Flavio Tranquillo, dopo la pubblicazione di Time Out nel 2019, torna in libreria con “Lo sport di domani”: un agile saggio denso di contenuti e spunti d’interesse edito da Add. L’autore analizza gli ostacoli che impediscono allo sport di diventare un vero bene pubblico e suggerisce una proposta per un futuro in cui praticarlo diventi un diritto per tutti e una componente dello sviluppo economico del Paese. “Lo sport di domani” delinea uno scenario in cui sono finalmente chiari i ruoli di Stato, privati, atleti, federazioni e leghe. Perché ripensare il mondo dello sport non è solo possibile, ma necessario.

 

«Lo sport, come la politica, deve tornare ad avere dignità assoluta, senza eccezioni.» Un pilastro del tuo saggio è il concetto di Sport-Cultura. Qual è la filosofia che caratterizza questo principio? E in che termini ritieni che lo Stato, da te identificato come il soggetto più idoneo a valorizzarne l’essenza, possa riuscire a veicolarla con efficacia?

 

Per anni ho sottovalutato il potenziale culturale dello sport. Sperando di comprenderlo meglio oggi, credo che vada prima fissato nei suoi princípi costitutivi e poi declinato nella società. Lo sport oggi è intrattenimento, coinvolgimento emotivo e fitness, tutti ottimi concetti. Manca però paurosamente la parte relativa al suo immenso potenziale valoriale, quella che farebbe di questa attività il miglior veicolo di educazione alla legalità, crescita della personalità, accettazione consapevole dell’altro e molto di più. Di questi valori, nella fase educativo-formativa, non può che farsi garante lo Stato (cioè noi in una dimensione di comunità), in analogia con quello che avviene per la Scuola, che è peraltro il luogo in cui fisicamente dovrebbe dispiegarsi questa modalità di Sport-Cultura.

 

Nel libro sottolinei come lo sport italiano sia fortissimo sulla programmazione, ma carente sulla pianificazione strategica. «In mancanza di orientamenti di fondo condivisi, i pur encomiabili sforzi individuali sono inevitabilmente scoordinati.» Da dove può e deve partire la scossa per una riorganizzazione organica del sistema? E perché distinguere nettamente le varie dimensioni di Sport-Cultura, Sport dilettantistico e Sport professionistico è la chiave da cui iniziare?

Nessuna attività collettiva può prosperare senza un efficace piano di medio-lungo periodo, quello che solo una strategia può aiutare a disegnare. Credo che serva una visione complessiva del fenomeno e soprattutto una divisione puntuale delle responsabilità. Persone ed enti che possano essere identificati come “accountable”, non come satrapi o capri espiatori a seconda del giorno della settimana. Non auspico il deleterio istituto della delega e della critica distruttiva nei confronti “di chi comanda”, ma l’applicazione di un semplice criterio organizzativo che identifica nei ruoli la pre-condizione di qualsiasi successo. I soggetti che hanno queste responsabilità non sono gli stessi nei tre “mondi” di cui parli: Sport-Cultura, dilettantistico, professionistico.

 

Se lo Stato ha il dovere di garantire il diritto primario di tutti i cittadini allo sport sociale, questo non vale per l’attività che riguarda gli adulti, esattamente come accade nel passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. L’attività degli adulti, specie se professionisti, non può e non deve essere finanziata, men che mai a fondo perduto, da non meglio specificati soggetti dietro cui leggo un’idea di stato con la esse minuscola. Questa attività dovrebbe essere realizzata grazie a un circuito virtuoso di investimenti e ritorni su questi ultimi. Il che, in poche parole, significa misurarsi con il mercato, l’unico meccanismo grado di promuovere sviluppo, innovazione e, quindi, crescita.

 

La copertina dell’ultimo libro di Flavio Tranquillo

 

A questo punto, per chi non abbia avuto ancora occasione di leggere il saggio, la domanda sorge spontanea: chi dovrebbe sostenere i costi legati all’erogazione di Sport-Cultura?

 

Lo Stato attraverso la destinazione della fiscalità generale a questo scopo, essendo lo Sport-Cultura un bene pubblico (per quanto impuro) alla stregua di una scuola, un marciapiede o una caserma dato che esprime esternalità positive e non può essere efficacemente distribuito dai privati (vedi situazione di ASD e SSD).

 

Un capitolo de “Lo sport di domani” si intitola “L’equivoco Superlega”. Tu, a differenza di chi, come noi di Contrasti, avalla la linea conservatrice secondo cui, tra i tanti aspetti, la Superlega «è un progetto studiato dai padroni del calcio continentale per moltiplicare i loro ricavi e, di fatto, mettere fuori gioco i tornei nazionali, destinati a perdere audience e quindi introiti», sei decisamente più prudente. Fondamentalmente ne fai un discorso di legittima ricerca di sostenibilità economica. Qual è il tuo pensiero complessivo nel merito?

