Nell’arco temporale che va dalla fine della Grande Guerra alla depressione economica conseguente al crack della Borsa di New York del 1929, Parigi è teatro di una autentica esplosione di vitalità e libertà. Sono “les années folles”, periodo magico in cui teatri, caffè letterari, gallerie e serate mondane attraggono i più importanti nomi della cultura, dell’arte e dello spettacolo. Parigi capitale della modernità, quindi. E anche di alcune celebri provocazioni artistiche. Come il Dadaismo e il Surrealismo, che mettono in discussione l’equilibrio della società borghese benpensante dell’epoca. È questo il contesto in cui un pugile e una ballerina diventano personaggi emblematici di quella “festa mobile” evocata anni dopo in un celebre romanzo da Hemingway, come memoria di quell’irripetibile periodo nel quale Montparnasse, “la collina dei desideri”, è il palcoscenico ideale di una generazione perduta.

 

Il grande Ernest Hemingway

 

All’ombra della torre Eiffel e sulle due rive della Senna, nascono nuove forme di espressività e creatività. In particolare, i culto del primitivismo e l’estetica che richiama al mito del “buon selvaggio”, che ha avuto il concetto seminale nel naturalismo di Zola, è una tendenza che affascina scrittori e artisti, rientrando nel più vasto fenomeno dell’avanguardia, che include movimenti e fasi differenti fra loro: dal simbolismo al cubismo, dal dadaismo al surrealismo fino alla pop art. Tratto comune, è il rifiuto delle vecchie nomenclature classiche in nome di un ribellismo stravagante e anarchico, unito al recupero dei valori dei popoli primitivi e delle civiltà africane. La statuetta, o la maschera apotropaica proveniente dall’ Africa, si fanno preferire alla Venere di Milo, e Picasso, con “Les Domaiselles d’Avignon”, rappresenta plasticamente questa spinta aspirazionale, inaugurando, di fatto, l’arte contemporanea. L’estetica nera, quella che Guillaume Apollinaire definisce “melanofilia”, e che induce Andre Breton a esortare i francesi a “negrizzarsi”, trova in quegli anni una rappresentazione simbolica in due figure apparentemente inconciliabili: la danzatrice e il boxeur. Il primitivismo modernista, con la ricerca di uno stile elegante ma al contempo barbarico, che rompa con gli stilemi artistici del passato ed esalti un’espressività incorrotta, si personifica in Josephine Baker e Siki “Championzee”. Le nuove sonorità della musica e dei balli americani, dal jazz al charleston, scandiscono i ritmi di uno spirito nuovo, di una modernità finalmente libera da costrizioni, e l’uomo lottatore e la donna danzante diventano allora sineddoche di una differente visione estetica.

 

Josephine Baker nasce il 3 giugno 1906 a Saint Louis, nel Missouri. Figlia di un contadino e di una lavandaia, si appassiona alla danza in giovanissima età. Dopo aver sposato, poco più che bambina, William Baker, figlio del proprietario di un ristorante di Philadelphia, esordisce nei locali di Harlem e a soli sedici anni viene ingaggiata in una celebre rivista proposta in vari teatri di Broadway, il quartiere artistico di Manhattan, a New York. Nel 1925 Josephine è già l’Harlem Dancer evocata anni dopo in una poesia di Claude Mackay. Decisa a trasferirsi nel Vecchio Continente, individua in Parigi la città ideale per realizzare i suoi sogni artistici. Sbarca a Le Havre, e come tanti suoi connazionali yankee, da lì raggiunge Parigi in treno, approdando alla Gare St. Lazare. Alla Baker bastano poche serate per ammaliare il pubblico del teatro dei Champs-Elysees, con lo spettacolo “la Revue Negre”. I capelli corti e neri incollati al capo, alla moda dell’attrice americana del cinema muto Louise Brooks, le gambe in continuo e frenetico movimento, le perfette battute di tacco e punta ai ritmi del charleston, con la sua “dance sauvage” in pochi mesi la Baker diventa l’Ètoile delle serate parigine, suscitando fra suoi innumerevoli estimatori scene di fanatismo al limite dell’isteria. Ai suoi spettacoli, il pubblico, osannante, entra in uno stato di trepidazione ed ebbrezza tale che non si contano gli uomini che le inviano proposte di matrimonio. Nel 1927 avviene il debutto come cantante: “La canne a sucre”, “Yes, we have no bananas” e, soprattutto, la famosa “J’ai deux amours: mon pays et Paris”, diventano immediati e altrettanto strepitosi successi. Le tournée all’estero sono eventi planetari, compreso lo spettacolo di Roma, che, favorito dall’amico fraterno Ettore Petrolini, viene parzialmente censurato dal regime fascista. Luigi Pirandello è un suo ammiratore, mentre George Simenon segue sempre gli spettacoli seduto in prima fila. Jean Cocteau le dedica un’ode, e Paul Colin titola “Le Tumulte noir”, una serie di famose litografie a lei ispirate.

