Quella di Fabrizio De André per il Genoa è una storia d’amore nata insieme allo stesso cantautore. È una fredda giornata quella del 18 febbraio del 1940 e, dal momento che è domenica, in tutti i campi di calcio italiani si gioca a pallone. Allo stadio comunale del Littorio di Novara i padroni di casa affrontano il Genoa, all’epoca squadra forte e compatta, allenata da un inglese, un tale William Garbutt che si era trasferito a Genova per lavorare nel porto. Già, proprio il porto, il luogo simbolo di Genova e presente in tutta la produzione di De André. Era la ventesima giornata di serie A, il Genoa aveva 26 punti e si trovava primo in classifica a pari merito con il Bologna. Durante la partita accadde qualcosa di strano: per un errore arbitrale il Genoa battè il calcio d’inizio sia del primo che del secondo tempo. La partita continuò come se nulla fosse e terminò uno a zero in favore del Grifone. Però, giorni dopo, un guardalinee denuncerà l’irregolarità: la partita venne rigiocata e il Genoa perse tre a uno dicendo addio al sogno scudetto. Da quel momento in poi non sarà mai più così vicino al titolo. Nel frattempo, comunque, in quella domenica di febbraio del ’40, a pochi chilometri da Genova, precisamente a Pegli, in via De Nicolay 12, Giuseppe De André mette sul grammofono il Valzer Campestre di Gino Marinuzzi per allietare il dolore della moglie Luigia che sta dando alla luce un bambino. Il dolore si trasforma presto in gioia, e il neonato mescola i primi vagiti con le note del Valzer: nasce Fabrizio De André. Nasce tra la musica. Nasce il giorno in cui gioca il Genoa. Non poteva essere altrimenti. Ed era inevitabile anche la sconfitta del Grifone, anzi, prima l’illusione della vittoria e poi la sconfitta definitiva. D’altronde Fabrizio da sempre è stato dalla parte dei vinti, degli illusi. Come il suo malato di cuore che prova una grande illusione nel baciare il suo amore, ma che poi muore per la troppa emozione. Era nato De André, il Genoa quindi doveva perdere. Non poteva essere altrimenti.

Con la prima moglie Enrica Rignone e il figlio Cristiano

Fabrizio De Andrè con la prima moglie Enrica Rignone e il figlio Cristiano

La vera e propria consacrazione di Fabrizio De André tifoso del Genoa si ha sette anni dopo. È il 5 gennaio 1947 e allo stadio Luigi Ferraris di Genova si affrontano Genoa e Torino. Il padre di De André è un acceso tifoso torinista e non perde occasione per portare il figlio maggiore Mauro – anch’egli tifoso del Toro – allo stadio. Decide di portare anche il piccolo di casa De André, Fabrizio, con la speranza che possa diventare anche lui un nuovo tifoso granata. Speranza che risulterà vana, perché proprio in quel pomeriggio invernale “Bicio” – nomignolo con il quale veniva affettuosamente chiamato Faber – scoprirà la passione per il Genoa. Da questo episodio emerge già la grandezza di pensiero di un personaggio che, nella vigilia dell’Epifania del 1947, non aveva compiuto ancora sette anni. Stiamo parlando di un bambino che va contro la fede calcistica del padre e del fratello più grande e sceglie di sua spontanea volontà di parteggiare per il Grifone. È un’autentica dichiarazione d’amore, che poteva nascere solo da un bambino come Fabrizio. Se poi aggiungiamo che quella partita terminerà con una sconfitta del Genoa – per tre reti a due – si capisce che quello non era un bambino come gli altri, come quelli che, da sempre, hanno scelto le loro squadre schierandosi dalla parte dei vincitori. No, Fabrizio De André, nel pieno della sua infanzia, ha scelto consapevolmente per che squadra tifare. Nonostante il padre, nonostante il fratello, nonostante la sconfitta. Anni dopo, ricorderà quel pomeriggio nei suoi diari con queste parole:

