Critica
02 Febbraio 2026

Continuiamo così, facciamoci del male

Mia colpa, mia grandissima colpa.

Autoaccusa s.f. (comp. di auto- e accusa). – Accusa che una persona fa, spontaneamente, di una propria colpa, anche inesistente; o attribuzione a sé stesso di una colpa commessa da altri. Così scrive la Treccani, che indica a chiare lettere come una colpa possa essere anche inesistente o relativa a qualcosa commessa da altri. Non lo sapremo mai con certezza, tuttavia negli ultimi anni parecchi allenatori danno l’impressione di aver trasformato questa definizione in una specie di obbligo contrattuale.

Un difensore commette un errore clamoroso nella propria area? “È colpa mia perché non ho spiegato come orientare il corpo per proteggere la palla”. Un centrocampista scivola e si sloga una caviglia? “Mi assumo tutta la responsabilità della preparazione fisica e atletica“. La squadra incassa un goal ridicolo su corner dopo 40 secondi? “Sono io che non ho trasmesso ai miei la necessaria concentrazione nell’approccio alla partita“. Un giocatore di nessuna importanza viene ceduto? “Non è colpa sua se non giocava mai, dovevo essere io a concedergli più minutaggio“.

Ok, stiamo esagerando un po’. Ma fino a un certo punto. Perché questa ondata autoaccusatoria, mescolata a dosi eccessive di politically correct, crea talvolta riflessi comici.

Intendiamoci, un allenatore deve assumersi le proprie responsabilità. Il suo compito è guidare un nutrito gruppo di persone (giocatori, staff, personale medico ecc.) verso risultati concordati con la proprietà e/o con il club. Non a caso in Inghilterra viene chiamato manager, proprio come un dirigente d’azienda. E se questi risultati non arrivano, è giusto che sia lui a rispondere in prima persona.

In più, a differenza di un direttore generale o direttore vendite, il suo lavoro è sotto gli occhi di milioni di persone pronte a giudicarlo in ogni istante. Un allenatore degno ha dunque l’obbligo di difendere i suoi uomini pubblicamente (per poi rimproverarli privatamente), di dare i giusti meriti agli altri e di prendersi le colpe. Ma attenzione: non tutte le colpe.



Senza entrare troppo nello specifico, diciamo che questa tendenza di allenatori à la Tafazzi, nasce con i mister più giovani costretti, rispetto ai loro predecessori, a districarsi in un panorama media sovraffollato. I nuovi professionisti, però, hanno anche intuito il vantaggio nascosto della pratica autoaccusatoria: più si autoflagellano (contentino a buon mercato per i critici) più l’importanza del loro ruolo viene aumentata. Il buonismo paga: alzare la mano e dire “sono stato io”, anche quando c’entri poco o nulla, anche quando si tratta di errori individuali dei calciatori, assolve tutti gli altri.

Due anni fa, nella stagione post scudetto a Napoli, ci fu una situazione piuttosto significativa. Affidata a Rudi Garcia, la squadra zoppicava e venne chiamato Walter Mazzarri. Il Walterone nazionale, non ce ne voglia, è sempre stato dipinto come una specie di teorico delle scusanti. Dal meteo ostile al recupero eccessivo, dal palo maligno agli infortunati di troppo, Mazzarri era il simbolo per eccellenza dell’allenatore che si aggrappa a fattori esterni per giustificarsi.

Tornato sulla panchina di un club e di un ambiente che conosceva bene, Mazzarri non sembrava più lui e si esprimeva come se stesse camminando in equilibrio su un filo. Parlava facendo attenzione a non usare nessun termine compromettente “perché poi dite che cerco scuse“. E non poteva trasformarsi all’improvviso in un nuovo alfiere del “tutta colpa mia“. Non sarebbe stato credibile, il suo passato lo condannava.



Resta comunque in buona compagnia: i Conte, i Mourinho, gli Ancelotti, insomma gli esponenti della vecchia guardia, difficilmente si abbandonano a manifestazioni plateali di autoaccusa. È giusto? È sbagliato? Né l’uno, né l’altro. Molto semplicemente, questi uomini sanno bene che il calcio non sarà mai una scienza esatta e che si può controllare molto, ma non tutto.

Di sicuro, sarebbe bello se domani, invece del solito “ho sbagliato a non ricordare a Gino l’importanza delle preventive” un allenatore dicesse con un sorriso: “Gino? Sì, ha fatto una cazzata mica male… però dai… parliamoci seriamente: chi non ne fa nella vita?“. Ma non succederà. Gino chiamerebbe subito il suo procuratore e nascerebbe un caso. I social insorgerebbero contro l’insensibilità del mister. E allora, come direbbe Nanni Moretti, “continuiamo così, facciamoci del male“.

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