L’odore dei ciclamini che pervade le vie di Firenze nel mese di giugno può voler dire una sola cosa: è l’ora del Calcio Storico. La città si trasforma. Gli animi dei fiorentini, già caldi per natura, si infuocano; è una febbre antica a pervaderli. Piazza Santa Croce diventa arena. Persino la statua di Dante, lì presente, sembra prendere vita, ferma e silenziosa in un angolo ad osservare ogni partita.

 

Se le partite fossero tra Guelfi e Ghibellini sarebbe più semplice capire per chi tifi il Sommo Poeta. Tuttavia, nonostante le origini antiche – è erede dell’harpastum, gioco dei legionari romani – il calcio storico diventa popolare circa un secolo dopo la morte dell’autore della Commedia.

 

Esiste una definizione del calcio? Si legge dal Vocabolario degli Accademici della Crusca, stampato a Venezia nel 1612: “È Calcio anche il nome d’un giuoco, proprio, e antico della Città di Firenze, a guisa di battaglia, ordinato, con una palla a vento, rassomigliantesi alla sferomachia, passato da’ Greci a’ Latini, e da’ Latini a noi. Lat. “harpastum, harpasti ludus”. L’appartenenza storica del giuoco del Calcio è quindi individuato precisamente nella città di Firenze”. (Autore: Filippo Giovannelli Checcacci, pag. 142, Edizioni Giovanni Alberti, Venezia, 1612)

 

Celebre in Francia ed Inghilterra già dal 1300, il Calcio Storico viene praticato a Firenze come semplice passatempo dalla metà del 1400, raggiungendo il suo acme il 17 febbraio 1530: “la partita dell’Assedio”. Firenze è stremata, priva di cibo, assediata dalle truppe di Carlo V intente a riportare sul trono ducale la famiglia Medici.

 

Nonostante ciò, i fiorentini si rifiutano di non festeggiare il Carnevale e non esiste modo migliore se non organizzando la prima partita ufficiale di Calcio in Costume. Piazza Santa Croce è il luogo maggiormente visibile dagli accampamenti nemici. Proprio per questo è perfetta per dar vita a una simile, simbolica, resistenza cittadina.

 

Il calcio storico fiorentino raccontato dall’inimitabile Istituto Luce

 

 

Squilli di trombe e strilla dei tifosi, ben udibili dagli assedianti, fanno da sfondo al momento più iconico di questa disciplina. I francesi, terribilmente infastiditi, sparano un colpo di cannone verso il campo, mancano il bersaglio, e tra la folla scoppia l’ilarità. Non una squadra ma tutta Firenze ha appena fatto gol, o meglio “caccia”. Si instaura così la tradizione e si rafforza l’identità fiorentina.

 

Proseguono i giochi fino al 1739, ultima partita organizzata di cui si hanno notizie. Sarà però grazie al gerarca fascista Alessandro Pavolini che il Calcio Storico troverà l’organizzazione che conosciamo oggi. Il 1930 è l’anno in cui viene organizzato il primo torneo tra i quartieri cittadini, ognuno con colore di rappresentanza, ognuno a difesa della Basilica del rione.

 

Santa Maria Novella si contraddistingue per il rosso, San Giovanni per il verde, Santa Croce per l’azzurro e Santo Spirito per il Bianco. La tradizione è sacra e come tale ha un ciclico rito da rispettare. Comincia tutto in Piazza Duomo la domenica di Pasqua, giorno del sorteggio delle semifinali. I vincitori di queste si sfideranno rigorosamente il 24 giugno, celebrazione di San Giovanni, patrono della città. Non prima però del corteo storico che li accompagnerà fin dentro il campo. Avviene la “Cerimonia del Saluto” che si conclude con il momento maggiormente ricco di pathos: tutta la città si unisce sotto il grido “Viva Fiorenza”.

 

Calcio storico fiorentino

L’ingresso in campo dei vari Rioni, tra colori e costumi unici al mondo

 

Si tratta di uno sport violento, è impensabile dire il contrario. Ventisette calcianti per squadra hanno come unico scopo segnare, secondo il regolamento, “con qualsiasi mezzo”. Qualora il corridore – l’attaccante – tirasse sopra la porta, verrebbe assegnata mezza caccia alla squadra avversaria. È quindi molto importante anche la precisione.

 

Sono però proprio lo scontro e le mischie l’elemento fondamentale che rendono unico questo sport. La violenza non è casuale. Il calciante non “picchia”, parola che ritorna spesso nei cori dei tifosi rionali, per sé stesso; lo fa per chi ha al suo fianco. Attraverso la lotta, uno contro uno, nel campo si creano spazi ed è quello il momento giusto per avvicinarsi alla gloria, unica ricompensa. Il calciante poi non viene pagato, neanche un semplice gettone di presenza. L’unico premio è una vitella di razza chianina, da dividere.

 

Botte da orbi, sempre da un estratto dell’Istituto Luce

 

 

Cosa spinge un uomo a giocare una o due partite di uno sport, visto dall’esterno, così rischioso? È davvero soltanto la gloria e la difesa del proprio rione? Potrà sembrare assurdo in un mondo saturo di nichilismo, in cui essere orgogliosi delle proprie radici è ritenuto, da alcuni, una vergogna e una follia della ragione, ma invece è proprio così. Attenzione ad essere prevenuti, però, perché tra i giocatori vi è un regolamento non scritto fondato sulla lealtà e la cavalleria.

 

La regola più importante è di non attaccare alle spalle: la vigliaccheria non è concessa. Tutti possono scendere in campo, senza distinzione di ceto sociale. Non sorprende infatti che oltre a pugili, rugbisti e lottatori, ci siano anche universitari, liberi professionisti, impiegati, padri e figli nella stessa squadra. Spalla a spalla per 50 minuti. Negli anni le regole sono state cambiate diverse volte, senza però mai snaturarne l’essenza.

 

calcio storico fiorentino

Calcio storico fiorentino, oggi. La lotta è concessa a tutti, ma non tutti ne sono degni

 

Probabilmente lo sbaglio più grande è considerarlo un gioco o uno sport. Il calcio, il basket, il tennis sono sport. Il calcio in costume no. Non esistono altri luoghi dove si pratichi, e non per mancanza di attenzione. Roma nel 1960 per le Olimpiadi, Lione per i mondiali francesi del 1998, New York nel 1976 sono stati campi d’esibizione a dimostrazione della grande curiosità che suscita il calcio storico nel mondo, ma si tratta di eccezioni.

 

Questa tradizione si fonda sul sangue di una città assediata che i fiorentini ogni 24 giugno ricordano gridando al cielo “Viva Fiorenza”. I biglietti poi, dal 2018, si possono comprare solamente di persona a Firenze e non più online. Sarà contro le leggi di mercato ma non parliamo di uno spettacolo da vendere. Si tratta di dare la possibilità ai cittadini di sentirsi parte di una tradizione che non è, e non sarà mai, per tutti.