 

Josephine Baker, radiosa e invincibile, sul dorso di una tigre imbalsamata

 

Seguono gli anni al Music Hall “Le Folies Bergere”, quando per tutti i francesi diventa la Venere Nera, facendo impazzire Parigi al ritmo delle frenetiche danze ballate con il famoso gonnellino composto da sedici banane. Dopo aver interpretato con successo anche diversi ruoli cinematografici, allo scoppio della Seconda guerra mondiale la Baker diviene agente del controspionaggio militare a Parigi, dedicandosi, inoltre, a numerose attività a favore della Croce Rossa. A fine conflitto le viene assegnata la Croix de Guerre e la Legion d’Onore. Stabilitasi con Jo Bouillon, direttore d’orchestra e suo quarto marito, in un castello rinascimentale con più di trenta camere e quattrocento ettari di terreno, il Chateau des Milandes, la Baker decide di adottare bambini abbandonati provenienti da ogni angolo del mondo. Comincia con il giapponese Akio. Arriverà ad averne dodici.

 

Il marito, però, mal sopporta la vita caotica che viene condotta nella tenuta. Quando, infine, esasperato si trasferisce in Argentina, una lunga serie di difficoltà economiche porteranno in pochi anni alla perdita del castello. La Baker si vedrà costretta a riprendere le esibizioni per garantire la sussistenza a tutta la sua “tribù”. In quegli anni, saranno numerosi i suoi ritorni in patria per sostenere la causa del Movimento per i Diritti Civili. Il 28 agosto del 1963 è a Washington dove, insieme a Martin Luther King, è in prima fila nella famosa marcia pacifica per manifestare contro la segregazione razziale delle popolazioni nere. L’11 aprile 1975, al teatro Bobino di Parigi, dopo aver terminato uno degli spettacoli che celebrano il venticinquesimo anno dal suo debutto nella capitale alla presenza, fra gli altri, della Principessa Grace di Monaco, sua grande amica, la Baker è colta da malore. Morirà nel volgere di poche ore la mattina del 12 aprile, per una emorragia cerebrale, all’età di sessantanove anni. Il giorno del suo funerale, più di ventimila parigini fanno ala fra le vie della città per salutare per l’ultima volta la Venere Nera. Il governo francese l’omaggia con ventuno colpi di cannone, unica americana della storia a essere sepolta con gli onori militari transalpini. Il 12 aprile 1976, in occasione di una commemorazione privata a un anno dalla scomparsa, la sua “tribù” si riunirà a Parigi per l’ultima volta. In quel giorno, Akio, e gli altri componenti della grande famiglia alla quale apparteneva, ricorderanno, commossi, un’esile donna di colore del Missouri, che, fiera delle sue umili origini, aveva lottato per tutta la vita contro pregiudizi e ingiustizie.

 

Louis Baye Fall nasce il 16 settembre 1897 a Saint Louis, nel Senegal, l’Africa occidentale francese. A dieci anni si trasferisce a Marsiglia, dove lavora come lavapiatti in un ristorante. Notata la sua predisposizione fisica, un allenatore di boxe l’avvia al pugilato. Disputa sedici incontri senza essere mai sconfitto. Allo scoppio della Grande Guerra si arruola nell’ottavo reggimento coloniale, composto da soli africani. Si distingue in combattimento ottenendo la Croce di guerra al valor militare. Terminato il conflitto, Louis riprende l’attività professionista col nome di “Battling Siki”, (Siki il combattente), e il suo manager, A.M. Heller, che parla del suo pugile al “New York Times” affermando che “Siki ha qualcosa in sé di non umano”, ottiene la possibilità di sfidare il campione dei pesi mediomassimi in carica, George Carpentier. Siki è uno dei primi uomini neri a poter ambire al titolo in Europa, e sfida proprio il cosiddetto “l’homme à L’Orchidée”, ovvero colui che in quel momento è l’idolo dei francesi, dopo aver sfidato l’anno prima per il titolo dei pesi massimi Jack Dempsey, nel match che inaugura la prima diretta radiofonica di un incontro di pugilato, match perso dal francese anche a causa di un infortunio occorsogli alla mano nel corso del secondo round. L’incontro con Siki, che mette in palio il titolo dei mediomassimi, è previsto per il 24 settembre 1922 al Buffalo Stadium de Montrange, a Parigi, ed è il primo match di pugilato a superare l’incasso di un milione di franchi.

