Estero
30 Ottobre 2022

Dio, Patria e Seleção

Perché (quasi) tutti i calciatori sostengono Bolsonaro?

Ha fatto molto rumore, nell’ultima infuocata campagna elettorale brasiliana, il deciso endorsment di Neymar a Jair Bolsonaro. Prima con un balletto su TikTok e un invito a votare il presidente uscente, poi collegato in una lunga diretta nella quale, in vista del ballottaggio, il 10 verdeoro ha ribadito il proprio appoggio e invitato i brasiliani a fare lo stesso: «Sono molto felice di schierarmi, di non avere paura di combattere come il nostro presidente. Sono qui per sostenerlo, perché sappiamo cosa è meglio per il nostro Brasile. Ciò che mi ha spinto ad espormi sono i valori che porta avanti il presidente, molto simili ai miei, a quelli della mia famiglia. Avevo bisogno di prendere posizione perché so che avrebbe aiutato molte persone».

Quindi il suo personale desiderio: “Bolsonaro rieletto e Seleção campione del mondo”.

Un assist pesante, dettato secondo lo sfidante Lula dai presunti benefici fiscali che Bolsonaro avrebbe garantito a Neymar; ma anche un appoggio che ha inevitabilmente acceso i riflettori su un tema più generale, quello del rapporto tra il mondo dello sport brasiliano – e quindi sostanzialmente del calcio – e la politica nazionale. Andando oltre Neymar infatti, ci si rende conto di come quasi tutti i calciatori brasiliani sostengano oggi o abbiano sostenuto nel 2018 (nulla lascia credere che abbiano cambiato idea) il presidente uscente, candidato di una destra nuova in Brasile: conservatrice ma populista, religiosa e identitaria.

Da Ronaldinho a Kakà, da Rivaldo a Romario (un passato nel Partito Socialista, adesso senatore con il Partito Liberale di Bolsonaro); e poi Thiago Silva, Felipe Melo, Lucas Moura, Dani Alves, Robinho, Jadson, Edmundo, Cafu, Dagoberto, oltre ad interi club di calcio, come ricordava questo articolo proprio del 2018 dell’Ultimo Uomo; gli unici su cui possa contare Lula, che invece attira il voto di attori e intellettuali, sono l’ala del Bayer Leverkusen Paulinho e il leggendario calciatore di punizioni (ma non solo) Juninho Pernambucanopernambucano perché del Pernambuco, tradizionalmente uno Stato-roccaforte di Lula e del suo Partito dei lavoratori.

L’appoggio (a sfondo calcistico) di Juninho a Lula

Ma come mai i calciatori brasiliani sono sostanzialmente compatti a favore di Bolsonaro, senza voler ridurre la questione all’ottuso ritornello per cui sarebbero solo dei ricchi viziati interessati a mantenere i propri privilegi? I motivi sono diversi e profondi, e non è un caso che il presidente abbia tentato di monopolizzare (con discreto successo) il discorso calcistico, di sovrapporre la sua immagine a quella della Nazionale brasiliana: Bolsonaro ha utilizzato il giallo per la sua campagna elettorale, è andato al seggio con la maglia della Seleção (invitando i suoi elettori a fare lo stesso), si è augurato di vincere lui le elezioni come il Brasile i mondiali, e in generale ha identificato la sua persona con il linguaggio e l’immaginario del fútbol.

Lo ha fatto a tal punto che molti sostenitori di Lula hanno invitato a boicottare il giallo, divenuto ormai “patrimonio dell’ultradestra” come spiega questo articolo di Rivista 11; addirittura Walter Casagrande, vecchia conoscenza del calcio italiano (Cagliari e Ascoli) ha dichiarato alla CNN: «il giallo della nostra maglia è oggi ostaggio della destra, perciò non possiamo più utilizzarlo. Il Brasile sta facendo una brutta figura, di fronte a tutto il mondo. Per la prima volta nella mia vita, vedo una maglia gialla impiegata contro i significati di democrazia e libertà». Per non parlare della Nike, che ha vietato da mesi la possibilità di personalizzare l’amarelinha (la maglia gialla brasiliana) con il nome sopra al numero, per timore di avere milioni di maglie “firmate” Bolsonaro.

Ma non è certo pitturandosi di giallo che si ottiene il sostegno, più o meno strutturale, di un settore strategico della società brasiliana. Deve esserci qualcosa di più.

Questo qualcosa – meta-fisico, è proprio il caso di dirlo – è riassunto nello slogan elettorale con cui Bolsonaro conquista nel 2018 la presidenza del Brasile, e che continua a guidare la sua (narr)azione politica: Il Brasile al di sopra di tutto, Dio al di sopra di tutti. Parole e frasi d’ordine che conquistano gran parte della società brasiliana e permeano il mondo dello sport, spesso legato nei suoi rappresentanti alla Chiesa evangelica brasiliana e in particolare in quella Pentecostale. Molti calciatori brasiliani d’altronde (Ronaldinho, Kaka, Felipe Melo, Cafù etc.) sono legati ai movimenti pentecostali, i quali possono contare su un serbatoio di milioni di voti oltre che su un’imponente forza mediatica (l’emittente televisiva Record, la seconda del Paese, è di proprietà della Igreja Universal do Reino de Deus, la maggiore chiesa pentecostale). Il tutto in un contesto in cui, secondo una stima dell’istituto Datafolha, le Chiese evangeliche in Brasile contano già su oltre 7mila atleti, e supereranno presto come numero di fedeli i cattolici.



