Il 24 aprile del 1972 è la data di uscita di “Umanamente Uomo: il Sogno”, uno dei dischi più controversi ma al tempo stesso intensi di Lucio Battisti. Il Genio deve ancora compiere 6 anni. Restiamo ancora un attimo su Battisti. Tra il ricordo della sua infanzia con I Giardini di Marzo e la stucchevole E Penso a Te, ecco incastonarsi Innocenti Evasioni. La canzone ha come protagonista – non citato – Renzo Arbore e la sua confessione al duo Mogol-Battisti di una mancata scappatella con una ballerina della Rai di quel tempo. Questo episodio viene definito come una “innocente evasione”.

 

Un momento di svago, di fuga, una burla per citare Cristian De Sica. Anche la starlette è occupata, ma non per questo repellente al fascino del bel Renzo. Nel testo della canzone il fedifrago, un borghese come tanti in una città borghese come tante degli anni 70, viene quasi colto in flagrante dalla moglie dopo avere apparecchiato tutta la serata per l’amante. I dribbling verbali, mirabilmente messi in musica dalla coppia Battisti-Mogol, sono al dir poco esilaranti ed esaltanti.

 


Che sensazione di leggera follia
Sta colorando l’anima mia

 

Il parallelismo corre subito alle serpentine di Dejo per i campi della Titograd, oggi Podgorica, capitale del Montenegro di quegli anni ’70. Una fetta striminzita di terra, da sempre snodo chiave tra l’Europa continentale e l’Albania. All’epoca fa ancora parte della grande Jugoslavia guidata dal Maresciallo Tito. I tocchi leggeri, puri, folli di Dejan, tra i vicoli della città montenegrina, vengono subito precettati alla causa del FK Buducnost, la squadra più importante della regione. Gli arcobaleni candidi e al tempo stesso ribaldi disegnati da Dejo con il pallone nei piedi, tra le insenature dei fiumi Morača e Ribnica in mezzo al rigore della Jugoslavia dell’epoca, ritemprano gli animi della gente del luogo.

 

D’altronde, che cos’è il Genio se non, e soprattutto, colorare con fantasia e sfumature, la sensibilità delle persone? A sentire il Conte Mascetti, storico personaggio cinematografico interpretato da un maestoso Ugo Tognazzi nella trilogia di Monicelli Amici Miei del 1975, il Genio è “fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”. Tutti vocaboli presenti in quantità debordante nella mente e nei piedi dello sportivo montenegrino più forte della storia: Dejan Savicevic.

 

tito podgorica

La controversa statua di del Maresciallo Tito inaugurata nel centro di Podgorica nel dicembre 2018. Il leader maximo della ex Jugoslavia gode ancora del rispetto di molti cittadini montenegrini che gli riconoscono il merito di aver preservato la pace a lungo e oltre il 65% della popolazione ritiene sia stato errato disgregare la Ex-Jugoslavia (sondaggio del 2016, fonte: Reuteurs)

 


Immaginando, preparo il cuscino, qualcuno
È già nell’aria qualcuno
Sorriso ingenuo e profumo

 

Sorrisi, immaginazione, comfort zone, fuochi. Quelli d’artificio che esplodono fragorosi quando Savicevic muove i primi passi proprio nel FK Buducnost. Con Il Genio in campo, la partita diventa un viaggio in prima classe nella sua fantasia. Essenza di stelle e fragranze pirotecniche. Immaginare qualcosa oltre il possibile è sempre stata la prerogativa dei personaggi magici. Chi ha bisogno della logica quando c’è Savicevic sul terreno di gioco? Estro al potere e vozdra. Savicevic è il trionfo dell’essere umano sulla macchina.

 

E così mentre in Unione Sovietica, grazie al generale Lobanovski, si apre l’era del calcio del terzo millennio tutto computer, velocità, muscoli e potenza, in Jugoslavia, oltre a Savicevic, avanza a passi assordanti una generazione piena di estro e prepotenza tecnica vista raramente nel globo. Nel calcio, ma non solo. La pallavolo, ad esempio, coltiva i talenti in grado di raccogliere i migliori risultati tra la fine del 90s e gli anni zero.

In questo contesto pieno di tensioni e con pochi riferimenti esplode un gruppo di sportivi al dir poco eccezionale. Il calcio, la pallacanestro o la pallavolo, non fa differenza.