 

“Mio padre mi portò allo stadio Marassi per una partita Genoa-Torino. Mi ricordo che quasi subito, forse per una sorta di antagonismo precoce, mi scoprii Genoano contro mio padre e mio fratello che erano accesi tifosi torinisti. […] Mi pare che il Genoa avesse anche perso e in questo senso anticipai una mia tendenza che si sarebbe poi rivelata frequentando le scuole medie: ho sempre avuto un debole per i troiani e una forte antipatia verso gli achei e in questo sono confortato dall’opinione che anche il vecchio Omero la pensasse così, malgrado fosse probabilmente greco”.

 

Fabrizio De André, dunque, dopo aver scoperto l’amore per il Genoa, cresce con due grandi passioni: la prima – quella per cui lo conoscono tutti – è la musica; la seconda – e questa non è nota a tutti – il calcio. De André è un vero e proprio maniaco del calcio: sui suoi diari annota classifiche, gol fatti e gol subiti, conteggio degli scontri diretti, formazioni reali e formazioni ideali, quote salvezza e chi più ne ha più ne metta. Qualcosa da esperti di statistica sportiva. Il tutto contornato da considerazioni su varie tematiche: dalle parole che poi diventeranno le sue canzoni alle riflessioni meramente calcistiche. Un esempio è la domanda che pone a se stesso a proposito del tifo – “Che cos’è il tifo?” – alla quale risponde scrivendo che è

 

“una sorta di fede laica, è il bisogno di schierarsi a favore di un partito, simbolizzato da immagini, da un colore, ma che si pretende essere sostenuto da una tradizione e da una cultura diverse da quelle degli altri: il tifo nasce da un bisogno forse infantile ma pur sempre umano di identificarsi in un gruppo che ha come fine la lotta per la vittoria contro altri gruppi”.

Significativo il concetto del tifo come lotta fra gruppi, argomento quasi centrale nelle sue opere. La lotta fra classi sociali che, da sempre, sono divise in due fazioni: da una parte i ricchi, i vincitori, gli achei; dall’altra parte i vinti, i troiani, i Michè, le Bocche di Rosa.

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Un Fabrizio de Andrè a colori, ma sempre con l’immancabile sigaretta

Nella Genova divisa fra il tradizionalismo dei pescatori e il modernismo delle industrie, Fabrizio De André inizia a cantare quelli che poi saranno i suoi successi. Il suo nome diventa sempre più presente nei circoli borghesi della popolazione genovese tanto che viene spesso invitato proprio per allietare le serate con la sua voce. A volte accettava di buon grado gli inviti nelle case strette fra i caratteristici vicoli, ed era anche di buon umore all’idea che in queste serate si potesse bere, uno dei più grandi vizi di Faber. Ma, altre volte, a causa del suo carattere così profondamente anarchico e scontroso, potevano verificarsi episodi come quello che ha portato alla scrittura di une delle sue più famose canzoni. De André, in una serata fra “amici”, è invitato insistentemente a cantare: a lui però non va di farlo e, per ripicca, prende una sbronza colossale e lascia tutti i presenti lì dov’erano. Arrivato a casa inizia a scrivere: prende vita Amico Fragile. E, proprio in quel periodo e anche più tardi, De André, grazie anche al calcio, è molto vicino ad altri amici fragili come Don Andrea Gallo, anch’egli genoano, o come Pier Paolo Pasolini, tifoso del Bologna, al quale Faber dedicherà poi la canzone Una Storia Sbagliata e con il quale aveva in comune l’idea di libertà:

 

“Pasolini era un vero intellettuale del dissenso, libero da qualsiasi schema, da qualsiasi imprigionamento politico e direi anche economico. Non si accontentava della cultura ufficiale, ma aveva la curiosità di scavare in altre realtà”.

