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Calcio
3 Maggio

Manuel Rui Costa e la fantasia al potere

Gezim Qadraku

22 articoli
Essere Maestro rimanendo discepolo.

18 settembre 2007, stadio Giuseppe Meazza. Il Milan ospita i portoghesi del Benfica per la prima partita del girone D di Champions League. I padroni di casa si impongono per due reti a uno. Segnano Pirlo e Inzaghi nel primo tempo, ai quali risponde Nuno Gomes allo scadere della ripresa. Una partita che non verrà di certo ricordata per il mero riscontro del campo, quanto per il “poi” dei 90 minuti. Parliamo di Manuel Rui Costa, che quella sera ritorna alla scala del calcio da avversario, con la maglia delle aquile.

 

Al triplice fischio il numero dieci abbraccia i suoi ex compagni e va a prendersi il meritato tributo dalla curva rossonera. Viene salutato come merita, perché nel Milan ha vinto e ha lasciato il segno. Il popolo rossonero non si è dimenticato di lui. È uno dei tanti momenti extra-calcistici che permettono di comprendere bene ciò che Rui Costa ha rappresentato come calciatore, ma soprattutto come uomo, per la storia del calcio.

Rui Costa, anima del Portogallo a cavallo tra gli anni 90 e gli anni 2000 (foto Allsport UK/Allsport)

Utilizzare le istantanee più importanti della carriera di Rui Costa risulta essere il modo migliore per raccontare il trequartista portoghese. Sviluppando un esercizio insolito, partiamo dall’addio al calcio giocato, che si materializza in data 11 maggio 2008, di fronte ad un da Luz esaurito. Minuto 86, cala il sipario. “O Maestro” saluta compagni, avversari e tifosi, cercando di trattenere a stento le lacrime. Una volta varcata la linea laterale che delimita il campo da gioco, cerca con gli occhi qualcuno, trovandolo pochi secondi dopo. Si sfila la maglia e la consegna ad un uomo, suo padre. Momento autentico.

 

In quello che è l’istante che rappresenta l’apice dell’attenzione di tifosi e telecamere nei suoi confronti, il trequartista cerca la famiglia, il padre. Un gesto che descrive l’importanza che per il portoghese hanno le radici. Cresciuto in una famiglia molto modesta, trascorre la sua infanzia in un bilocale, chiedendo ai propri genitori di poter avere un fratello. Non sapendo che tale richiesta non poteva essere da loro esaudita per la difficoltà economica di mantenere anche un solo figlio. Rui Manuel diventa grande in un ambiente umile, nel quale respira quotidianamente l’affetto familiare e i co-originari valori che avrebbe successivamente riportato in campo: sincerità, onestà, correttezza e solidarietà. Un gentiluomo.

All’improvviso ho sentito per quell’uomo qualcosa di simile alla tenerezza. Ho sentito in lui la tenerezza che si prova per la comune normalità umana, per la banale quotidianità del capofamiglia che va al lavoro, per il suo umile e allegro focolare, per i piaceri allegri e tristi di cui necessariamente è fatta la sua vita, per l’innocenza di vivere senza analizzare, per la naturalità animalesca di quelle spalle vestite. (Fernando Pessoa)

Il giorno che cambia radicalmente la vita del piccolo Rui Costa è il 13 marzo 1982. Sul campo 4 del centro sportivo del Benfica va in scena un provino, al quale il portoghese riesce a partecipare grazie all’aiuto dello zio Antonio. Fuori dal terreno di gioco, ad osservare quei ragazzini, c’è la leggenda portoghese in persona: Eusebio. L’attenzione della pantera nera viene subito catturata dalle giocate di Rui Manuel. Il ragazzo, al primo pallone toccato, salta con un pallonetto due avversari, al secondo va in porta da solo saltandone altri tre. Il provino può terminare subito, il piccolo Manuel entra a far parte delle giovanili del Benfica.

