Ritratti
10 Aprile 2021

David Beckham, il professionista

La persona prima del personaggio.

“Che senso ha dare un’altra mano di vernice dorata su una Bentley se poi vendi il motore?”. Sembra che siano state queste le parole con cui Zinédine Zidane, nell’estate del 2003, ha commentato la scelta della dirigenza del Real Madrid di vendere Claude Makélélé per far spazio a David Beckham. La storia della cessione di Makélélé d’altronde è passata agli archivi come il motivo dell’inizio del declino dei Galàcticos, il gruppo di fuoriclasse che giusto nel 2001 era arrivato sul tetto d’Europa.

 

 

Un errore banale di Florentino Perez, che ignora l’importanza del suo mediano di corsa e interdizione, corrotto dal talento dell’ennesima stella in una squadra di stelle. L’eccesso che vince sull’efficienza, il Real Madrid che vince una sola Supercoppa di Spagna nelle tre stagioni successive. D’altra parte, chi meglio di Beckham si sarebbe potuto trovare dalla parte sbagliata di questa storia?

 

David Beckham è noto in tutto il mondo più per il suo brand che per i suoi trascorsi in campo.

 

I più appassionati ricorderanno il leggendario gol allo scadere contro la Grecia che qualificò l’Inghilterra ai Mondiali del 2002, o magari la feroce lite con Ferguson nel febbraio 2003, terminata con il lancio di uno scarpino da parte di sir Alex sul volto di uno dei suoi calciatori più rappresentativi; oltre gli aneddoti, però, di cosa sia stato Beckham come calciatore si parla poco.

 

 

Per molti David Beckham è soprattutto un’icona, è il boom di vendite delle magliette dei LA Galaxy dopo il suo sbarco in MLS, è una metà della coppia perfetta con Victoria, è l’ambizioso imprenditore e proprietario dell’Inter Miami, è una statua d’argento a grandezza naturale eretta per pubblicizzare una linea di abbigliamento intimo di H&M. È una mano di vernice dorata sulla Bentley del calcio in cui non basta essere semplicemente più bravi degli altri dentro al campo.

 

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Beckham fa amicizia coi tifosi del Chelsea (Stu Forster/Allsport)

 

 

Varie fonti concordano sul fatto che sin da giovanissimo Beckham sia stato considerato un fuoriclasse. In effetti, il suo talento nel calciare il pallone è stato un tratto a dir poco caratteristico: tanto da fermo quanto in movimento, Beckham era capace di imprimere qualsiasi genere di traiettoria al pallone, utilizzando tra l’altro in modo quasi indifferente entrambi i piedi.

 

 

Ma Becks aveva anche un atletismo fuori dalla norma, la vera caratteristica che gli ha permesso di disimpegnarsi sia come interno sia come esterno di centrocampo nel corso della sua carriera. Tuttavia, ancora oggi, Beckham viene associato al dilettevole più che all’utile, alle punizioni più che alle corse all’indietro per recuperare il pallone.

 

“Beckham era la bandiera di un calcio in trasformazione. Il ribaltamento del teorema di George Best, che era un divo naturale e senza studio.

 

Beckham è perfetto, sposerà la donna giusta per aumentare a dismisura quel senso di plastica adeguatezza ai nuovi media e occuperà la scena dell’alta e bassa moda più di quella delle cronache calcistiche. Ed è un peccato, perché Beckham era un grande calciatore”.

 

– Michele Dalai

 

A 11 anni il piccolo David vince la possibilità di allenarsi per un giorno nella cantera del Barcellona. Poco dopo viene scartato dal Tottenham – la sua prima vera squadra – e fallisce dei provini con Leyton Orient e Norwich. Neanche adolescente riparte quindi dal Brimsdown Rovers, piccola formazione di provincia allenata dal padre. «A volte ho pensato che esagerasse con me», racconta Beckham oggi. «In alcuni momenti avrei avuto bisogno di una pacca sulla spalla da mio padre al posto di sentirmi dire cosa avevo sbagliato, ma funzionò».

 

 

Nel 1990 viene nominato giocatore inglese dell’anno nella categoria under-15. Nel 1991 inizia ad allenarsi col Manchester United, la squadra di cui ha ereditato il tifo dal padre. Nel 1993 firma il suo primo contratto da professionista. Nel 1996 diventa titolare in pianta stabile nella formazione di sir Alex Ferguson. Nel 1999 vince la Champions League contro il Bayern Monaco in finale, battendo i due calci d’angolo da cui scaturiscono i gol della rimonta di Sheringham e Solskjær, entrambi nel recupero.

 

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Il calcio d’angolo alla Beckham, un marchio di fabbrica riconosciuto in tutto il mondo (Shaun Botterill/Allsport)

 

 

Negli stessi anni in cui inizia a diffondersi il mito della Class of ’92 si presentano i primi grandi problemi nella carriera di Beckham. Le frizioni col CT Hoddle durante i Mondiali del 1998 mettono in giro la voce che Beckham non sia particolarmente interessato alla maglia con i Tre Leoni. All’Europeo del 2000 le grane scoppiano dopo la sconfitta per 3-2 contro il Portogallo, quando Beckham – autore di due assist – reagisce a delle contestazioni rivolgendo il dito medio verso i suoi stessi tifosi.

