Tra il 1974 ed il 1975 nelle piazze e nelle borgate romane comparve una droga sconosciuta che si impose prepotentemente sul mercato. Nel giro di pochi mesi il consumo di sostanze stupefacenti in Italia cambiò radicalmente: sparirono in breve tempo tutte le altre droghe, comprese quelle leggere, per lasciar spazio all’eroina, che nel ventennio successivo decimò la vita e la spinta politica di migliaia di giovani ed adolescenti, la cosiddetta “generazione scomparsa” dalla strada e negli stadi.

 

 

Gli anni della violenza, della lotta armata, degli opposti estremismi e dei movimenti giovanili rappresentarono un crocevia doloroso e, a posteriori, controproducente nella contestazione al “sistema centrista dominante”; specie in un’ Italia priva di autonomia, nonché principale terreno delle diatribe tra USA ed URSS, data la sua strategica posizione geopolitica, così vicina alla zona che Churchill definì Cortina di ferro. Fu questo il panorama operativo in cui si sviluppò quella che in gergo militare venne definita come ”guerra non ortodossa”, combattuta tramite una tipologia di azioni che esulavano dai canoni dei conflitti tradizionali.

 

 

L’operazione “Blue moon” prevedeva l’impiego dell’eroina come arma non convenzionale, allo scopo di affievolire le spinte politiche e rinnovatrici provenienti dalle università e dai licei, in un contesto sociale già da tempo caratterizzato dallo scontro politico armato e da un clima di opprimente tensione.

 

“L’eroina viene lanciata sul mercato italiano delle droghe con una vera e propria operazione di marketing e in un modo da accreditare, anche a seguito della declassificazione di alcuni documenti finora secretati, l’ipotesi di un coinvolgimento di trafficanti, del governo italiano e dei servizi segreti americani, collusi tra di loro con l’obiettivo di sedare i movimenti sociali anti-governativi. Tali movimenti erano noti per essere uno dei più grandi segmenti della società che consumavano droghe a scopo ricreativo, e la logica nello spingere l’eroina in questi ambienti era quella di renderli essenzialmente inefficaci.” (Emilio Torrini, via talkingdrugs)

 

La sostanza venne distribuita velocemente e democraticamente, senza distinzione di ceto o di ideologia, rappresentando un’icona di quei periodi. Piccoli spacciatori, prima ancora che il crimine organizzato, avviarono il traffico nelle grandi metropoli e poi nelle province, nei centri e nelle periferie; così, quella che inizialmente sembrò una moda passeggera, divenne una presenza costante intorno ai luoghi di aggregazione giovanile.

 

 

Gli stadi non furono esenti da questo fenomeno, in particolare le curve che, accogliendo migliaia di giovani ogni domenica, si ritrovarono ben presto all’interno di questa morsa. La fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 rappresentarono l’età aurea del movimento ultras italiano, che trasse linfa dalla contestazione giovanile ormai esaurita nelle strade e nelle piazze, mutuandone slogan, impostazione organizzativa, vestiario e attitudine al confronto. Impossibile, dunque, l’isolamento di queste realtà dalle sostanze già diffuse ampiamente nel tessuto urbano.

 

 

Gli anni ’70 rappresentarono, per i giovani di tutte le classi e di entrambe le fazioni ideologiche, il punto di rottura con la concezione sociale e politica dei loro padri.

 

 

L’eroina, però, non fu certamente come le altre droghe: quello che inizialmente fu un vero e proprio “esperimento sociale” con evidenti scopi militari e politici, finì per condizionare molti altri aspetti del quotidiano, compreso l’appuntamento domenicale con il pallone. Sugli spalti avvenne ciò che era già evidente per strada perché, anche all’epoca, gli stadi riproducevano fedelmente le diverse sfaccettature della società.

 

 

Le metropoli come Torino, Milano e Roma, insieme alle città universitarie come Verona, Modena, Bologna e Bergamo, vennero invase dagli spacciatori che considerarono le curve floridi mercati sulla pelle delle migliaia di giovani che le animavano. Le celebri Brigate Gialloblù di Verona conobbero in prima persona gli effetti dell’epidemia di eroina, diffusa in tempi brevissimi dalla cosiddetta “Mala del Brenta”, capitanata da Felice Maniero, che rese il Veneto e soprattutto la città scaligera uno degli epicentri del consumo nazionale. Quegli stessi giovani, che si bucavano durante la settimana, la domenica frequentavano la curva del Bentegodi; alcuni di loro non vissero abbastanza a lungo per assistere al miracolo scaligero, che portò all’incredibile scudetto della stagione 1984-1985.