È la Jugoslavia dei fratelli Vladimir e Nikola Grbic, di Ivan Miljkovic, di Goran Vujevic, di Andrija Geric, tutti atleti che conoscono benissimo l’Italia e che arriveranno a vincere l’Olimpiade nel 2000 a Sydney. Dieci anni prima a Buenos Aires si issano in cima al mondo i colleghi cestisti, con una classe trascinata dal Mozart dei Canestri – credits Aldo Campana – Drazen Petrovic, insieme ai connazionali croati Toni Kukoc, Dino Radja, Arjen Komazec, i serbi Vlade Divac e Zoran Savic e il montenegrino Zarko Paspalj.

 

Gli anni ’80 sono un decennio troppo complesso da spiegare in queste righe in termini sportivo, politico e sociali. Solo chi ha vissuto quell’epoca o è di quella zona del mondo può spiegare con lucidità tutto quello che è accaduto dalla morte del Maresciallo Tito, nel 1980, in poi. In questo contesto pieno di tensioni e con pochi riferimenti esplode un gruppo di sportivi al dir poco eccezionale. Il calcio, la pallacanestro o la pallavolo, non fa differenza. L’immaginazione sale al potere, i sorrisi, sotto la cenere dell’inquietudine politica, la fanno da padrona, mentre i cuscini su cui poggiano i sonni dei tifosi dello Stella Rossa sono pronti ad accogliere sogni ai confini con la realtà.

 

Jugoslavia basketball

La nazionale slava di pallacanestro campione del mondo a Buenos Aires nel 1990: solo una delle straripanti eccellenze sportive lasciate in eredità dalla ex Jugoslavia.

 


Il giradischi, le luci rosse e poi
Champagne ghiacciato e l’avventura può iniziare ormai

 

Lo Stella Rossa dal 1986 al 1991 è un Dream Team ben prima dello squadrone degli USA Basketball del 1992 o del Barcelona di Crujiff con la tipica prosopopea catalana. Prendete Dragan Stojkovic, idolo assoluto per i Deljie, i tifosi più caldi della Stella Rossa. Piksi è un 10 di incredibile qualità. Nel 1984, ad appena 19 anni disputa gli Europei di Francia da titolare.

 

È un dribblomane indefesso, innamorato della giocata, talvolta anche fine a sé stessa. Non è rapidissimo, ma con la palla tra i piedi è inarrestabile. L’Italia scopre Stojkovic il 26 ottobre 1988. A San Siro lo Stella Rossa trascinato proprio da Stojkovic mette a ferro e fuoco il Milan di Sacchi. Si, uno dei tre club più forti della storia del gioco. Il gol del 10 biancorosso è un capolavoro di tecnica pura applicata al calcio. In quella squadra è già approdato da qualche mese anche Dejan Savicevic. Ha solo 22 anni, ma ha alle spalle 135 presenze con il Budconost condite – giusto per gradire – da 35 gol.

 

Un biglietto da visita più che sufficiente per conquistare fin da subito la maglia da titolare del Crvena Zvezda e per entrare in sintonia con il leader maximo della squadra. Dejo e Piksi, due menti elette del gioco. Alle loro spalle, in panchina, anche un certo Robert Prosinecki. Lo champagne è bello ghiacciato, la bottiglia per essere stappata. La Coppa dei Campioni, dopo lo Steaua Bucarest, è pronta ad andare ancora una volta oltre la Cortina di Ferro?

 

Pancev Skjkovic Savicevic

Pancev, Stojkovic, Prosinecki e Savicevic, l’irreverente qualità del Crvena Zvezda a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

 


Accendo il fuoco e mi siedo vicino, qualcuno
Stasera arriva qualcuno
Sorrido intanto che fumo

 

Due settimane dopo, al Marakana, il fuoco è già acceso. Lo champagne è già pronto e solo la nebbia di Belgrado impedisce agli slavi di iniziare la festa ed accedere ai quarti di finale della Coppa dei Campioni del 1988/1989. In quel match sospeso al 57’, ecco la firma di Dejo. Immarcabile per tutto il match, più indecifrabile per la difesa rossonera del nebbione che colpisce la capitale jugoslava in quell’anomala serata di novembre. Il giorno dopo, nel recupero della sera prima, Dejan non è lo stesso. Tipicità degli artisti. Mai chiedere a Paganini di ripetere per due serate di fila la stessa sinfonia. Il rigore sbagliato da Dejan, nella serie di penalty, aiuta il Milan ad accedere fortunosamente al turno successivo.

