“La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince.Oppure no, e allora si perde”. Può sembrare un po’ ingeneroso partire dalla citazione tratta da “Match Point” – ispirata commedia di Woody Allen che nel 1994 uscì nelle sale cinematografiche – per raccontare il derby di Inghilterra fra Manchester City e Tottenham. Ma al di là di una partita meravigliosa, un vero e proprio spot per il calcio come si dice in questi casi, la qualificazione è stata realmente in bilico come una pallina da tennis sul nastro, e avrebbe potuto tranquillamente arridere alla parte blu di Manchester o (come poi è stato) al club del nord di Londra. Dal colpo di anca di Llorente al fuorigioco di Aguero nei minuti di recupero: Eupalla si è pronunciata nel modo più crudele e nello stesso tempo più dolce.

 

Dopo l’ermetica e combattuta partita dell’andata, infatti, tutta la pressione dei pronostici era finita sulle spalle di Pep Guardiola, reo di aver messo in campo una squadra dall’atteggiamento rinunciatario e inaspettatamente votata alla prudenza (non sono mancate le critiche per le esclusioni di De Bruyne e Sanè, subentrati a due minuti dal fischio finale). Una pressione che si è palesata nelle parole del tecnico catalano nella conferenza stampa di vigilia, in cui non è riuscito a nascondere un grande fastidio ogniqualvolta gli si ricordasse che era stato scelto dal City per vincere la Champions League, e che quindi era “condannato” ad arrivare in fondo. Opposta invece la situazione di Pochettino che, con meno aspettative e quasi con nulla da perdere – vista anche l’assenza forzata di Kane – ha chiesto al suo gruppo uno sforzo in più, tecnico, tattico ma soprattutto caratteriale.

“In tanti dicono che io sono arrivato qui solo per vincere la Champions League, ma sinceramente io non sono venuto per questo. Io sono qui per giocare a calcio proprio come abbiamo fatto negli ultimi 20 mesi” (Pep Guardiola)

È con queste premesse che le due squadre hanno dato vita alla partita più incredibile di questa edizione della Champions, indubbiamente la più bella. Un inizio non adatto ai deboli di cuore che si è abbattuto con l’intensità di un temporale estivo e che, in pochi minuti, in questo caso venti, ha scagliato tutta la propria forza sotto forma di ben cinque gol. Un concentrato di azioni manovrate, errori da matita blu e prodezze individuali, che ha lasciato sbalorditi e confusi gli spettatori. Da uno strepitoso De Bruyne ad un immenso Son, che nelle due partite è stato il più decisivo tra i calciatori in campo. Il primo, quando si ricorda di essere di un altro livello calcistico, decide di regalare due assist ad un cinico Sterling, mentre il coreano, unico terminale di un reparto costretto a privarsi del suo riferimento principale, sale in cattedra caricandosi la squadra sulle spalle e, sfruttando gli errori di un Laporte estremamente disattento, trafigge per due volte un incolpevole Ederson.

 

Il fattore Son, esiziale per i cityzens tra andata e ritorno (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

Dopo la prima frazione di gioco, quindi, la qualificazione è ancora degli Spurs, ma basta un gol del Kun Aguero – che con un destro terrificante lascia di sasso Lloris – per cambiare nuovamente le carte in tavola; quindi il colpo di anca di Llorente, il VAR e il check di Cakir che ribalta nuovamente la situazione a favore del Tottenham. A questo punto Guardiola butta dentro Sanè ma i suoi appaiono stanchi, mentre Pochettino serra le fila mettendo dentro due difensori. Il 90′ è già passato da un paio di minuti quando Aguero recupera palla e serve in area Sterling: Lloris ci prova ma non ci riesce. Palla in rete, il City è in semifinale. Sono attimi di gioia pura, lo stadio ribolle di felicità, Guardiola è incontenibile, su Twitter l’account di padroni di casa ha già pubblicato il post celebrativo; ma qui il nastro si ferma e si riavvolge e la pallina, dopo aver sbattuto sul nastro, torna impotente nel campo dei padroni di casa.

 

Controllo VAR, gol annullato: il cammino di Guardiola si abbatte contro la fredda crudeltà della macchine. Un copione che da quelle parti conoscono ormai a memoria. La stagione che comincia in pompa magna, la squadra sin da subito ai vertici in campionato: pare un meccanismo senza inceppi, niente potrebbe fermarli dal mettere le mani sulla coppa dalle grandi orecchie, anche secondo i bookmakers sono i favoriti alla vittoria finale in Europa, e si sa che quelli raramente sbagliano. Poi si arriva alle fasi eliminatorie, dove i Cityzens, puntualmente, vengo eliminati: quando dal Monaco subendo 6 gol e segnandone altrettanti, quando dal Liverpool perdendo per 3-0 la gara d’andata e 1-2 quella di ritorno, per finire con le 4 reti incassate dal Tottenham.

 

La delusione del City nella testa bassa di Aguero; sullo sfondo i festeggiamenti degli Spurs

Ma, come detto, Guardiola già alla vigilia mostrava segni di cedimento, manifestati dopo l’andata anche da Gundogan, che ha ammesso l’esistenza di un problema psicologico che affligge e forse paralizza i suoi compagni. Come se Pep avesse trasmesso talmente tanto alla sua creatura da passarle anche l’aspetto della fragilità, che ormai pervade la testa del tecnico catalano. Sembra che tutto vada bene finché il copione è quello scritto nei minimi dettagli da Pep: lì Guardiola è il numero uno, non ha rivali, ma il calcio è fatto anche di imprevisti. E troppo spesso le sue squadre non sono in grado di gestirli, come all’andata quando il City era sceso in campo in pieno controllo del gioco, ma era bastato un episodio negativo (un rigore sbagliato) per privare la squadra di tutte le sue certezze.

“I have the feeling we are nervous in important Champions League games. We always make the wrong decisions” (Ho la sensazione che siamo nervosi nelle partite importanti di Champions. Prendiamo sempre le decisioni sbagliate) – Ilkay Gundogan

Dall’altra parte, tuttavia, Pochettino è riuscito a mettere sotto scacco il celebratissimo tecnico avversario, mostrando una grande padronanza tattica ed una profondissima conoscenza delle potenzialità della sua rosa. Durante tutto il match ha cambiato diverse volte l’assetto del suo undici, prima per dare supporto ad un Rose in balia delle scorribande di Walker e De Bruyne, poi per ovviare all’infortunio di Sissoko, e qui ha optato per l’inserimento del provvidenziale Llorente, spostando Alli in mediana e lasciando Eriksen libero di inventare.

 

Una rivincita per l’allievo di Bielsa che, come il suo maestro, è stato sempre additato come un “non vincente”, ponendo l’accento più sulla spoglia bacheca che sul brillante lavoro svolto in tutti questi anni. Adesso, sperando di recuperare il lungodegente Harry Kane ma senza il mattatore di questo turno Heung-min Son, è chiamato ad un’altra impresa contro i lanciatissimi giovani sbarazzini dell’Ajax. E abbiamo come l’impressione che, anche qui, basterà niente perché la pallina finisca da una parte o dall’altra.