Carlos. Il segnale che la squadra, che remava tutta con lui, si immaginava già con in mano la coppa.

Feola, Scolari, Tite. Le ingerenze di Medici e Bolsonaro. E poi capitan Bellini, Altafini, Rivelino. Ogni volta che il Mondiale accarezza le mani verdeoro, sfiora sempre un tocco d’Italia. Binomio radicato, cresciuto tra i vigneti del Rio Grande e i grattacieli di Sao Paulo. Le fazendas gauchas e le fabbriche di Belo Horizonte. Tra pochi giorni Ade, quel ragazzo che giocava agli ordini di mister Scolari, proverà a diventare il terzo commissario tecnico italo-brasiliano a trionfare con la Seleçao.

Lo fa con una formazione nettamente più forte rispetto a quella che deluse in Russia. E con un attacco stellare, che offusca le polemiche sulla convocazione del vecchio Dani Alves. Comunque vada in Qatar, Tite ha già confermato di voler abbandonare la panchina della nazionale. Il suo tempo a Rio de Janeiro è finito. Nessun ripensamento e forse è meglio così. Perché nei pressi del Maracanà i ritorni in grande stile, da Feola a Scolari, da Parreira al mito Zagallo, terminano tutti con un sonoro fiasco.

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