Papelitos
18 Ottobre 2026

Vedere il calcio non è un dovere

Il crollo dei telespettatori su DAZN lo certifica.

Non serve farsi violenza con tabelle e statistiche dei più disparati istituti per sapere che quello italiano non è per natura un popolo matematico. Lo sappiamo per esperienza. A noi bastano i conti della serva e le parole fumose. Per il resto ci si affida a quel mix di scaramanzia, perifrasi e remissioni alla Provvidenza che nei secoli ha fatto di noi uno dei popoli più scaltri e disperati d’Europa. È dunque naturale che il tifoso, quello viscerale, non sia come si dice caduto troppo lontano dall’albero: la prassi del ragioniere non è il suo forte, men che meno l’anamnesi da becchino. Eppure ogni tanto tocca fare un’eccezione.

Se ci si mette ad analizzare i numeri delle prime sei giornate di Serie A su DAZN, per esempio, c’è da mettersi le mani nei capelli: 1 milione di spettatori persi rispetto allo scorso anno, un calo di circa 180mila persone a domenica sulla piattaforma streaming del cubo nero. Certo, ci sono da considerare anche le messe in onda su Sky; e sì, la scorsa stagione si era chiusa con un incremento generale degli ascolti. Ma anche con tutte le cautele del caso, è difficile non cogliere in questo andamento un’emorragia che richiede una riflessione.

Le sue ragioni sono molteplici. In primis, a differenza di quanto ci si possa illudere in certuni uffici, la passione non è un plafond senza fondo. Rincaro dopo rincaro – e con l’aumentare di pari passo del costo della vita in ogni campo – uno arriva a considerare la pay-tv per quello che è, ovvero una spesa che si può tagliare. O meglio, una spesa con diverse voci in bilancio, se si considera che tra DAZN, Sky e Prime, chiunque voglia vedersi una competizione per intero deve firmare contratti su contratti, al punto che negli ultimi anni quella degli abbonamenti è diventata parte integrante della pianificazione patrimoniale dell’uomo medio.



Solo chi vive su Marte o semplicemente non ha mai avuto il problema di far quadrare il bilancio domestico può immaginare che la lotta al cosiddetto pezzotto si possa vincere soltanto a colpi di multe e prediche sulla pirateria che uccide il Pallone, invece che proponendo un’alternativa valida, accessibile e di qualità.

L’idea di far sborsare sempre di più chi può permetterselo, benché legittima – il calcio in televisione non è un diritto costituzionale – appare miope: il rischio è davvero quello di ritrovarsi con meno spettatori davanti agli schermi (deo gratias, direbbe qualcuno), un mercato meno attraente per gli investitori e una Serie A sempre più marginale nella competizione internazionale.

Ancora una volta, basta osservare i numeri: se Cagliari-Juventus resiste con oltre 1,1 milioni di spettatori, sotto, nella parte bassa della tabella, abbiamo un Atalanta-Venezia a 268mila e Torino-Udinese a 245mila. L’appuntamento delle grandi fa ancora gola, il resto del campionato arranca come quel prodotto di seconda fascia che spesso si rivela in fondo essere. Del resto non è che il pubblico sia fuggito tout court: è che nel perpetuo alternarsi di gare che ne cadenzano la vita, ha ovviamente smesso di guardare tutto per guardare solo ciò che gli interessa.

Il problema, però, non si esaurisce nel prezzo. Ci sono gli orari dei match che sembrano studiati più per riempire una griglia televisiva che per rispettare il pubblico. Ci sono incontri di qualità discutibile – qualità, sia chiaro, non misurabile soltanto dal pallottoliere – che senza il punteggio del fantacalcio o la puntata al centro scommesse sotto casa difficilmente terrebbero qualcuno incollato allo schermo.

E poi ancora le telecronache rivedibili, i problemi di connessione, un servizio che non sempre è all’altezza delle aspettative e prezzi che, ormai, non sono più alla portata di tutti, sicuramente non di una classe media sempre meno media. Insomma, se proprio non può pagare poco, il tifoso chiede almeno di non sentirsi un idiota per quello che paga.

A forza di trattarlo come un cliente da mungere, da esporre ad una quantità spropositata e insopportabile di spot pubblicitari, si rischia di dimenticare che quel cliente, a differenza di quanto suggerisce la retorica del calcio nostrano, non è obbligato a esserlo. Può disdire, voltarsi dall’altra parte, dedicare il proprio tempo e sperperare i propri soldi altrove.

Non c’è tradimento in questo, né necessariamente una passione che si spegne: esiste anche la semplice presa d’atto che il rapporto tra ciò che si offre e ciò che si pretende in cambio può non essere più sostenibile. E che il prodotto per cui un tempo si pagava col sorriso è diventato talmente distante da quello originale – spesso un misto tra l’NBA e il tennis femminile – da non riconoscerlo più per quello che è.

Deve davvero scoppiare la bolla del calcio perché qualcuno, finalmente, si accorga della follia in cui è precipitato? A questo punto, forse, non resta che augurarselo.

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