 

Come detto, la notorietà stava avanzando prepotentemente non solo nei circoli culturali, ma anche nell’ambiente sportivo. Le famose case in cui i giovani si riunivano erano praticate anche dai calciatori del Genoa e uno di questi era Gigi Meroni, il più grande amore calcistico di Fabrizio: “Meroni fu un artista nella vita e in campo, era dotato di una creatività simultanea nel senso che ciò che intuiva, ed era molto, riusciva immediatamente a mettere in pratica aggiungendo ad una tecnica da giocoliere una velocità di esecuzione micidiale“. Non solo una stima per la persona, ma anche un’analisi tecnica delle caratteristiche di Meroni da vero intenditore di calcio.

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Gigi Meroni, la farfalla granata

Nel frattempo, si arriva al 1979, un anno cruciale per la vita di De André. Infatti, nella seconda metà degli anni settanta, si trasferisce insieme alla seconda compagna Dori Ghezzi in Sardegna, in previsione della nascita di sua figlia Luvi. Però, nell’estate ’79, precisamente il 29 agosto, accade l’impensabile. De André e Dori vengono rapiti dall’anonima sequestri sarda e restano prigionieri per ben quattro mesi prima di essere liberati dopo il pagamento del riscatto. È un’esperienza che segna profondamente Fabrizio. I rapitori davano loro da mangiare pane di Gallura, tonno, uova e “un paio di volte la pastasciutta”, e nonostante tutto, Fabrizio ebbe parole di pietà per i suoi carcerieri: «Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai». Ma, in tutto ciò, nei quattro mesi passati in quello che poi lui chiamerà Hotel Supramonte, avrà pensato al suo Genoa? Ovviamente sì, anzi, queste sono le parole di Dori Ghezzi a proposito dell’argomento: «In prigionia praticamente non potevamo fare nulla, non ci davano la possibilità né di leggere i giornali, né di ascoltare radio, perché non ci arrivassero notizie che in qualche modo potessero riguardarci, però se il Genoa vinceva o perdeva quello ce lo dicevano. Perché lo facevano? Perché lo chiedeva Fabrizio! Gli chiedeva: “Ditemi che ha fatto il Genoa”» (Il Grifone Fragile, Fabrizio De André: storia di un tifoso del Genoa. Tonino Cagnucci, 2013). Tutto questo può bastare per capire l’amore di Fabrizio De André per “o Zena”.

Al centro della Curva genoana capeggia la bandiera di De Andrè

Al centro della Curva genoana immancabile è Faber

Un amore così lungo che, questa volta, Fabrizio l’ha dato in fretta al suo Genoa. Gliel’ha dato lo stesso giorno in cui è nato, quando il Grifone ha vinto ma era solo un’illusione. È un amore viscerale, genuino, come quello che prova la maggior parte dei tifosi. E questo, da un personaggio profondo come De André, non se l’aspetta nessuno. Perché il calcio viene visto dall’opinione comune come qualcosa di bassa importanza, come qualcosa di superfluo, di ininfluente. E ciò corrisponde al falso. Il calcio è un fenomeno sociale in grado di smuovere intere masse grazie alle emozioni che riesce a regalare, e questo Fabrizio De André lo sapeva bene, lui che di emozioni ne ha regalate e ne regalerà sempre. L’ha capito subito non appena messo piede dentro allo stadio Marassi, non appena visto cantare la Gradinata Nord. Quella Gradinata Nord che oggi canta, tutta insieme, Crêuza de mä, forse la canzone che più di ogni altra incarna lo spirito genovese e deandreiano. È un richiamo alla tradizione, ai vicoli, al porto, ai pescatori. Quando è stato chiesto a Fabrizio De André di scrivere per il Genoa la sua risposta è stata questa:

 

Al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo.

 

Una frase semplice ma di una bellezza travolgente. D’altronde, quando si mettono insieme la squadra più antica d’Italia e il miglior cantautore italiano, il risultato può essere solo questo: la bellezza.