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Emanuele Meschini
14 Settembre

Non escludo il ritorno

Emanuele Meschini

13 articoli
La storia d'amore tra Franco Califano e l'Inter.

Partiamo dal 2006 quando l’Italia vinse i Mondiali e i reality show erano qualcosa di relativamente nuovo. In uno di questi, legato al mondo della musica (Music Farm, in onda per tre edizioni su Rai 2), le telecamere notturne riprendono alle 3 di notte un uomo che, rigirandosi incosciente in un sonno profondo e un in letto troppo piccolo, rompe il silenzio dicendo: “La formazione dell’Inter te l’ho detta? Toldo, Zanetti, Materazzi, Cordoba e Wome”. Questo uomo inquieto, qualche notte dopo sempre e rigorosamente nel sonno, dirà: “Enricuccio, te lo devo dire. Questa Inter mi sta rompendo i coglioni”.

Quell’uomo che di notte prende un’altra vita e un’altra forma risponde al nome di Franco Califano, Califfo per i suoi fans, come lui spesso amava dire stressando la s finale per dare l’idea della moltitudine. Per lui tifare inter era qualcosa di subconscio. Quasi un’allucinazione che esce nel sonno quando le difese della razionalità si sono abbassate. Califano, che oggi avrebbe compiuto 83 anni, non ha del resto niente di razionale e il suo tifo per l’Inter rappresenta, sempre in maniera viscerale, l’estremo di una vita fuori programma. Senza ripercorrere le gesta e la biografia (agiografia per alcuni) del Califfo, quello che qui si vuole creare è una playlist amorosa – come il discorso sull’amore di Roland Barthes – dove le canzoni del cantautore romano trovano corrispondenza nella sua amata Inter.


Un tempo piccolo

(Non escludo il ritorno, 2005)


La califfologia non può non iniziare da questa canzone. Paradossalmente – ma nella vita del nostro Franco il paradosso è l’ordinario – questo brano fa parte del penultimo album della sua carriera. Con tanto di apparizione a San Remo 2005 “Non escludo il ritorno” è stato scelto da Califano come epitaffio per la sua lapide nel cimitero di Ardea. Un tempo piccolo è stata anche ripersa da una fortunata e “ripulita” versione dei Tiromancino dove la frase “E buttai il mio cuore per qualunque cesso” diventò “Buttando il cuore in qualunque posto”.


Una poesia senza tempo

Premessa. Per capire questo testo fino in fondo bisogna essere (o essere stati) artisti o per lo meno aver accettato di vivere anche una sola giornata perdendosi in (de)costruzioni mentali apparentemente fuorvianti o inutili. Bisogna, come canta il Califano, pranzare tardi all’ora della cena e “guardare le tele con aria ironica” ma soprattutto “chiudere il mondo in un pasto misto”. Se qualcuno dovesse chiedersi o ricercare il significato dell’essere tifoso, potrebbe cantare: “E mi giocai i ricordi provando il rischio / Poi di rinascere sotto le stelle / Ma non scordai di certo un amore folle / In un tempo piccolo”. Qui ci sono molte delle coordinate di quella cosa di cui non riusciamo a liberarci. Per l’appunto il tifo.

Califano, se parafrasiamo e spostiamo il soggetto dall’amore al calcio, sembra volersi liberare di un amore folle rinascere sotto le stelle. Ripartire da zero e dimenticare molto probabilmente tutti i dolori. Eppure l’impossibilità di scordarsi di quell’amore folle lo trattiene dal provare il rischio di giocarsi tutto. E così ci ritroviamo in un tempo piccolo – un tempo triste o forse troppo stretto per consumare una gioia troppa grande. Molte volte chi tifa vive in questa condizione di incomprensione, semplicemente perché si è deciso a dare tutto il proprio amore, tempo e attenzione a qualcosa di inutile (agli occhi degli altri) e irrinunciabile.



A pensarci bene le ultime grandi vittorie dell’Inter hanno vissuto di questo contrasto. Le grandi stagioni di Mancini e Mourinho sono nate, del resto, sulle ceneri di calciopoli e di un un campionato per anni senza concorrenti. Un tempo piccolo dove le penalizzazioni e i giudizi sommari hanno scandito la trasformazione dell’Inter schizofrenica in macchina perfetta. Stesso discorso potrebbe essere applicato all’era (lampo) di Conte che ha visto l’Inter celebrare il suo 19esimo scudetto negli stadi vuoti del coronafootball. Sembra sempre che il tempo congiuri contro la Beneamata. Sembra ieri che Mourinho zittiva il Camp Nou correndo con l’indice alzato verso i suoi ragazzi. In realtà è Mou che corre sotto la Curva Sud. Non sentite risuonare la frase: “E buttai il mio cuore per qualunque cesso”? Altro che rumore dei nemici, qui c’è un tempo che si restringe fino a diventare piccolissimo.

Un tempo piccolo è, come si diceva, una canzone d’arte e le diverse metafore che il Califfo chiude nel suo pasto misto non possono che non portarci con la mente a quello che forse è uno dei goal capolavoro – proprio come si direbbe di un’opera d’arte – della recente storia nerazzurra. La rovesciata di Yuri Djorkaeff contro la Roma, non un avversario a caso del resto. Era il 5 gennaio 1997.