 

Con il massimo rispetto per tutte le opinioni, non sono sicuro di capire perfettamente cosa si intenda per essere contrari alla moltiplicazione dei ricavi. Senza tensione verso maggiori ricavi non esiste impresa, e siamo daccapo. Se non c’è la lesione di un diritto e se non viene pregiudicato un bene comune superiore, mi pare che la nostra economia sia basata sul concetto della libertà di impresa. Immagino che se io dicessi che vorrei vedere su Contrasti più articoli di Palamidessi e meno di Aresi (o viceversa) anche se questo comportasse una peggiore performance economica della rivista voi potreste anche in via ipotetica condividere la mia affermazione, ma mi mandereste ugualmente (come diceva il maestro Aldo Giordani) a balayer la mer (scopare il mare). E ne avreste tutte le ragioni.

 

Tutt’altra cosa è sostenere che questa condizione economica non è verificata, ma mi pare difficile riuscire a dimostrare che Juve-Catanzaro (al cuore non si comanda) vale più di Juve-Barcellona. Tutt’altra cosa ancora è rimarcare invece che NON è una questione di ricavi, ma di profitti (o meglio di auto-sostenibilità economica). Questo è vero, e senza cambiare le modalità di gestione dei club, la Superlega sarebbe una nequizia senza pari. Il che non toglie che non esiste, nella mia idea, un dirigismo che possa giustificare la compressione della crescita economica, della quale la crescita dei ricavi è una (non sufficiente) condizione.

 

A proposito di grandi leghe, permettici un piccolo excursus. «Anziché il gioco che aveva reso il basket NBA lo sport più spettacolare nel mondo, ne abbiamo uno che molti critici negli Stati Uniti ora definiscono playground basketball.» Cosa ne pensi delle dichiarazioni di Dan Peterson ? Che esista un dibattito sullo stato dell’arte del gioco in NBA è cosa nota, e anche in questo caso ti sei dimostrato molto cauto nel prendere posizione durante le tue ultime telecronache. Senza doverti necessariamente schierare, quali sono le tue impressioni sulla questione?

 

Mmm. Se si parla di una cosa, ci si schiera. Schierarsi mi appartiene, ma non come valore a prescindere. Ci sono occasioni in cui questioni di opportunità consigliano di NON schierarsi. Non si tratta di cerchiobottismo, ma di gerarchia di quei valori. Nella mia idea, le opinioni dei colleghi non sono per definizione oggetto di commento pubblico, mai. Figuriamoci se l’opinione, come in questo caso, è espressa da una delle tre persone (Giordani-Buffa le altre due) che hanno fatto di me il poco che professionalmente sono. Dovete chiedere a lui cosa intendesse dire, e se avete altre domande oppure opinioni difformi, discuterne con l’interessato.

 

Tornando al saggio, in un capitolo fai riferimento al concetto di soft power in ambito sportivo. In che modo possiamo far concretamente valere la nostra legittima richiesta di maggiore trasparenza nei confronti degli attori che spesso si muovono spregiudicatamente in quel mondo? Come metti in evidenza, un sistema coerente passa anche per un cambio di registro a quei livelli.

 

Wow, hai toccato una parola che in questo momento è Top 5 nella mia gerarchia dei valori (assieme a “laicità”). La trasparenza è a dir poco cruciale, e non perché ci siano complotti da scoperchiare, ma perché solo una maggiore conoscenza di fatti, dati e processi può migliorare la qualità del decision-making (e del pensiero critico) in campo sportivo. Il concetto di trasparenza va semplicemente applicato, senza se o ma. Anche in questo senso, peraltro, vanno fatte delle distinzioni rispetto al contesto.

 

Sulle scelte fatte dalla Pubblica Amministrazione non sono ammessi segreti di alcun tipo, mentre è del tutto normale che Messina non mi dica se farà la uomo o la zona e se l’anno prossimo cercherà di mettere sotto contratto Tizio o Caio. Sulle questioni di interesse pubblico, però, dovrebbe essere automatico avere accesso alle informazioni. Invece che dire ogni due per tre che la squadra è dei tifosi, concetto che personalmente aborro, sarebbe meglio stabilire con onestà intellettuale cosa debba essere di dominio pubblico e chi deve avere la responsabilità di usare l’accesso a quei dati per rappresentare la situazione al pubblico.

 

Per concludere, quali sono i prossimi passi che ti sei prefissato per sensibilizzare l’Italia sportiva e non sull’importanza dello Sport-Cultura?

 

Mai mi permetterei di auto-assegnarmi un ruolo di sensibilizzazione. Ho scritto cose che mi frullavano in testa da un po’, spinto da varie esperienze personali e dalla voglia di sottolineare per quanto tempo abbia sbagliato bersaglio, pensando che lo sport finisse nei 28 metri per 15 di parquet che pur rappresentano ancora (e sempre di più) il mio Field of Dreams. Se qualcuno vuole sfogliare il libro sarò contento, ma se vorrà essere così gentile da spiegarmi dove e perché ho sbagliato sarò più contento. La cultura è un processo, non una serie di prescrizioni. E forse, per la cultura, vale quello che rispetto alla politica ha detto Kamala Harris appena eletta: it’s not a state, it’s an act.