 

 

Intanto il Marakana ha deciso: Savicevic è degno di indossare la maglia della Stella Rossa. Non solo: può diventarne anche il leader. La cessione di Stojkovic al Marsiglia del rampante yuppie Bernard Tapie nell’estate del 1990 è il momento chiave. Il team può rinunciare al suo capo popolo senza colpo perire. In rosa c’è gente del calibro di Belodedici, Jugovic, Binic, Pancev, oltre al già citato Prosinecki. Sono pronti conquistare l’Europa. E poi c’è il Genio, anche senza la mente Stojkovic. Si scinde così uno dei più grandi duo della storia del Gioco. Quasi paragonabile a Pelé-Garrincha, Jordan-Pippen, Nikola Grbic-Miljkovic, Lennon-McCartney, Beck-Clapton o Mogol-Battisti.

 

 

Tra il 1990 e il 1991 succede di tutto. I mesi post Italia ’90 sono una sbornia calcistico-collettiva tutta italiana. Milan, Juventus e Sampdoria sono detentrici delle coppe europee, mentre uno dei primi 3 attaccanti al mondo è un certo Totò Schillaci. Per poco, quest’ultimo, non regala agli azzurri un sacrosanto Mondiale. In quella stessa kermesse, la Jugoslavia, ancora unita, esce fuori ai quarti di finale contro l’Argentina di Maradona. Il mix di qualità e solidità a disposizione del CT Osim è immenso, paragonabile solo a quello delle favorite Italia, Argentina, Germania ed Olanda.

 

Come al Marakana in quella notte di novembre del 1988, anche questa volta sono fatali i calci di rigore. Poco male, perché nei due anni successivi c’è ancora l’occasione per una ultima band reunion. Quella formazione, potenziata da altri talenti del calibro di Jugovic, Mijatovic, Boban, Mihajlovic è la più forte del mondo, ma come spesso accade con i Balcani di mezzo, se qualcosa deve andare storto, finirà stortissimo. Tra le varie regioni che compongono lo stato slavo oramai i toni sono più che esasperati. La storia è nota. La guerra in Ex Jugoslavia manda in fumo le speranze e i sorrisi di milioni di tifosi.

 

 

stojkovic savicevic

La rete di Piksi agli Ottavi del Mondiale italiano, alle sue spalle il Genio. È il canto del cigno di una squadra straordinaria che poco dopo verrà smembrata dalla guerra dei Balcani.

 


Ma come mai tu qui stasera
Ti sbagli sai, non potrei
Non aspettavo, ti giuro, nessuno
Strana atmosfera
Ma cosa dici, mia cara
Non sono prove, no, no
Un po’ di fuoco per scaldarmi un po’
E poca luce per sognarti, no

 

Lo Stella Rossa 1990/1991 è pronto al grande ballo, anche se agli occhi delle altre regine di Europa resta una compagine enigmatica. Nel dubbio a Belgrado, stante i venti di guerra che spirano forti, nulla viene lasciato al caso e nel mercato di novembre viene pescato dal Vojvodina il mancino telecomandato di Sinisa Mihajlovic. Intanto, da qualche mese, la maglia numero 10 è sulle spalle di Dejo. La scelta è inequivocabile e le sue giocate deliziano l’esigente palato dei Delije. Dettaglio non banale se giochi al Marakana di Belgrado.

 

Il peso della maglia che cos’è? Savicevic nel quadriennio dello Stella Rossa è un atleta totale, in grado di disimpegnarsi in qualsiasi ruolo offensivo. Lui ed altri 10 in campo. Il 10 ed altri 10 a seguirlo. Con lui e per lui. In giornata di grazia è fisicamente impossibile da frenare. Il duello con il marcatore di turno diventa un rodeo psico-tecnico-fisico perso in partenza dai marcatori rivali. L’autonomia fisica è variabile, certo, ma quanto conta nell’economia della partita? Poco, viene da dire. Spesso 60 o 70 minuti bastano ed avanzano per vincere le partite da solo.

Sa sempre come e chi colpire. Disintegrare muri e certezze avversarie è la specialità di Dejan.