 

Battling Siki in una foto promozionale

 

Davanti a quarantamila spettatori, sovvertendo tutti i pronostici, il pugile africano, grazie a una condotta aggressiva e coraggiosa, vince per ko alla sesta ripresa, nonostante un’iniziale squalifica causata da una supposta irregolarità ai danni di Carpentier (uno sgambetto), squalifica poi annullata a causa delle furenti proteste del pubblico, inizialmente ostile, ma poi conquistato dalla veemente condotta di gara del pugile senegalese. Il suo manager, cavalcando la popolarità del momento, con una ardimentosa metafora lo accosta a “un gorilla a cui è stato insegnato a boxare”, e i paragoni col campione americano Jack Johnson si sprecano. Per tutti i parigini nasce il mito Siki “Championzee”, e il pugile si presta perfettamente a rappresentare il primitivo che sconvolge lo spirito borghese e la cultura dominante, secondo i dettami del dadaismo di Tristan Tzara e Hans Arp. Il linguaggio della boxe, permette di accantonare l’accademismo e di dare il benvenuto al modernismo. ”L’enfant de la jungle”, altro soprannome di Siki, diventa una attrazione delle serate parigine. Lo si trova a bere assenzio al famoso caffè “Closerie des Lilas”, al 171 rue du Montparnasse, con ghette, redingote e monocolo, spesso accompagnato da un cucciolo di leone al guinzaglio, e il suo nome rivaleggia in popolarità con quelli di Maurice Chevalier e Mistinguette, la celebre coppia di cantanti e attori francesi. Molte signore alla moda si fanno dipingere sul braccio la sua silhouette.

 

Al culmine della popolarità, il suo manager riesce a strappare una borsa cospicua per una sfida da disputarsi a Dublino nel giorno di San Patrizio del 1923, contro la gloria nazionale Mike Mc Tigue. Siki, però, odia i viaggi per mare, custodendo ancora l’angoscioso ricordo di quello che aveva dovuto affrontare da bambino, per raggiungere il porto di Marsiglia dal nativo Senegal. Ma l’occasione è troppo allettante, così Siki viene fatto ubriacare e imbarcato alla volta di Dublino. Il 17 marzo 1923, Mc Tigue sconfigge il frastornato Siki in quattordici riprese. Dopo quell’incontro, la popolarità del pugile senegalese comincia a scemare, e le serate nei caffè della capitale francese diventano nulla più che un ricordo. Trasferitosi a New York, il pugile conosce un rapido declino. A differenza della “Venere nera” Josephine Baker, icona indelebile nella memoria di una città e di un intero paese, Parigi si dimentica molto in fretta dell’attrazione Siki. Nel 1925, a Hell’s Kitchen, uno dei quartieri più malfamati di New York, Louis Baye Fall viene trovato privo di vita, con due proiettili calibro trentotto nella schiena. La sua fine sarà sempre avvolta da un alone di mistero. Nel dicembre del 1993, i resti del pugile saranno esumati e trasferiti in Senegal, dove tutt’oggi rappresenta una leggenda nazionale. Nel luogo dove per molti anni ha riposato, al Flushing Cemetery, nel quartiere Queens, l’Associazione Veterani della boxe ha deposto una piccola lapide, dove è leggibile una incisione: “per non dimenticare”.

 

Siki e la lotta: una meravigliosa costante di vita

 

La Parigi “des années folles”, crocevia di novità artistiche. I suoi cabaret, i café-chantant, i bistrò, dove, fra erranti bohémiens, transitano in quegli anni Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Ezra Pound, James Joyce, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Giorgio de Chirico con il fratello Alberto Savinio, Sergej Sergeevič Prokof’ev , Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, Vladimir Maiakovskij, Jean Cocteau, Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Samuel Beckett. Parigi, teatro dell’ultima vera e autentica ondata di edonismo decadente. Parigi, dove al caffè “Le Falstaff” al 42 rue du Montparnasse si può ammirare un giovane corrispondente del “Toronto Star Weekly” e grande appassionato di pugilato, disputare un incontro di boxe improvvisato con un amico e scrittore canadese. Quella sera l’arbitro, ubriaco, si dimentica di segnalare la fine del combattimento, ed Ernest Hemingway e Morley Callaghan vengono trovati il giorno dopo malconci e addormentati. Ma sono “les années folles”, e la vita notturna a Parigi è una continua “festa mobile”.