 

Tutto passerà agli archivi, come succede spesso nello sport, con l’arcinoto gol allo scadere contro la Grecia che qualifica l’Inghilterra ai Mondiali di Corea e Giappone.

 

Attualmente Beckham è il terzo giocatore con più presenze (115) nella storia della Nazionale inglese.

 

Ben più consistenti sono i problemi che Beckham si trova ad affrontare, paradossalmente, con il suo “papà” calcistico, sir Alex Ferguson. «Dopo il matrimonio non è stato più lo stesso», parola del manager scozzese nel 2007, a quattro anni di distanza dal già citato episodio dello scarpino e la conseguente cessione al Real Madrid.

 

 

Ferguson dice che da giovane Beckham è stato «il giocatore con la migliore resistenza fisica che io abbia mai allenato», che continuava a «esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi», che era instancabile. Sir Alex, insomma, porta avanti una lettura molto condivisa, quella secondo cui la seconda vita da pop star di Beckham a un certo punto abbia oscurato la sua professionalità impeccabile, riconosciutagli indistintamente da quasi tutti i compagni.

 

Beckham
L’altro lato di Becks (Gary M Prior/Allsport/Getty Images)

 

 

Nel 2006 David Beckham ha rivelato di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo. Si tratta di una malattia che porta a ripetere alcuni rituali, a volte anche inutili. «Tutto dev’essere perfetto. Quando alloggio in un hotel, per potermi rilassare devo prendere tutti i volantini e i libri e metterli in un cassetto. Ho provato a curarmi, ma non riesco a smettere». Verrebbe da dire che il perfezionismo di Beckham ha anche un lato tossico, da lui stesso nascosto per anni – ma forse l’aggettivo più adatto è “fragile». Fragile come il ragazzino scartato dal Tottenham, o il calciatore che rivolge il dito medio ai suoi stessi tifosi.

 

“Non dimenticherò mai il 1999 e cosa ha significato per me. I successi con il Manchester, la nascita del mio primogenito Brooklyn, il mio matrimonio. Resterà il mio anno preferito in assoluto, perché ha consacrato le due cose più importanti per me, ovvero la famiglia e la carriera”.

 

– David Beckham

 

Proprio per questo l’idea che Beckham fosse “troppo bello per fare il calciatore”, citando una battuta di Maradona, non può coesistere con la sua vera storia, lontana anni luce dalle semplificazioni che troppo spesso accettiamo passivamente. Beckham non è nato col talento di un predestinato, ma è partito da un sobborgo del sud dell’Inghilterra per arrivare sul tetto del mondo grazie ad un’eccezionale predisposizione – quella sì – per il sacrificio, per la ricerca della perfezione. Un ideale di matrice quasi filosofica, che abbiamo visto esasperato al massimo, ironia della sorte, proprio dal successore di Beckham come proprietario della 7 allo United, Cristiano Ronaldo.

 

L’esultanza di un giovanissimo David Beckham (Shaun Botterill/Allsport/Getty Images)

 

 

In effetti, le testimonianze di ex compagni o allenatori sulla professionalità di Beckham si sprecano. In Italia il Milan, una volta terminata l’esperienza rossonera, lo saluta con una nota ufficiale celebrando anzitutto il “professionista impeccabile”; stessa cosa faranno Carlo Ancelotti – «nel mondo del calcio mancherà la sua serietà la sua umiltà e la sua professionalità» –, Filippo Inzaghi e tanti altri.

 

 

Fa specie allora vedere come proprio nel momento del ritiro, quello in cui si tirano le somme sulla carriera di un calciatore, in molti sottolineino non “il piede”, il talento o l’immagine, bensì la professionalità; forse proprio per far passare pubblicamente un messaggio diverso, opposto rispetto a quello (ingeneroso) alimentato dai media.

 

“Sono rimasto colpito dalla sua professionalità e dalla sua eleganza, anche fuori dal campo. Tutti erano colpiti dal suo comportamento, mai sopra le righe”.

 

– Pippo Inzaghi su David Beckham

 

Insomma la storia di Beckham è controversa, piena di contraddizioni e passi indietro, nascosta sotto il velo di una narrazione pigra e poco approfondita, quella del sex symbol bravo a prendere a calci una palla. Così il David Beckham icona su scala globale diventa improvvisamente un guscio vuoto, una maschera in assenza di un volto. Dietro l’icona Beckham c’è invece l’uomo David, un professionista esemplare e molto legato ai suoi valori, alla sua famiglia e persino alle sue debolezze. Chi lo ha conosciuto davvero lo sa e ancora oggi – al di là le semplificazioni mediatiche – ricorda la persona, non il personaggio.

 

 


Copertina © Rivista Contrasti


 

 

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