 

Certo, ci sono anche le giornate storte e in quel caso, il discorso fatto in precedenza, si capovolge. 10 ed il 10 non pervenuto, ma anche da queste debolezze sta la sensazionalità del montenegrino. Servono a poco dispositivi difensivi preparati ad hoc o marcature a uomo, perché Savicevic con la sua andatura sempre ciondolante, ma al tempo stesso sicura di sé, è la pietra focaia della manovra biancorossa. Un chirurgo o un demolitore con il viso angelico. Sa sempre come e chi colpire. Disintegrare muri e certezze avversarie è la specialità di Dejan.

 

La prova? Nella vittoriosa semifinale di andata contro il Bayern Monaco, il suo gol all’Olympiastadion è un trionfo di balistica. Il propellente per far decollare il razzo biancorosso verso la vittoria di Bari contro il Marsiglia. In quella finale Savicevic non calcia rigori, ma il suo dovere sa di averlo compiuto ampiamente in precedenza. Il sogno del duo Dzajic-Cvetokovic, solo immaginato nel lontano 1985, vede il suo compimento: lo Stella Rossa è campione d’Europa.

 

La coordinazione della corsa e del tocco di palla, in un unico insieme

 

La storia del calcio, dopo la rivoluzione sacchiana, viene trascinata nell’epoca delle prime volte. Le edizioni 1991, 1992 e 1993 della Coppa dei Campioni/Champions League vedranno Stella Rossa, Barcelona e Olympique Marsiglia in cima al Vecchio Continente. Non è un caso. Il 24 settembre 1991 esce “Nevermind” il secondo disco dei Nirvana. Tanti critici illuminati di musica e calcio hanno trovato analogie tra i Nirvana e lo Stella Rossa. Ci sono ragioni di base corrette.

 

Al netto dei molti elementi ripresi dal punk dell’epoca 1977 e dintorni, il trio di Seattle rappresenta una netta sconnessione musicale con i cliché del tempo. Anche lo Stella Rossa è essenzialità e rumore. Gli 80s, con i loro assoli barocchi e quella patina di pacchiano glam van haleniano, è ora di buttarseli alle spalle. Kurt Cobain nella musica, Savicevic nel pallone sono i manifesti pubblicitari di questa onda nuova. Un grido scomposto e disordinato verso un mondo senza riferimenti, in preda allo sfacelo post caduta Muro di Berlino.

 

Nel dicembre del 1991, quasi in concomitanza con la disgregazione ufficiale dell’URSS, ecco arrivare la Coppa Intercontinentale, con Savicevic protagonista in negativo. La testata ed il pugno rifilato al cileno Ramirez del Colo Colo lo spediscono nello spogliatoio prima del tempo. Forse, anche per questo motivo a fine anno Savicevic è secondo nella classifica del Pallone d’Oro. A precederlo è un suo futuro compagno di squadra al Milan: Jean Pierre Papin.

 

Stella Rossa 1991

La Crvena Zvezda alza al cielo la prima e unica Champions League della sua storia nella primavera del 1991, a Bari.

 


Siediti qui accanto, anima mia
Ed abbandona la tua gelosia, se puoi
Combinazione, ho un po’ di champagne
Se vuoi amore
Come sei bella, amore
Sorridi e lasciati andare

 

Forse Capello con Savicevic non è mai stato così accomodante come il protagonista della canzone, nella parte iniziale della quarta strofa. Difficile avere sensi di colpa nel lasciarlo in panca, quando puoi mettere in campo solo 3 tra Marco Van Basten, Ruud Gullit, Frankie Rijkaard, Zvonimir Boban o Jean Pierre Papin. Benvenuti nel pianeta Milan. Berlusconi e Galliani ammassano talento estero senza ritegno alcuno e ai nastri di partenza della stagione ’92-’93 presentano forse la versione migliore del Milan degli anni ’90.

 

Per strappare Dejan dalla guerra e dalla Stella Rossa servono 10 miliardi delle vecchie lire, l’equivalente di 5 milioni di euro attuali. Cifra irrisoria per i tempi di oggi, di un certo peso per l’epoca. Gli inizi a Milanello sono duri ma fin dal primo allenamento, quando mette regolarmente a sedere Baresi, Maldini e Costacurta in partitella, si capisce che a Milano è sbarcato un fuoriclasse. Lo stesso Costacurta ammetterà anni dopo:

“c’erano solo due persone al mondo per cui valeva la pena pagare il prezzo del biglietto: Marco Van Basten e il Genio”.

