Budapest è una città europea fra oriente e occidente, una capitale dell’est in cui la vita ruota intorno al Danubio, maestoso fiume che divide Buda, la città storica, da Pest, la città nuova. Una doppia anima simbiotica che ne accresce ancor di più la meravigliosa unicità, caratterizzata dalla commistione di una serie di paradossi: capitalismo e comunismo, carattere malinconico e allure nobiliare, eleganza e degrado.

 

 

In questo meraviglioso scenario mitteleuropeo si gioca il derby più importante d’Ungheria, Ferencváros vs Újpest. Dagli albori del calcio ungherese e per i successivi trent’anni, la scena è stata dominata da due squadre, MTK Budapest e Ferencvárosi Torna Club, entrambe con sede nella parte centro-orientale della città, capaci di vincere rispettivamente 11 e 13 titoli nazionali.

 

 

Ma nella stagione 1929-1930 questo predominio fu interrotto proprio dall’Újpest, squadra di una cittadina al confine nord di Budapest, poi diventata distretto integrante della capitale nel 1950, che riuscì ad arrivare davanti alle due rivali capitoline e stravolse l’egemonia in vigore. Gli anni ’30 videro infatti la compagine Lilák (Viola) conquistare altri 4 titoli e affermarsi prepotentemente come terza grande protagonista del Nemzeti Bajnokság, il campionato locale.

 

Questa intrusione non passò inosservata e così la rivalità, soprattutto con le “Aquile Verdi” del Ferencváros, iniziò a prendere forma. Innanzitutto dal punto di vista sociale: se infatti il Ferencváros era la squadra della classe media budapestina, i nuovi nemici rappresentavano appieno la comunità rurale.

 

Il parlamento ungherese svetta sulla città di Budapest (foto Chris McGrath/Getty Images)

 

 


Il comunismo e la frattura politica di Budapest


 

Poi la contrapposizione divenne soprattutto politica e ideologica. Dopo che il Paese uscì sconfitto dalla seconda guerra mondiale, in Ungheria si aprì una nuova era, quella comunista: la liberazione da parte delle truppe sovietiche portò alla graduale influenza dell’URSS, definitivamente sancita nel 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare d’Ungheria e l’introduzione di una nuova costituzione di stampo sovietico. Il nuovo assetto politico ebbe inevitabili ripercussioni anche sul mondo calcistico.

 

Nel contesto della nazionalizzazione del settore privato da parte del regime, le società sportive vennero infatti poste sotto il controllo di sindacati, miniere, fabbriche e organi statali.

 

L’Újpest, in virtù del connubio tra prestigio sportivo e carattere proletario, fu tra le prime scelte dei “piani alti” e divenne la squadra del Ministero degli Interni e più precisamente della Polizia. Il cambio portò ad alcune modifiche, tra cui il nome e lo stemma: nel 1950 il club fu rinominato Budapesti Dózsa SK – in onore di György Dózsa, contadino ungherese che guidò una rivolta contro la nobiltà nel 1514 – con un nuovo logo che presentava un classico rombo verticale con la “D” e la stella rossa (tipico di tutte le squadre poliziesche sovietiche, solitamente chiamate Dinamo).

 

 

Dall’altro lato, la storica connotazione nazionalista e l’affinità con la borghesia e la nobiltà del Fradi, soprannome di origine germanica del Ferencváros (viene dal nome tedesco, Franzstadt, del quartiere di Budapest Ferencváros), fece diventare il club il baluardo della resistenza e dell’opposizione al regime, con la scontata conseguenza di un inevitabile decadimento. La squadra si affiliò inizialmente all’Édosz, federazione ungherese dei sindacati dei lavoratori del settore alimentare, e pertanto nel 1950 ne prese il nome fino al gennaio 1951, quando il Consiglio nazionale decise di istituire una corporazione unificata dei sindacati, cambiando la denominazione di tutte le associazioni sportive di Édosz in Kinizsi e imponendo a tutte la divisa bianco rossa.