L’Inter era allenata da Roy Hodgson e la Roma da Carlos Bianchi. Al minuto 39 Ganz lasciò partire un tiro senza pretese che Sterchele respinse malamente con i piedi. Nacque un campanile sul quale si avventò ancor più maldestramente Petruzzi il quale creò un arco surreale. La palla sembrò non voler più scendere e sia Petruzzi che Djorkaeff guardarono in alto in cerca di risposte. Poi Yuri mescolò la vodka con acqua tonica, dipinse l’anima su tela anonima e si arrampicò in cielo a sfidare le leggi della fisica. Da qui nacque la storica “neanche” rovesciata – perché per essere tale bisognerebbe essere fatta spalle alla porta – e da posizione impossibile Djorkaeff infilò la palla sotto la traversa. Yuri è rotolato in salita come fosse magico.

djorkaeff roma inter
La magia di Djorkaeff contro la Roma

Avventura con il travestito

(Ti perdo, 1979)


Ecco una caratteristica essenziale di Califano: l’ironia. Se non ne si capisce l’ironia non ci si può avvicinare ai suoi brani. Se non si capisce che l’ironia è quel gioco serio sul quale Franco ha impostato la sua vita, nascondendovi in alcuni casi il suo vero volto, si perde molto di tutta questa poesia. Califano ha pagato a caro prezzo le sue scelte e soprattutto il volerle raccontare per quello che erano, vale a dire avventure.

Evitiamo quindi i moralismi o le pruderie della correctness nel trattare certi argomenti. Nel 1979, mentre l’Italia “usciva” dagli Anni di Piombo, e l’Inter di Beccalossi arrivava quarta, Franco cantava e scopriva la sessualità oltre ogni limite culturale. Tornando al tempo piccolo di cui sopra, le parole di Franco sarebbero scandalose ancora oggi perché toccano – in tutti i sensi se leggete il testo completo – il sublime che ci fa paura. Ma visto che la grande arte di Franco è quella di celare e celarsi, anche qui vogliamo usare il gioco della metafora iniziando proprio dalla prima strofa: “In faccia era più liscio della cera / Che barba s’era fatto quella sera / Era una bomba infatti me so detto / Nun so più io si nun la porto a letto”.

Questa è la storia di Luciano fu Eriberto all’Inter. Il funambolico esterno Eriberto, 23enne, aveva fatto parte del Miracolo Chievo e nel 2002 era in procinto di passare alla Lazio se non fosse stato per il suo travestimento. Proprio in quell’estate, infatti, Eriberto fuggì in Brasile e quando ritornò in Italia lo fece da Luciano, ovvero la persona che era sempre stata. Una persona di tre anni più grande (ritorna sempre il tempo piccolo). Dopo una squalifica di sei mesi e una multa di 160.000 euro Luciano approda in prestito all’Inter nel 2003. La stagione di Luciano racconta di sole 5 presenze e nessun goal. Franco direbbe:

“Tu vedi er sole e trovi la tempesta / A vorte è lunedì e te sembra festa / La vita è un dubbio tutto da scoprire”.

Da ascoltare e riascoltare infinite volte

L’ultimo amico va via

(N’bastardo venuto dar sud, 1972)


Continuiamo sempre sul filone ironico. Questo brano tratto dal primo album in studio del Califfo sembra scritto per l’attuale stagione dell’Inter e soprattutto per l’arrivo traumatico di Simone Inzaghi. Via Hakimi, via Lukaku ed ecco che risuona la strofa “Er vecchio gruppo ‘ndò stà, me li so’ persi così / se so scordati de me, Tanto amici e poi… tiè!”. Nient’altro d’aggiungere. Ha già detto tutto Franco.

califano inter

Arriviamo così ad uno dei cori da stadio più “impensabilmente” belli. Una canzone, Minuetto, che oggi verrebbe accusata di mansplaining.

Questo perché il testo scritto da Califano racconta l’amore secondo una donna. La genialità, anche se in questo caso si dovrebbe parlare di delicatezza, è che il testo è una cartina tornasole degli errori del Franco latin lover, quelli che si rimprovera in tante canzoni. L’organicità dell’essere umano nel suo avere inevitabilmente una parte femminile ed una maschile esce fuori senza nessuna vergogna – specifico vergogna perché per alcuni aver un lato femminile è un’onta – e si guarda nello specchio della complementarità.

Rilegge le sue pulsioni, capisce le ferite, condanna le sue fughe nel momento in cui diventano per l’altro attese vuote e spasmodiche: “Ora ammetto che la colpa forse è sola la mia / avrei dovuto perderti / invece ti ho cercato”. Se vogliamo – ed è quello che qui stiamo facendo – leggere tutto sotto una lente calcistica, provate a sentire la canzone e immaginatevi allo stadio. In particolare il momento in cui inizia la frase “E vieni a casa mia….” che si conclude con un trascinante La la la. Incredibile. Si riescono a vedere le sciarpe, si intravede il campo in mezzo ai fumogeni e sembra una notte da settore ospiti, una di quelle che esci per ultimo e devi aspettare tutti, anche i pompieri. E allora canti. Semplicemente canti. Ed è questa una delle inspiegabilità per cui si ama Franco, perché lui ha vissuto sempre nel settore ospiti.


Er tifoso

(In concerto dal Blue Moon di Ogliastro Marina, 1992)


Forse, e bisogna lasciare uno spazio al dubbio, questa canzone – in realtà è un reading performativo – potrebbe rappresentare l’inconscio giallorosso di Califano. Nato a Tripoli, cresciuto a Roma con il successo trovato a Milano, Franco è uno sradicato perenne, cosa di per sé che è contro il concetto stesso di essere tifoso. Franco è ovunque e l’Internazionale con quel suo suffisso Inter – quel suo essere tra le cose – lo rappresenta perfettamente. In questa canzone forse, però, esce quella vita domestica e territoriale che Franco avrebbe fatto se fosse stato della Roma: “E’ venerdì comincia la mia attesa / Sempre così quanno giocamo in casa / Fino a domenica so’ come ‘n omo in coma / Me po’ resuscità solo la Roma”.


Copertina realizzata da Contrasti. Per lo sfondo di San Siro si ringrazia Simone Daino


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