Storia già ascoltata. Il problema, se così si può scrivere, è il momento del Milan. I campioni presenti in rosa sono tanti, non è facile emergere. Savicevic in Coppa Italia fa lustrare gli occhi fin da settembre, ma per vedere il suo primo gol in campionato bisogna aspettare gennaio. Nel mezzo un po’ di gelosie nei confronti di sua maestà MVB. Tra agosto e dicembre 1992 Van Basten raggiunge l’apogeo delle sue prestazioni in maglia rossonera e Fabio Capello ha occhi solo per divino Marco. Il ribelle montenegrino non riesce a trovare la combinazione del cuore di don Fabio ed ecco che qualche frizioncina, eufemismo, spunta fin da subito. Anche in questo senso si possono spiegare le poche apparizioni di Savicevic nella stagione d’esordio.

 

Lega con Boban, vista la lingua in comune, ma le partite giocate sono poche, appena 10, mentre i gol sono 4 in Serie A. Reti preziose, a dire la verità, che regalano al Milan 4 punti decisivi (all’epoca ogni vittoria vale 2 punti) nella corsa scudetto. La scintilla manca, eppure per i tifosi c’è già la percezione d’amore. In Europa racimola qualche fugace comparsata e guarda dalla tribuna la finale, perdente, di Champions League di Monaco di Baviera contro l’Olympique Marsiglia. La prima stagione scivola così, senza certezze verso il futuro, con un sorriso amaro per quello che non è stato questo e avrebbe potuto essere.

 

Milan 1992

Solo un saggio del talento infinito del Milan dei primi anni ’90, una delle squadre più forti mai sbarcate sul pianeta. (Credit: Chris Cole/Allsport)

 


Chi può bussare a quest’ora di sera?
Sarà uno scherzo, un amico e chi lo sa
No, non alzarti, chiunque sia si stancherà
Amore, come sei bella amore
Ho ancora un brivido in cuore

 

La storia è pronta a bussare alla porta. Con queste premesse, la stagione 1993/1994 è quella della “svolta”. L’amore, sinora annusato ed immaginato tra Dejan ed il popolo rossonero, esplode in tutto il suo fragore in una bollente serata ateniese. È il 18 maggio 1994. Silvio Berlusconi è appena stato nominato Primo Ministro, dopo aver trionfato nelle elezioni di qualche settimana prima contro Ochetto e la sua gioiosa macchina da guerra. Definizione calzante, quest’ultima, per il Milan di quell’annata. Imperforabile difensivamente, spietato in avanti.

 

Savicevic, dopo l’apprendistato dell’esordio, sembra pronto a prendere in mano la squadra. I tre olandesi se ne sono andati, sono rimasti Boban e Papin con lui eppure gli spazi, fino a dicembre, continuano a latitare. Il poco feeling con Capello è noto e Dejan più di qualche volta, spalleggiato dal più inserito Boban, si trova confrontarsi con il sergente friulano. Intanto dal Marsiglia, a novembre, arriva Marcel Desailly, di professione difensore centrale. Il nativo di Accra, Ghana, viene re inventato con grande successo come centrocampista davanti alla difesa ed è una delle chiavi del double scudetto-Champions League ’94.

 

L’altra chiave, dopo l’ennesima discussione con Capello a gennaio, è la definitiva esplosione di Dejan Savicevic. La storia sulla finale di Atene ’94 è arcinota. Milan senza Baresi e Costacurta, entrambi squalificati, ed ultra-sfavorito alla vigilia. Il Barcelona, dall’altra parte, dispone del gruppo che ha vinto la Coppa dei Campioni – fortunosamente – nel 1992, con l’aggiunta del Baixinho, al secolo Romario, probabilmente la migliore prima punta dell’epoca insieme al suo sodale, l’ineffabile Hristo Stoichkov. Crujiff si fa fotografare con la coppa già in mano, mentre Capello, tormentato dai dubbi di formazione, perde l’ultima amichevole contro la Fiorentina una decina di giorni pre-Atene.