 

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La statua di Stalin decapitata dal popolo di Budapest (foto Keystone/Getty Images)

 

 

Dal punto di vista sportivo fu uno dei peggiori decenni della storia delle “Aquile Verdi”: tra il ’49 e il ’63 il Ferencváros vinse una sola coppa nazionale e dovette aspettare proprio gli anni ’60 – e specialmente la figura di Flórián Albert, leggenda del Fradi e unico ungherese ad aver vinto il Pallone d’Oro, nel 1967 – per tornare alla ribalta.

 

 

La squadra che trasse i maggiori benefici dal decadimento del Fradi, per aprire una doverosa parentesi, fu l’Honvéd, vincitore dei suoi primi cinque scudetti tra il 1949 e il 1955. Il club, fondato nel 1909 come Kispest AC (dall’omonimo quartiere), nel 1950 cambiò nome dopo essere passato sotto la direzione del Ministero della Difesa, divenendo di fatto la squadra dell’Esercito.

 

 

Ciò permise al club di ingaggiare i migliori giocatori con la scusa della coscrizione obbligatoria. E così, oltre ai prodotti del vivaio Ferenc Puskás e József Bozsik, in rosa si aggiunsero Sándor Kocsis, Zoltán Czibor e László Budai dal Ferencváros, Gyula Lóránt dal Vasas SC (altra squadra di Budapest) e infine il portiere Gyula Grosics. Questi giocatori, spina dorsale dei Mighty Magyars che vinsero i Giochi olimpici nel ’52, arrivarono in finale ai Mondiali del ’54 e sconfissero a Wembley la nazionale inglese nel ’63 – prima squadra non britannica a riuscirci. Detto altrimenti, furono gli assoluti protagonisti dei trionfi del club.

 

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Eppure, la “magia” si interruppe poco dopo, nel 1956: durante il primo turno della seconda edizione della Coppa dei Campioni, gli ungheresi affrontarono l’Athletic Bilbao in trasferta e persero per 3 a 2. Il ritorno, che si sarebbe dovuto giocare a Budapest, venne invece disputato allo stadio Heysel di Bruxelles per il rifiuto di tornare in patria da parte dell’Honvéd: causa, i moti rivoluzionari appena scoppiati.

 

 

La partita finì 3 a 3, sancendo quindi l’eliminazione dei magiari, i quali organizzarono una serie di tournée internazionali piuttosto che fare ritorno in Ungheria. La squadra decise di tornare in patria solo nel marzo ’57, dopo un ultimo periodo passato in Brasile. Tornò però decimata in quanto molti giocatori, tra cui Puskás, Czibor e Kocsis, vennero ingaggiati da club spagnoli (Real Madrid il primo, Barcellona gli altri due). Così terminò la serie vittoriosa.

 

 

La rivoluzione del ’56 cambiò le carte in tavola non solo per l’Honvéd, ma anche per tutte le altre squadre, in una profonda trasformazione che coinvolse il Paese intero. Dopo la morte di Stalin nel 1953, si erano infatti sollevate le critiche e il malcontento verso il regime totalitario dilagava, rafforzando le posizioni riformiste. Al governo arrivò Imre Nagy, uno dei maggiori promotori di una cauta liberalizzazione politica, economica e culturale, destituito però due anni più tardi in favore del più “sovietico” Hegedüs.

 

Ciò non fece altro che fomentare le proteste, che in breve si trasformarono in un vero e proprio movimento rivoluzionario: il 23 ottobre 1956 circa 200.000 studenti e operai scesero per le strade di Budapest per manifestare solidarietà verso i polacchi di Poznan e il politico moderato Wladyslaw Gomulka.

 

La folla, determinata a porre fine alla dittatura stalinista di Mátyás Rákosi, reclamò a gran voce il ritorno di Nagy e la dispersione delle truppe sovietiche di stanza in Ungheria. Nagy fu nominato primo ministro ma rimase a capo del governo solo 13 giorni: il comitato del partito ordinò l’intervento dell’Armata Rossa, che soffocò violentemente il movimento rivoluzionario e destituì Nagy il 4 novembre. La breve parentesi ebbe però un’enorme eco internazionale e avviò tangibili cambiamenti socio-politici nel Paese.