Patria, Benfica, talento cristallino e dedizione

L’impatto iniziale è dei peggiori immaginabili, espulso da Eusebio in allenamento per aver detto una parolaccia. Strano, se si considera l’educazione ricevuta e il comportamento mantenuto durante tutta la carriera (verrà espulso in due sole occasioni). Il secondo rosso, da lui descritto come una delle delusioni più grandi della sua vita, lo prende con la maglia del Portogallo. I lusitani incontrano i tedeschi in una gara valevole per qualificazioni mondiali del ‘98. Una decisione piuttosto contestabile quella del direttore di gara, che mostra il cartellino rosso al portoghese, reo di aver impiegato troppo tempo ad uscire dal campo durante la sostituzione. In inferiorità numerica la Germania pareggia i conti, impedendo al Portogallo di partecipare al mondiale francese. Una macchia indelebile.

 

Con la maglia lusitana il numero dieci non si fa mancare nulla, dal mondiale under-20 vinto proprio allo stadio da Luz di fronte a 120mila spettatori, calciando il rigore decisivo, fino alla tragedia che si materializza durante l’Europeo del 2004 giocato in casa, dove la Grecia distrugge una festa già preannunciata. Ma se in molti si chiedono perché la sua generazione, formata da giocatori come Luis Figo, Paulo Sousa e Joao Pinto, non sia riuscita a vincere alcun trofeo per la nazionale maggiore, Rui risponde sottolineando la tenacia del lavoro: mettere le fondamenta di una nazionale che sarebbe stata in grado di raggiungere il quarto posto ai mondiali del 2006, la semifinale all’Europeo 2012 e l’incredibile vittoria nel 2016.

Dolore atroce, gioia indescrivibile. Portogallo-Grecia, Euro 2004

Se Lisbona rappresenta le radici, il sangue, la famiglia, la madre adottiva di Rui Costa è stata Firenze. Piazza nella quale il numero dieci non sarebbe dovuto arrivare. Sia lui che il Benfica avevano infatti trovato l’accordo con il Barcellona, dove sua maestà Johan Crujff lo aveva invocato. Un cambio alla presidenza delle aquile fa saltare l’accordo e Rui finisce a Firenze. Sette anni di carriera, il periodo più duraturo trascorso in una squadra, sono difficilmente descrivibili. Con la viola Rui vince due Coppe Italia e una Supercoppa Italiana, per una squadra che avrebbe sicuramente meritato di più.

 

A Firenze il trequartista trova una piazza calda che lo ricopre di amore. Amore al quale Rui Costa risponde mettendo in mostra tutto il suo repertorio, vasto e originalissimo. Sono gli anni di intesa con uno dei suoi più grandi amici, Gabriel Omar Batistuta. Capita inoltre a Rui di affrontare il suo Benfica in un’amichevole; contro le radici Manuel trova persino la rete. Nessuna esultanza, molte le lacrime e il tentativo di nascondersi per aver osato tanto. A fine partita arriva l’abbraccio con i suoi natii tifosi per scusarsi del gesto irrispettoso.

Abel Balbo e Rui Costa, al termine di uno storico Fiorentina-Manchester United (foto Phil Cole/Allsport)

Mistico è il saluto di Rui a Firenze. È una calda giornata al Franchi, e i tifosi partecipano con calore ed emozione all’evento. Sono momenti commoventi, ricolmi di sentimento. Le lacrime di Rui vengono interrotte dagli applausi scroscianti della sua gente. Un rapporto viscerale, sincero, autentico, che neanche il trascorrere del tempo ha potuto scalfire. “Si innalzi una bandiera nel luogo dove, per un breve minuto, un semplice uomo è stato un uomo felice”, ha scritto José Saramago. A Firenze Rui è stato felice. E per più di un breve minuto.

 

Lascia la Fioretina esattamente come aveva fatto con il Benfica, perché costretto dai problemi finanziari della società. Ritornano sempre quei valori che Rui ha toccato con mano nella piccola casa paterna. Abitazione che successivamente si è comprato, non vergognandosi – a differenza del suo connazionale Cristiano Ronaldo – delle sue umili origini. Sceglie il Milan. Il primo trofeo con la maglia rossonera è quello più prestigioso, la Champions League. Una cavalcata conclusasi con la finale tutta italiana all’Old Trafford contro la Juventus, finale nella quale il portoghese è uno dei protagonisti principali.