 

Quel fantastico 4-0 con la telecronaca di Bruno Pizzul

 

Behind the curtains: fonti autorevoli rossonere narrano di come quel match venne scientemente perso da Maldini e compagni per impedire a Capello di indietreggiare in difesa Marcel Desailly. Capello alla fine opta per un 4-4-2 con Albertini e Desailly diga in mezzo al campo, Filippo Galli e Maldini centrali difensivi e Donadoni, Boban, Massaro e Savicevic sul fronte offensivo. Scelta azzeccata. Il “Genio”, da seconda punta libera di svariare a tutto campo, dipinge calcio dal vago sapore caravaggiesco. La ribaldia dei vicoli di Buduconst viene replicata con la stessa fanciullesca sfacciataggine anche innanzi a Koeman, Ferrer, Sergi, Guardiola, Bakero. La magia del futbol.

 

Savicevic è imprendibile per tutta la gara e soprattutto “scherza” chiunque gli si ponga innanzi. Un delirio di onnipotenza calcistica degno dei più grandi della storia. L’assist per il primo di gol Massaro è solo l’antipasto per la portata principale nella ripresa. Il minuto è il quarantaseiesimo, il secondo tempo è iniziato da pochi istanti. Il pallone di Albertini verso la linea laterale destra è di quelli che si definiscono in gergo “di alleggerimento”. In uno dei rari scatti convinti della sua carriera, Dejan si lancia all’inseguimento di quella palla.

 

Il Milan conduce già due a zero. Motivazione e determinazione premiano il montenegrino, anche perché il presuntuoso Miguel Angel Nadal, zio del ben più noto Rafael, tennista di un certo successo dal 2004 in poi, va a contrasto con la stessa consistenza della carta velina su un muro di cemento. Superato l’ultimo baluardo difensivo blaugrana, resta Andoni Zubizarreta da superare. La posizione è defilata, ma il Genio non ci pensa troppo. Il piatto sinistro con cui scavalca il portiere spagnolo è simile agli archi sinusoidali tanto cari nei suoi progetti all’architetto valenciano Santiago Calatrava.

 

La sfera si insacca all’incrocio, Dejan alza il braccio sinistro in segno di vittoria davanti ai tifosi in estasi. Capello dalla panchina non concede spazio a nessuna emozione, ma dentro di sé gode per quello che ha appena visto. Il tre a zero è la pietra tombale sulle ambizioni di remontada del Dream Team barcelonista. La firma di Desailly, dodici minuti dopo, pone il punto esclamativo ad una delle imprese meno scontate della storia del calcio. Savicevic, esattamente due anni dopo la prima volta, è ancora campione d’Europa.

 

Savicevic Atene

Dejo festeggia la sua rete contro il Barcelona nella notte di Atene. La partita che ha consacrato il Genio e lo ha consegnato in eredità alla storia del calcio. (Credit: Empics)

 

Ci sarebbe l’occasione per il tris europeo. Doveroso il condizionale, perché la stagione 1994/1995, dopo la sbornia di successi ininterrotti degli ultimi 7 anni, si rivela più complicata del previsto. La batosta in Intercontinentale a dicembre contro gli argentini del Vélez Sarsfield è solo la punta dell’iceberg. La Supercoppa Italiana vinta ad agosto ai rigori contro la Sampdoria e la Supercoppa Europea vinta a gennaio innanzi all’ultima versione di boring Arsenal, con un Boban versione Noche de Gala, sono dei brodini di poco conto dalle parti di Milanello.

 

Capello fatica a tenere la spina attaccata alla truppa. In Italia il ritardo dalla Juventus e dal Parma è importante sin da novembre, mentre in Europa la situazione tende al drammatico. Le ripassate – mica da ridere – subite dal caleidoscopico marchingegno di caos organizzato a firma di Louis Van Gaal provocano il mal di testa ai piani alti di Via Turati. Merito dell’Ajax di Litmanen e Finidi, coppia finnico-nigeriana delle più improbabili della storia, supportata da una generazione di baby fenomeni orange dal sicuro avvenire come i gemelli de Boer (Frank e Ronald), Edgar Davids, Clarence Seedorf, Edwin Van Der Sar, Michael Overmars, Michael Reiziger.

 

A sintetizzare sul campo questo mix di atletismo e overbooking di conoscenze tecniche ci pensano i due guardiani anziani del metodo ajacide: Danny Blind e il grande ex rossonero, Franklin Rijkaard. In ambo le gare del girone iniziale per i rossoneri è una spremuta di sangue. L’Ajax umilia i campioni d’Europa sul piano atletico e del gioco. Il Milan rimedia a fatica contro Aek Atene e Salisburgo, ma accede ai quarti da secondo. Trova il Benfica, dominatore del girone C. Nel frattempo, siamo già a marzo e i Rossoneri sono tornati in linea di galleggiamento.