 

 

Importanti ripercussioni toccarono il calcio: ad eccezione dell’Újpest, il Partito abbandonò la gestione diretta (o quasi) delle società, che riacquisirono le loro identità originarie, a partire da nomi e divise da gioco. Così la primordiale rivalità territoriale si sublimò in odio socio-ideologico: il Ferencváros, considerato ancor più un simbolo “anti-establishment”, “anticomunista” e “unico club ungherese”, ritornò ad essere la squadra più amata nel Paese, mentre i Lilák, ora Újpest Dózsa SC, rimasero i rappresentanti della classe operaia e del Partito. La dicotomia nei decenni successivi si fece sempre più accesa e all’enorme rivalità tra le due istituzioni corrispose quella tra i rispettivi tifosi.

 

 

 


Ritorno al calcio giocato


 

Nel calcio giocato, le due compagini tornarono alla ribalta prendendosi la scena sia in campionato che in coppa. Il Fradi vinse quattro campionati tra i ’62 e il ’68, mentre i rivali riuscirono a trionfare ben nove volte tra il ’69 e il ’79, vivendo così una seconda epoca d’oro. La storia dei due club iniziò a varcare i confini nazionali: nel 1962 l’Újpest riuscì a raggiungere la semifinale di Coppa delle Coppe, poi persa nel doppio confronto con la Fiorentina, nel ’68 venne sconfitto dal Newcastle in finale di Coppa delle Fiere – antesignana dell’attuale Europa League – e nel ’74 perse la semifinale di Coppa Campioni contro il Bayern Monaco. Questo rimane il miglior risultato della sua storia a livello internazionale.

 

 

Al contrario, il Ferencváros riuscì nell’impresa di alzare la coppa ed è l’unico club ungherese ad aver trionfato in Europa: il 23 giugno 1965, al Comunale di Torino, sconfisse la Juventus nella finale della Coppa delle Fiere. E andò vicino al secondo trionfo qualche anno più tardi, nel 1967, quando invece fu il Leeds United ad avere la meglio.

 

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Tutto il calore dei tifosi del Ferencváros

 

 

Con il collasso del sistema comunista nel 1989, la rivalità tra i club perse ampiamente la sua connotazione politica. L’Ungheria si ritrovò in una precaria e obsoleta condizione socio-economica che portò, anche nel mondo dello sport, a un’inevitabile situazione di instabilità finanziaria. I Lilák smisero di essere un club del Ministero e ripresero il loro nome originale (Újpest TE), perdendo ogni tipo di sovvenzione statale e vivendo poi anni di anonimato dal punto di vista dei risultati.

 

 

Il Fradi invece riuscì a rimanere protagonista con 5 scudetti e 6 Magyar Kupa, fino al crollo finanziario che condusse il club alla prima sofferta retrocessione, nella stagione 2004-2005. La decadenza del calcio ungherese non ha mai placato l’acrimonia tra le due squadre, che non perdono occasione per rivendicare la propria superiorità dentro e fuori dal campo.

 

 

Gli strascichi post sovietici avevano fatto presupporre una ristrutturazione generale dello sport magiaro, ma né la parziale integrazione delle relazioni tra sponsor e società sportive di tipo occidentale, né il programma di sviluppo dei settori giovanili finanziato dal governo sono riusciti nell’intento di tornare all’antico splendore del calcio ungherese. Nonostante questo, ancora oggi Ferencváros e Újpest sono fari identitari della cultura nazionale, con un seguito di tifosi che ci dedicano anima e corpo al loro supporto.

 

Non importa da quale lato della barricata ci si trovi, in quale stadio si giochi o quale sia la posizione in classifica, perché in qualsiasi caso questa è la partita più importante della stagione. In gioco ci sono orgoglio e supremazia, e come sempre sugli spalti si scatenerà l’Inferno Magiaro.

 


Copertina © Rivista Contrasti