Dominio italiano nel mondo (foto Gary M. Prior/Getty Images)

Un’istantanea, ancora una volta, per descrivere il dispiegarsi dell’evento Rui Costa. Questa volta si tratta di calcio giocato. 26 novembre 2002, a San Siro va in scena un grande classico europeo: Milan – Real Madrid. I rossoneri hanno la meglio sui galacticos per uno a zero, grazie al gol di Shevchenko. Una rete per la quale gran parte del merito va al genio calcistico di Rui Costa. È il portoghese a fornire all’ucraino un assist sensazionale, un passaggio da dietro il cerchio di centrocampo che taglia in due la difesa del Real Madrid e permette al numero sette rossonero di trovarsi davanti a Casillas.

 

È una delle più belle dimostrazioni del suo repertorio, tecnica sopraffina abbinata ad una visione di gioco fuori dal comune. La capacità di dare forza a quel pallone, tenendolo basso e facendolo passare in un corridoio che solo lui aveva visto, per farlo arrivare nel posto giusto al momento giusto. Carlo Pellegatti gli affibbia il soprannome più azzeccato, “Musagete”: nella mitologia greca, epiteto di Apollo quale guida delle Muse.

La meraviglia di Rui Costa e la freddezza polare di Shevchenko

È proprio per la quantità e la bellezza dei suoi assist che viene ricordato al Milan. Cinque anni nei quali il portoghese non riesce a far decollare il suo rapporto con il gol, esprimendo piuttosto il proprio talento nella giocata che meglio rappresenta il ruolo del trequartista. Il passaggio decisivo, che realizza la possibilità. Arriva anche il saluto a Milano, perché c’è un cerchio da chiudere, bisogna tornare a casa, lì dove tutto è iniziato. Terminare nell’unico modo possibile una carriera che lo ha visto partire come principe a Lisbona, conquistare la corona di Re a Firenze e raggiungere il titolo di Maestro a Milano.

Ci sono tre generi di calciatori. Quelli che vedono gli spazi liberi, gli stessi spazi che qualunque fesso può vedere dalla tribuna e li vedi e sei contento e ti senti soddisfatto quando la palla cade dove deve cadere. Poi ci sono quelli che all’improvviso ti fanno vedere uno spazio libero, uno spazio che tu stesso e forse gli altri avreste potuto vedere se aveste osservato attentamente. Quelli ti prendono di sorpresa. E poi ci sono quelli che creano un nuovo spazio dove non avrebbe dovuto esserci nessuno spazio. Questi sono i profeti. I poeti del gioco. (Osvaldo Soriano)

Una delle più belle e celebri istantanee del derby di Milano (foto Mike Hewitt/Getty Images)

Questo è stato Rui Costa, uno dei migliori rappresentanti di quel ruolo dietro alle punte, raffigurato nella memoria di noi calciofili dai calzettoni abbassati, la maglia fuori dai calzoncini e quell’andatura leggera, continua, che lo portava ad essere in tutte le parti del campo. Un ruolo adatto agli angeli del pallone, a coloro che in campo non si possono accontentare di occupare una determinata porzione del prato. Amanti del pallone, con il quale hanno un rapporto intimo.

 

Rui Costa resta un esempio di sportività, binomio perfetto di qualità e quantità, estetica ed etica. Un artista al servizio della rivoluzione. Un esempio, dentro e soprattutto fuori dal campo. Non resta che concludere con le sue parole, utilizzate per rispondere alla domanda: «Consigli agli aspiranti Rui Costa?»

«Comportarsi in campo e nella vita sempre correttamente, avendo anzitutto rispetto per il prossimo. Affrontare il calcio con serietà e tenacia. Ho visto molti compagni di squadra perdersi per strada nonostante avessero più talento di me. Gli è mancata la voglia di arrivare, non hanno saputo fare sacrifici nel momento decisivo».


Foto di copertina: Allsport UK /Allsport

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