Non è un caso allora che gran parte degli endorsment, più o meno social, degli sportivi brasiliani leghino il supporto per Bolsonaro alla fede religiosa. Nell’articolo sopra citato dell’Ultimo Uomo, nel 2018, ne erano stati raccolti diversi: “Rivaldo: «felice la nazione il cui Dio è il Signore (…) Auguri, Presidente Bolsonaro, che Dio benedica il tuo mandato»; Edmundo: «Felice la nazione il cui Dio è il Signore. Benedici, Signore, il nostro Brasile»; Neymar padre: «Il nostro Paese ha un nuovo presidente. Che Dio lo illumini e lo guidi verso un governo che porti progresso al nostro Paese»; Dagoberto: «Adesso c’è finalmente qualcuno che mi rappresenta, Il Brasile sopra ogni cosa, Dio sopra tutti. Dio è fedele e giusto»”. Così il legame tra calcio brasiliano e Bolsonaro diventa quello tra calcio brasiliano e religione.

Il presidente uscente, visto da un gran numero di movimenti religiosi e congregazioni come inviato da Dio per liberare il Brasile dalla corruzione e dal socialismo, diventa il simbolo in terra e in politica di una volontà più alta. Le cose sono inscindibili: Dio, Patria, famiglia, slogan che ha rivendicato lo stesso Bolsonaro così come suo figlio, e di conseguenza Seleção. Questa la santa trinità – con l’aggiunta della Nazionale, in Brasile una fede laica – in cui Bolsonaro riesce a inserirsi perfettamente, cercando di mostrarsi come inviato di Dio, salvatore della Patria, rappresentante dei valori della famiglia; e, ovviamente, primissimo tifoso della Nazionale verdeoro. Un legame profondo, pre-politico, religioso e culturale, che segna l’immaginario degli sportivi brasiliani, di base molto più radicato e “conservatore” di quello dei loro colleghi occidentali.

“Dobbiamo sostenerlo: Bolsonaro rappresenta Dio, Patria, Famiglia e Libertà“.

Felipe Melo

A mischiare ancora di più le carte, ci pensa un cambio di paradigma nella politica brasiliana: per questa elezione, come ben evidenziano alcuni articoli della stampa specializzata, non regge più la dicotomia sudamericana di destra pinochettiana e atlantista vs sinistra bolivariana e terzomondista. Un mutamento dimostrato dai flussi elettorali in zone un tempo fortini del lulismo e roccaforti rosse, ma ora contendibili da Bolsonaro. Ma anche il segno di un contesto nuovo in cui la destra brasiliana, per la prima volta populista e quindi inevitabilmente più popolare, sta attraendo fasce di popolazione su cui non aveva mai potuto contare (in questo bel documentario, una donna senza lavoro dice di essere sempre stata socialista ma di sostenere Bolsonaro perché è riuscito a trovarle un’abitazione: un tema, quello del diritto alla casa per i più poveri, storicamente appannaggio della sinistra).

Pochi giorni fa ancora, la rivendicazione dei risultati sportivi portati a casa: d’altronde l’importanza dei circenses per il popolo non se l’è inventata mica Bolsonaro, soprattutto in Brasile

Inoltre il Brasile di Bolsonaro sta rendendo ancora più solido il suo ruolo di potenza multipolare, dialogando apertamente con Cina e Russia (anche dopo l’invasione ucraina) e provocando la diffidenza di Washington. Una situazione che sfocia nel paradosso per cui i due storici poteri extra-nazionali che hanno sempre sostenuto la destra reazionaria nel Paese, gli Stati Uniti e la Chiesa, oggi sono assai tiepidi – per usare un eufemismo – nei confronti dell’attuale governo brasiliano: l’amministrazione Biden non vede certo in Bolsonaro un partner affidabile, anche perché per gli Stati Uniti (tanto per i democratici quanto per i repubblicani) non si è mai trattato di politica quanto invece di geopolitica.

Mentre la Chiesa bergogliana non fa mistero di sentirsi più vicina a Lula, vista anche la storica amicizia di quest’ultimo con il Pontefice e la freddezza – quando non esplicita condanna – del Papa per le politiche bolsonariane.

Insomma, la realtà come spesso accade è più complessa della narrazione, quella per cui sostanzialmente Bolsonaro difende solo interessi corporativi della società brasiliana mentre Lula è la voce di chi non ce l’ha. Per questo il grande tema del fútbol e dei suoi simboli, forse il tema più popolare che esista, diventa un terreno di contesa politica più importante di quanto si pensi. Non è un caso che il premier uscente lo cavalchi, anche in modo goffo e smaccato, ben consapevole che il popolo brasiliano è innanzitutto un popolo religioso e calcistico (le due cose, come insegna la letteratura sportiva sudamericana, a quelle latitudini si mischiano fino a diventare a tratti inscindibili).

D’altronde anche da noi la trovata di chiamare un partito Forza Italia, con il suo straordinario marketing fatto di slogan e dal vago sapore calcistico, ha conquistato l’immaginario di milioni di italiani. Il populismo calcistico è un’arma formidabile, figuriamoci in Brasile dove «ci sono alcuni paesi e villaggi che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio» (cit. Galeano). Per compiere una “virada” che avrebbe del clamoroso, allora, Bolsonaro sta semplicemente cercando di tenere insieme l’uno e l’altra: il calcio e la chiesa, ben consapevole di quanti voti possano spostare. Domani sapremo se avrà avuto ragione. Nel caso, comunque difficile, potremo dire senza timore di smentita che il fútbol brasiliano, guidato da Neymar così come la Seleção, avrà indirizzato il destino politico del Brasile.

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