Papelitos
09 Aprile 2026

Lunga vita al pizzino

Il protagonista a sorpresa nel calcio tech.

Prima è stato il turno di Liam Rosenior, allenatore del Chelsea, nella partita di ritorno in Champions League con il PSG. A quattro minuti dalla fine, con la squadra in svantaggio 0-3 (dopo aver già perso la partita di andata per 2-5), il manager chiama Garnacho seduto in panchina e gli impartisce istruzioni leggendo su un fogliettino. Garnacho non riesce neppure a ridere.

Qualche giorno dopo, al termine di Bosnia-Italia, si scatena una vicenda a metà fra un film di Alvaro Vitali e un romanzo di John Le Carré. Protagonisti: Donnarumma e il portiere locale Nikola Vasilij. Gigio è dotato del pizzino con le abitudini dei tiratori avversari, ma il pezzo di carta viene trafugato
da un raccattapalle. Infuriato, Gigio cerca di prendersi una rivincita immediata strappando il pizzino di Vasilij. Ma qui arriva il colpo che non ti aspetti: i bosniaci avevano preparato una copia di riserva!

“Ce l’aspettavamo, ecco perché avevamo fatto due copie di quel foglietto!”,

dirà il portiere dopo la partita. Roba da far impallidire le tecniche la CIA o il Mossad. Finisce poi con una semi baruffa isterica: Donnarumma perde la testa, Vasilij esulta e il raccattapalle diventa eroe nazionale, rilasciando anche interviste nei giorni successivi.

Insomma, plateale o segreto il pizzino si sta segnalando come il grande antagonista del tech football. Un baluardo analogico contro un futuro di dati, numeri, grafici, frecce colorate, expected goals, heat maps e via dicendo. Basta guardare le panchine, che sembrano torri di controllo aeroportuali: cellulari, auricolari, cuffie, schermi di tutti i tipi, ipad, lavagnette digitali…ormai si vedono più tablet che borracce e molti allenatori invece di urlare “stringi!”, scorrono con il dito come se stessero scegliendo un ristorante. Per non parlare dei droni in allenamento e delle varie cam.



Poi, improvvisamente, il ritorno al passato. Ma non a quello nobile delle bandiere o dei centravanti di una volta. No, proprio il passato più povero e rustico, rappresentato da un foglietto piegato male, passato di nascosto come ai tempi del compito in classe. Altro che algoritmo. A volte il messaggero attraversa il campo con l’aria di chi porta un segreto di Stato, e invece magari c’è scritto “stai più largo”. Che è più o meno quello che si diceva anche quarant’anni fa, senza bisogno di satelliti.

Il pizzino resiste a tutto, anche alle telecamere in 18K. Non si aggiorna, non manda notifiche, non ha bisogno di Wi-Fi. Se lo perdi, hai un problema. Se cercano di rubartelo, scoppia una rissa.

E funziona. O almeno, dà l’illusione di funzionare. Perché ha una qualità che nessun tablet potrà mai avere: è teatrale. La lettura del pizzino crea attesa, racconta una storia. Il pubblico lo nota, i commentatori si agitano (“attenzione, indicazioni dalla panchina!”), e per un attimo sembra che lì dentro ci sia la chiave della partita. Poi magari i suggerimenti sono tutti sbagliati, ma non importa: il mistero vale più del contenuto.

C’è anche una certa ironia, diciamolo. In un sistema che pretende di sapere tutto (quanti chilometri corri, quante volte respiri, quante decisioni sbagli), alla fine ci si affida a un foglietto che potrebbe essere scritto male, letto peggio, interpretato a caso. Come costruire un’astronave per guidarla seguendo una cartina stradale del 1992.


Ma il punto è proprio questo. Il calcio, nonostante gli sforzi, non riesce a diventare del tutto serio. Si traveste da scienza, ma resta un gioco pieno di piccoli trucchi, di scorciatoie, di follie, di soluzioni improvvisate. Il pizzino è una di queste: un modo semplice, per dire cose che probabilmente si potrebbero esprimere in mille altri modi (per esempio, nel caso dei rigori, alzare un braccio dalla panchina), ma che così sembrano più importanti.

E allora eccoli lì, i foglietti, a girare per i campi del mondo. Un po’ ingenui, un po’ nostalgici, sicuramente fuori moda. Ma vivi. E in fondo rassicuranti: perché se anche il calcio del futuro ha ancora bisogno di un pezzo di carta piegato in quattro, forse non è poi così lontano da quello che abbiamo sempre conosciuto.

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