 

 

Drammi simili si vissero sulle gradinate dello stadio Ferraris di Genova, dove molti storici appartenenti ai gruppi delle due tifoserie scontarono un triste epilogo in quegli anni. Un altro episodio estremamente esplicativo di quella che era la portata del fenomeno avvenne nel 1979, in occasione dell’incontro tra Vicenza e Modena, sospeso a pochi minuti dalla fine per un fitto lancio di siringhe proveniente dal settore ospiti e diretto verso l’estremo difensore biancorosso.

 

 

I caratteri estetici dei gruppi extraparlamentari si trasferirono inevitabilmente all’interno dei settori popolari, favoriti dal fatto che spesso i tifosi frequentavano una o l’altra fazione politica.

 

 

Nonostante le passioni di natura aggregativa quali il calcio, la musica o la politica stessero vivendo i periodi più produttivi, questi non rappresentarono vie di fuga realmente efficaci. I ragazzi più afflitti “dal buco” si allontanarono gradualmente dai gradoni, abbandonando le bandiere, le urla e l’azione. Invece, coloro che erano in grado di sostenere la dipendenza, continuarono a gravitare intorno alle curve, seppur privi dell’originario entusiasmo.

 

 

Il più tragico emblema di quegli anni furono i giovani distesi sui freddi gradoni dei settori popolari, in preda all’astinenza: privi della forza di esultare per un gol, aspettavano la fine dell’incontro per posizionarsi ai cancelli d’uscita del settore, dove elemosinavano quei pochi spicci che avrebbero poi speso in una nuova dose.

In quegli anni molti gruppi furono letteralmente decimati da questa mamma chimica che non ti svezzava mai.

Le sciarpe dei gruppi ultras, testimonianza in lanetta di un recente passato di adolescente e tifoso, erano così legate sulle braccia dei tossici, nell’estenuante ricerca della vena. Sotto l’effetto dell’eroina, l’odore acre dei fumogeni non dava più alcun fastidio, mentre il bandierone in stoffa pesava troppo per essere sventolato. In quegli anni molti gruppi furono letteralmente decimati da questa mamma chimica che non ti svezzava mai, e ancora oggi i militanti dell’epoca ricordano il fascino sinistro generato su amici e compagni di curva poi scomparsi.

 

 

Il regista Claudio Caligari raccontò egregiamente il dramma giovanile di quegli anni in Amore Tossico, cupa pellicola del 1983, in cui denunciò la condizione di abbandono di quella schiera di adolescenti che dal centro città si dirigevano ad Ostia per acquistare una dose, in una Roma inerme ed incapace di arginare il flusso. Allo stesso modo la Bologna del ’77 fa da sfondo alle peripezie di Penthotal, tormentato alter ego di Andrea Pazienza, geniale fumettista stroncato da un’overdose a trentadue anni. 

 


Amore tossico di Claudio Caligari, 1983: molto utile per capire

 

 

Nel dibattito politico invece la sinistra parlamentare, in particolar modo il Partito Comunista, prese inizialmente sottogamba la questione lasciando la “battaglia” alla destra, che impiegò poco tempo a generalizzare e stigmatizzare il fenomeno. Allora furono i movimenti extraparlamentari di estrema sinistra, direttamente coinvolti, a sensibilizzare per primi i giovani sull’argomento. Nelle curve ideologicamente affini furono diverse le iniziative condotte per allontanare lo spettro dell’eroina dalle gradinate, ed evitarne la diffusione tra i propri stessi militanti.

 

 

Nella prima metà degli anni Ottanta piazze come Livorno o Terni vissero queste battaglie in prima lineaquando la città umbra venne coinvolta dalla piaga il direttivo dei Freak Brothers, gruppo portante della curva rossoverde, pagò sulla propria pelle il prezzo del consumo. Ciò portò al progressivo indebolimento del tifo e alla scomparsa di molti ragazzi, motivo per cui la tematica venne evidenziata dallo stesso gruppo egregiamente, attraverso un’attenta ed acuta comunicazione negli anni successivi.

 

 

A Cosenza, invece, erano gli anni d’oro dei Nuclei Sconvolti e delle Brigate. In un territorio controverso come la Calabria di quel periodo, i supporters cosentini avviarono un percorso culturale e politico che metteva radici nel contesto sociale cittadino, slegandosi da qualsiasi sigla di partito ed ispirato esclusivamente ad ideali solidali e comunitari. Proseguendo i percorsi sociali ed extraparlamentari sviluppatisi nel movimento del ’77, i tifosi silani concentrarono gran parte delle loro forze nella lotta all’eroina e alle tossicodipendenze, allestendo ripetute raccolte fondi destinate ai centri di recupero presenti sul territorio.