 

Don Fabio, impegnato come spesso accadeva a strigliare i suoi (Foto Getty Images Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport)

 

Contro i portoghesi basta una doppietta di Simone, mentre in semifinale contro i campioni di Francia del PSG arrivano le notti del Genio. Soprattutto al ritorno, a San Siro, Savicevic fa ammattire Ricardo Gomes, Roche e Le Guen, oscura Ginola e Weah e con una doppietta mette il timbro sul passaporto per la finale del Prater di Vienna. Nei primi mesi del 1995, a 29 anni ancora da compiere, Savicevic è un atleta maturo e regala prestazioni strabilianti. In accoppiata con Simone sono spettacolo e gol a getto continuo. La specialità della casa. Tutto scorre a gonfie vele, sino alla rifinitura della finale.

 

Quel 23 maggio, giorno precedente alla finale del Prater, Dejo sente qualcosa che non va dietro la coscia destra. Un risentimentino? Probabile. Rudy Tavana, il medico sociale del Milan, si affretta a tranquillizzarlo “Non è niente di grave Dejan, domani puoi giocare”. Dejan scuote la testa. Mister Capello lo supplica di scendere in campo, anche perché in quel momento storico il Genio è la coperta di Linus della squadra. Dejan scuote ancora la testa. Chiede un ulteriore consulto medico. I macchinari all’avanguardia dell’ospedale dell’ex capitale dell’impero austro-ungarico non riscontrano anomalie nella porzione muscolare interessata.

“Macchina non sente dolore, Dejan si”.

E con questa frase pronunciata nel pomeriggio di quel mercoledì 24 maggio 1995, il Milan abbandona qualsiasi speranza di trionfare contro l’Ajax, nel remake dei match del girone preliminare. Il match lo decide il diciottenne Patrick Kluivert, entrato al 68’ per un deludente Jari Litmanen. Come per il tifoso medio juventino, quando ripensa a cosa sarebbe stata quella notte di Manchester del 2003 con Nedved in campo, anche per il supporter milanista resterà per sempre nell’aria l’interrogativo irrisolto “e già, chissà con Dejan in campo come sarebbe andata…”.

 

PSG Milan

L’ennesima perla del Genio, nella semifinale contro il forte PSG è inarrestabile e trascina i rossoneri alla finale di Vienna.

 

Con i “se” e con i “ma” non si scrive la storia ed il Genio, dopo quella non-serata, fa ancora in tempo a vincere uno scudetto in rossonero insieme a Roberto Baggio e George Weah, nel frattempo approdati a Milano. Disputa un mondiale nel 1998 con la Jugoslavia e poi regala un altro paio di giri sull’ottovolante della sua immaginazione futbolistica ai tifosi del Rapid Vienna. Si ritira all’alba del nuovo millennio quando comprende che non vale più la pena fare fatica per un calcio dal vago sapore futuristico. Non c’è spazio per i tipi come lui: 10 destabilizzanti, tecnically scorrect e caotici.

 

L’imbarbarimento di tocco, di pari passo con il trionfo dello sciovinismo fisico-tattico rispetto al primato della tecnica ha stancato Savicevic. Restano la storia e i numeri. E se quest’ultimi solitamente sono buoni per i maniaci di statistiche dal dubbio gusto estetico, almeno con il Genio statistici e artisti vengono messi tutti d’accordo. Gli occhi restano incollati alle pennellate elettriche e furiosamente tenere di uno dei mancini più eccelsi della storia. Talento senza definizione, pallone incollato ai piedi, come una protesi del suo corpo, e la battuta spontanea, sempre pronta, al fulmicotone. Come i suoi dribbling.

 

Con il suo ritiro, anche quella sensazione di leggera follia sui prati di mezza Europa cessa di esistere. Quell’innocente evasione nel mondo del sogno, che per 15 anni di carriera Savicevic ha donato a tutti gli appassionati di questo Gioco, evapora come polvere di stelle. Restano, solo, tre parole. Le stesse, probabilmente, che si è sentito ripetere innumerevoli volte dai suoi compagni dopo averli trascinati a vittorie e trionfi. Dejo, grazie mille! Genio, hvala puno!