Nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa c’è una verità tutta italiana, ossia che tutto cambia perché nulla cambi. L’esempio migliore della massima applicata al gioco del calcio è senza dubbio il Barcellona, dall’era Guardiola in poi. I blaugrana hanno cambiato i soggetti del loro tridente offensivo ben sei volte in sei anni: dalla prima formazione del 2008 che prevedeva l’attacco composto da Henry-Eto’o-Messi, la squadra catalana è passata a Pedro-Ibrahimovic-Messi, Pedro-Villa-Messi, Pedro-Messi-Sanchez, Neymar-Messi-Sanchez, fino al definitivo tridente stabilizzatosi nel 2014 che prevede Neymar-Suarez-Messi. Una delle squadre più forti della storia del calcio paradossalmente ha cambiato interpreti ogni anno, riuscendo a vincere ciò che a nessuna squadra è mai riuscito in un periodo di tempo così breve. Laddove però un club calcistico cerchi di cambiare per raggiungere l’obiettivo prefissatosi – sia esso la vittoria del campionato o una tranquilla salvezza – una nazionale di calcio cerca invece di cambiare il meno possibile, affidandosi a certezze ormai consolidate. Questo soprattutto perché, a differenza dei club che aspirano ad acquistare i calciatori migliori, una nazionale deve adattarsi ai giocatori che ha a disposizione, trovandosi magari in un periodo di ricambio generazionale in cui le poche certezze devono essere preservate. In secondo luogo dobbiamo considerare la durata media di una competizione tra nazioni, ovviamente inferiore e più intensa rispetto ad una qualsiasi competizione per club. In un lasso di tempo così breve è difficile che nuovi interpreti si trovino perfettamente in armonia fra di loro, a meno che questi non siano autentici fuoriclasse. Nella nazionale italiana, da sempre esempio di solidità, di un calcio certamente poco fantasioso ma concreto, tutto ruota attorno al blocco difensivo che ormai difende i nostri colori dal lontano 2012, vale a dire da quando l’allora allenatore della Juventus Antonio Conte riuscì a vincere il primo di una storica serie di scudetti, incentrando il gioco di Madama sui tre tenori difensivi Bonucci, Barzagli e Chiellini. La difesa a tre della Nazionale Italiana è diventata un must, dall’Europeo perso in finale contro la Spagna all’ultimo disputato, in cui alla guida vi era quello stesso Antonio Conte che collaudò per primo i tre difensori italiani davanti a Gianluigi Buffon (il quale, tra l’altro, nella partita di venerdì con l’Albania è sceso in campo per la millesima volta in tutte le competizioni).

Il futuro e il passato (ancora presente) della nazionale italiana. Belotti e Buffon

“Non sono io a dover dire se la nostra difesa è la più forte del mondo oppure no, ma di sicuro la fase difensiva comprende tutta la squadra, attaccanti inclusi, e il nostro lavoro è reso più facile quando ci danno una mano. Ci conosciamo alla perfezione perché sono tanti anni che giochiamo insieme alla Juve, con l’Italia non dobbiamo testare i meccanismi difensivi”.

Bonucci, con queste parole, non fa che confermare le impressioni avute dall’esterno ad Euro 2016. Squadra attenta in fase difensiva, e non solo con i difensori. Parolo e De Rossi non mancavano di dare copertura al reparto alle loro spalle – anche per caratteristiche – e il lavoro di Florenzi/Candreva a destra come di De Sciglio/Giaccherini a sinistra aiutava i due difensori laterali (Barzagli e Chiellini) a dover coprire meno metri di campo. Conte, quest’estate, aveva invertito una massima: nell’Italia, il miglior attacco è (stato) la difesa. Così, se dietro la nave regge ancora – ma anche loro non sono eterni – in tutti gli altri reparti si sta assistendo ad un cambio (e ricambio) generazionale abbastanza evidente. In questo Ventura sta accelerando il processo, anche se con alcuni dei ragazzi a sua disposizione non ce ne è nemmeno bisogno ( si veda quel giovane Donnarumma che si appresta, piano piano, a prendere il posto del capitano Buffon tra i pali della Nazionale). A centrocampo non è più una sorpresa Verratti, oggetto del desiderio dei più grandi club europei, a noi predato dai cugini transalpini. Si può invece parlare di piacevole sorpresa con Roberto Gagliardini, autore del duplice salto dal Vicenza in Serie B ad essere un titolare inamovibile dell’Inter, passando per l’Atalanta – che ha dimostrato, ancora una volta, di avere uno dei settori giovanili migliori d’Italia, oltre al fatto di saperlo gestire come nessun’altro. Centrocampista forte fisicamente, abile sia in impostazione che in fase di contenimento, con una buona tecnica e visione di gioco, è stato convocato per la prima volta in Nazionale, anche se per la prima presenza in campo dovremo ancora attendere. Nel reparto offensivo invece si è ormai preso la scena Andrea Belotti, il Gallo, attualmente capocannoniere della nostra Serie A con 22 reti all’attivo. Per la partita contro l’Albania, Ventura gli ha affiancato Ciro Immobile. Dopo un magro girovagare per l’Europa, è arrivata quella che può essere la sua consacrazione definitiva alla Lazio di Simone Inzaghi. Immobile ha già segnato cinque goal da quando Ventura l’ha convocato per la prima volta con la Nazionale e, con Belotti, i due hanno siglato sette degli ultimi otto goal prodotti dall’Italia. L’ottavo goal lo ha segnato Daniele De Rossi – il ventesimo in totale per lui con la maglia dell’Italia, raggiungendo il Pallone d’Oro Paolo Rossi – su calcio di rigore.

De Rossi mette a segno il suo ventesimo gol in nazionale, raggiungendo il goleador di Spagna ’82

Questo tiro dal dischetto ha messo in discesa il match di Venerdì sera al Barbera contro l’Albania, valevole per la qualificazione al mondiale russo del 2018. Nel complesso è stata una partita in cui l’Italia non è sembrata essere nella forma migliore, pur portando a casa il risultato. L’undici azzurro ha tenuto bene il campo nonostante il nuovo modulo (4-2-4) testato da Ventura, abbandonando per la prima volta quella difesa a tre sinonimo di certezza consolidata. Difesa a tre che lo stesso Allegri con la Juventus, soprattutto in Europa, sta lentamente abbandonando. Come spesso è capitato, i fili della Vecchia Signora si intrecciano con quelli Azzurri. Dopotutto, seguendo i dettami tattici delle squadra vincitrici dei rispettivi campionati, Spagna e Germania hanno vinto due Mondiali e due Europei negli ultimi nove anni. Ad oggi obiettivamente questa Italia non sembra pronta per ambire alla vittoria del Mondiale, non avendo trovato l’identità che pure Ventura sta cercando di costruire nella difficile era post-Conte, della cui tenacia e mentalità i giocatori azzurri erano lo specchio. È anche vero che probabilmente la concentrazione e l’interpretazione della partita da parte dei calciatori crescerà assieme al blasone dell’avversario affrontato, come è spesso capitato nel passato della Nazionale Italiana. A tal proposito nel cammino verso la Russia dovremo affrontare e – per evitare di giocarci la qualificazione agli spareggi – battere la Spagna in terra iberica; entrambe le nazionali sono molto cambiate dall’ultimo successo azzurro nell’estate del 2016, e complice la ripresa dei campionati sarà un incontro altamente imprevedibile. Appuntamento dunque al 2 Settembre, per scoprire finalmente il vero volto dell’Italia di Ventura.