 

 

Primo piano della curva cosentina negli anni ’80. I calabresi vennero considerati i ”maestri” delle fumogenate per via delle imponenti coreografie che coloravano l’intero stadio.

 

 

Dalle pagine della fanzine Tam Tam – Segnali di fumo, distribuita sui gradoni dello stadio San Vito, si invitavano spesso gli ultrà ad abbracciare altri tipi di sballo, “più salutari” e collettivi, rappresentati dall’iconica foglia di Marja presente sullo storico striscione del gruppo NS. La droga era infatti già presente e rappresentava il leit motiv di quegli anni, tanto che le foglie di marijuana su drappi e stendardi raffiguravano una parte insignificante dell’universo sommerso di sostanze stupefacenti consumate nelle curve e nelle piazze. Ma mentre le droghe leggere rappresentavano un momento di “aggregazione” giovanile – più o meno condannabile, l’eroina comportò invece la completa alienazione ed il conseguente allontanamento dagli stadi di un’enorme fetta di giovani ultras.

 

 

Al tramonto degli anni ottanta, ormai, era terminato il periodo di inconsapevolezza sugli effetti della sostanza che andò diminuendo ma non scomparve definitivamente, come testimoniano gli attuali dati sul consumo che ne evidenziano il progressivo ritorno sui mercati italiani. Furono queste le basi su cui si costruì la degenerazione delle curve degli anni Novanta: così tanto la politica quanto la criminalità entrarono con più frequenza all’interno di quello che prima era considerato un ambiente neutro, regolato dall’autorità dei gruppi portanti sulla base di codici comportamentali non scritti.

 

“Vogliamo il lunedì coll’LSD, prendiamo anfetamine fino a mercoledì, rompiamo e sconvolgiamo a noi piace così, ma ciò che ci sconvolge di più è la Lazio in serie B. Anche il papa fumerà se il Commando conoscerà e sconvolto si farà di eroina con gli ultrà, oppio Marocco e droga a volontà nella curva con gli ultrà” (Coro del CUCS Roma, sulle note di “Yellow submarine” dei Beatles).

 

Il nuovo decennio fece emergere il potenziale economico delle curve, specie quello gravitante attorno allo spaccio. Si avviò allora una deformazione dei settori popolari che si protrarrà per anni, consegnando in alcuni casi le curve in mano a soggetti di estrazione criminale e privando il movimento ultras di quella genuinità, e di quella passione viscerale, che ne aveva determinato il successo anche fuori dai confini nazionali.

 

 

Ancora oggi quella ultras è la più fortunata sottocultura sviluppatasi nel nostro paese, sia per dimensione storica che per durata, seppur ampiamente mutata nei suoi caratteri originari. Si può affermare che tale evoluzione abbia seguito fedelmente gli sviluppi culturali e politici del nostro paese, continuando ancora oggi a modellarsi in base ai cambiamenti sociali. Negli ultimi anni le curve sono divenute aree sperimentali di misure repressive e di limitazioni alla libertà, che hanno poi preso piede anche all’interno della società civile, come dimostra il recente decreto “Sicurezza bis”. 

 

 

La politica di Matteo Salvini nei confronti degli ultras è stata ondivaga: prima la carota, poi il bastone del Decreto sicurezza bis

 

 

La cifra del decennio a cavallo tra la metà degli anni settanta ed ottanta fu un generale rallentamento della società nei suoi processi di evoluzione culturale, strutturale e politica. Questo interruppe una marcia che aveva condotto ad un progresso politico e sociale il quale, fino ad allora, aveva caratterizzato e spinto il nostro Paese; una marcia poi affievolita dallo stragismo, dalla droga ed affogata nelle pastoie parlamentari. Come specchio della società, e soprattutto di una certa parte di essa, il movimento ultras non poteva uscirne indenne.

 

 

Negli anni Novanta esso perse l’occasione di prendere coscienza del proprio status, di compattarsi come elemento sanamente antagonista e aggregativo. Probabilmente se un simile processo di maturazione – che oggi alcune tifoserie stanno faticosamente avviando – avesse preso piede allora, sarebbe meno diffusa nell’opinione pubblica la demonizzazione di alcuni aspetti del tifo. Così i tifosi potrebbero ricoprire ancora un ruolo da protagonisti, e rappresentare un’alternativa credibile in un sistema ormai schiavo di logiche prettamente economiche e commerciali.