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02 Settembre 2022

Viva le devianze? No, viva lo sport

Si è riusciti a fare ideologia anche su questo.

È incredibile, per non dire surreale, come la politica riesca ad ideologicizzare persino lo sport; come addirittura l’attività sportiva possa diventare un tema da campagna elettorale, un modo per rimarcare la propria differenza e rivolgersi a determinate categorie. Negli ultimi giorni abbiamo assistito infatti al dibattito sulle cosiddette “devianze” inaugurato da Giorgia Meloni, che portando l’esempio dell’Islanda ha sottolineato l’importanza dello sport come strumento di prevenzione sociale per i giovani dalle devianze (ne parlavamo qui tra l’altro, circa due anni fa).

All’inizio degli anni ’90, infatti, nella terra vichinga le autorità si accorsero che c’era qualcosa che non andava nei loro giovani: sempre più abbandonati al nichilismo, alla passività, all’uso di sostanze e all’abuso di alcol. Così l’Islanda decise di servirsi dello sport (e non solo) per far rinascere i suoi figli. Insomma, un programma andato avanti decenni che, come è stato dimostrato dai fatti, ultimamente si è rivelato vincente. Un progetto di buon senso, che per condividerlo non bisogna certo essere di destra o di sinistra. Eppure, eserciti arcobaleno formati da influencers vari hanno imbracciato i telefoni, caricato la videocamera, usato il tasto registra come mirino e sparato le migliori lacrime o ingiurie a strenua difesa di suddette devianze. Idem i politici nostrani.

Addirittura Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, che con un tweet non ha lasciato spazio ad interpretazioni: “Io lo penso e lo dico, #VivaLeDevianze”.

Ma dov’è finita la vecchia sinistra? Senza voler scomodare Lenin – per il quale si doveva «incoraggiare il benessere fisico», soprattutto per «la gioventù che ha bisogno di sport, ginnastica, escursioni, ogni sorta di esercizi fisici (…) molto di più delle teorie e delle discussioni interminabili. Mente sano in corpo sano, né monaco né dongiovanni», – o Gramsci – il quale «aveva capito che l’operaio non doveva occupare il suo tempo libero nelle osterie, dove la piaga dell’alcolismo era tra le più pesanti, ma emanciparsi attraverso la partecipazione alle attività sportive più moderne» (per citare lo storico Sergio Giuntini) – ci accontentiamo della Federazione Giovanile del Partito socialista, che incoraggiava i suoi membri ad attività che «ringiovaniscano e temprino il corpo (…) e distolgano i compagni dai comuni divertimenti che fomentano il vizio e pervertiscono l’animo».

O dell’Internazionale Socialista Giovanile, la quale si proponeva «attraverso l’esercizio fisico, di produrre una generazione più forte e sana e di fermare la degenerazione fisica causata dal capitalismo».

Degenerazione, lo stesso concetto di devianze. In tanti si sono interrogati su questo termine, da più di mezzo secolo. Utilizzato in sociologia e nel diritto, psicologi e governi lo scrivono a chiare lettere in rapporti istituzionali per sottolineare la serietà della questione. Ultimo ad averlo usato è stato proprio il Ministero dell’Interno lo scorso anno con il rapporto intitolato “devianza minorile” realizzato dal Servizio Analisi Criminale. Circa 35 pagine in cui si distingue la devianza dalla delinquenza e viene spiegato che la prima «è il frutto del connubio tra fattori psicologici – derivanti da disturbi propri del comportamento e della socializzazione – e fattori “acquisiti” legati al contesto familiare, spesso di indigenza, all’educazione ricevuta, all’assenza di valori morali ed alla carenza culturale derivante anche da diffusa discontinuità od abbandono scolastico».

Altri tempi, altro socialismo (via Pinterest)

Si parla di abuso di tabacco, alcolici e droghe, di baby gang, di (cyber)bullismo e del rischio dell’utilizzo social. Quest’ultimi impongono standard di bellezza deleteri per i più fragili, e l’esistenza di siti “Pro Ana” (pro-anoressia) e “Pro Mia” (pro-bulimia) non fa altro che aumentare i numeri di una tragedia silenziosa. Ogni anno quattro mila adolescenti muoiono a causa di disturbi alimentari: si tratta della seconda causa di morte tra i giovanissimi. Ma è proprio qui che entra in gioco lo sport. Nel rapporto del governo viene sottolineato di come si tratti di un utile strumento per aiutare i ragazzi più fragili. Certamente non l’unico ma uno dei più efficaci.

A ben vedere, come abbiamo spesso raccontato, sono moltissimi i campioni provenienti da contesti disperati che proprio attraverso lo sport sono riusciti a trovare una via di fuga o di realizzazione. Come tanti sono i non campioni.

Ne parlavamo sempre qualche anno fa prendendo ad esempio la storia di Pino Leto e della sua palestra alla Vucciria, il mercato di Palermo. Non bisogna per forza diventare il più forte per salvarsi o più semplicemente per trovare una valvola di sfogo. La passione non si alimenta a trofei. Mettersi in gioco e allenarsi, però, permette innanzitutto prendersi cura di se stessi, e quindi anche di togliere tempo a determinate tentazioni e ad abitudini autodistruttive o dannose.

È per questo che, a sentire una politica che non riesce a trovarsi d’accordo neanche su stili di vita – oggettivamente –sani da incoraggiare, ci cascano un po’ le braccia. E come sottolineavamo qualche settimana fa il ruolo centrale che lo sport deve avere nelle carceri (con indubbi benefici per chi è costretto dietro le sbarre), così ripetiamo oggi che questo deve essere centrale anche nella vita delle nuove generazioni.



Molteplici sono gli studi scientifici che mostrano, inequivocabilmente, gli effetti positivi (fisici, mentali, relazionali, etc.) dell’attività sportiva. Uno studio realizzato in California su un campione composto da 11.235 bambini, di età compresa tra i 9 e i 13 anni, ha messo a confronto chi faceva sport e chi no. I risultati? i primi avrebbero il 10% in meno di probabilità di essere ansiosi o depressi rispetto ai coetanei che non praticano sport, e correrebbero un rischio ridotto del 17% di soffrire di problemi sociali. Idem per i problemi di attenzione, inferiori del 12%.

Viva le devianze allora? No, e non si tratta proprio di politica. Viva lo sport, e che sia strumento per una battaglia comune di buon senso.

Per farlo è necessario un lavoro partecipato in cui lo Stato (con chiunque si alterni al suo governo) svolga un ruolo da promotore, ma in cui famiglia e scuola siano sostanziali. Soprattutto in un’epoca in cui queste tre istituzioni stanno venendo meno ai propri compiti, lasciando le nuove generazioni sempre più sole, abbandonate a se stesse e a spazi virtuali di (a)socialità – con effetti psicologicamente devastanti.

Lo sport allora deve essere un pilastro di una società sana, soprattutto per i più giovani. Il punto come detto non è arrivare, non importa la meta ma il cammino. Nella stragrande maggioranza dei casi le discipline sportive restano una passione: in pochi diventano professionisti e spesso, in Italia, anche i professionisti sono costretti a fare un secondo lavoro per vivere dignitosamente. Che non venga sottovalutata, però, la capacità dell’attività sportiva di stravolgere e dare un senso alla vita di milioni di uomini e donne. Perché di questo si alimenta una società, non – con tutto il rispetto – delle devianze.

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