«Quando indosso la maglia azzurra dell’Italia, la sensazione è di portare in campo tutto il mio paese. Che poi per me significa le persone che conosco, che mi sono state vicine. So che per alcuni miei colleghi vestire i colori della nazionale è faticoso, aggiunge pressione a pressione. Per me no: la maglia azzurra mi dà una carica di energia nuova, entusiasmo e motivazione».

 

 

Così parlò Fabio Fognini, anzi, scrisse. Lui o chi per lui, ovviamente, nel suo libro autobiografico Warning. La mia vita tra le righe. E allo sguardo un po’ perplesso del lettore che è deluso per non aver letto nelle prime due righe i noti epiteti con cui i giornalisti definiscono il campione ligure, chiediamo di reprimere per un momento il sacrosanto pregiudizio sul vincitore di Montecarlo 2019; di continuare a leggere queste e vedere se, con l’aiuto della logica ma soprattutto del sentimento, riesce a persuadersi dell’esistenza di un altro Fognini. Quello, appunto, nazionale.

 

 

La persona è la stessa, il cervello anche, ma il Fognini nazionale è un soldato, irriducibile, presente a sé stesso e alla nazione, in grado di lottare e di non mollare mai – impossibile, direte voi. Si perché non è sufficiente la netta vittoria in azzurro contro Murray, né lo sono più in generale i risultati in Coppa Davis, per scacciare via il malumore del lettore un po’ moralista che mal sopporta il comportamento fuori dalle righe del tennista. Si prenderà allora ad esempio la sconfitta dello stesso Fognini nel 2015 in Kazakistan, dove perse il match decisivo al quinto set contro un signor nessuno di nome Nedovyedov.

 

Perde il primo, vince il secondo e terzo non senza lottare, non senza farsi rimontare più volte (pensiamo a quanto facilmente avrebbe mollato la partita senza i panni della “nazionale”). Il quarto e il quinto li perde, di testa, ovviamente, perché se non ci fosse la testa, Fabio Fognini sarebbe sistematicamente posizionato tra i primi cinque del mondo e avrebbe vinto molto di più.

 

Ma dei se, dei ma… ci facciamo poco. La lezione è chiara: che vinca o che perda, che lo faccia in grande stile o urlando contro un arbitro, Fognini, in nazionale, c’è sempre, e non abbandona la nave, perché il comandante – era il numero 1 d’Italia fino a quando Berrettini non è esploso –, la nave, la porta in salvo. D’altronde non è stata una nazionale di altissimo livello quella degli ultimi anni, con Fabio a condividere i colori azzurri c’erano Andreas Seppi, già oltre la cinquantesima posizione della classifica, Simone Bolelli, ottimo doppista ma modesto in singolare e Paolo Lorenzi, tenace toscano e tennista da bassa classifica.

 

Fabio Fognini quando veste tricolore si trasforma: non gioca più per se stesso ma per gli altri, e dunque non ha il diritto – né l’intenzione – di autodistruggersi (Photo by Kiyoshi Ota/Getty Images)

 

 

Non un buon momento per il tennis italiano quello appena passato, quello precedente all’ascesa dei talenti di Berrettini e soprattutto, ovviamente, di Sinner, ma Fabio era lì a metterci la faccia, a rischiare l’infortunio in quasi quattro ore di gioco contro Nedovyedov. Nadal la nazionale l’ha snobbata per più di qualche anno, Federer lo stesso. Si dirà che la classifica era certo diversa, che gli impegni di Nadal e Federer mal si accordavano con le lunghe trasferte della Davis, ma l’orgoglio della nazionale certe comodità dovrebbe rimpiazzarle. Per Fabio parlano le sue presenze, questi dubbi non ci sono mai stati.

 

È lì, anche quando non gioca, a fare il tifo, come un ragazzino che va allo stadio a vedere la sua squadra del cuore.

 

La realtà è quasi banale: Fabio è un ragazzo cresciuto con l’Italia nel cuore, fin da quando nonna Ines gli ha cucito a mano la fascetta per tenere a bada la chioma o semplicemente per mettersi una bandiera italiana anche in testa. Il pubblico lo sa, lo percepisce, lo sente. Come quando a Napoli combatteva contro Andy Murray. Tra i due non è mai scorso buon sangue, lo scozzese è poco propenso a mantenere rapporti amicali nel circuito e con Fabio più volte ci sono stati screzi e litigate sul campo. Ma a Napoli è il pubblico a tirare i dritti di Fabio, e la brezza marina li porta sulle righe, le pulisce, e gli fa vincere la partita.

 

A Napoli, contro Andy Murray, Fabio Fognini in torsione per un sublime recupero di rovescio: l’Italia batterà poi la Gran Bretagna 3-2, accedendo alle semifinali di Coppa Davis (Photo by Clive Brunskill/Getty Images)

 

 

Ci sono poi delle volte in cui quella sua stessa rabbia che gli fa spegnere l’interruttore in testa, accende invece la grinta e la capacità di lottare. Accade sicuramente con una minor frequenza ma quando succede è l’apoteosi del godimento per il tifoso. Uno di questi momenti si presentò a New York, durante il torneo più importante di fine stagione: Us Open. Dall’altra parte della rete c’è Nadal, noto castigatore di Fabio, che pochi mesi prima, sulla terra rossa di Amburgo, lo aveva battuto con tanto di polemiche per il comportamento scorretto, noto a tutti gli arbitri del circuito ma mai sanzionato, di suo zio Tony.

 

 

Tony ad Amburgo non la smetteva di parlare e di dire a Nadal cosa dovesse fare e dove dovesse colpire. Fabio si è infuriato, l’arbitro ha fatto finta di niente e lui ha spento il cervello, regalando la partita al maiorchino. A New York Tony ci riprova, e così racconta Fabio:

 

«Il terzo set non inizia nel migliore dei modi. Perdo il servizio pari e porto Rafa a condurre tre a uno. Esausto, alzo la testa verso il box di Nadal e vedo lo zio che gli fa un gesto con la mano, inequivocabile, internazionale. Si strofina la pancia. Come a dire: “Ho fame”. Gli altri ridono. Un secondo gesto della mano, a coppa, mossa di taglio, significa: “Sbrigati a finire, così ce ne andiamo a cena”. Altre risate.

 

È questa la loro unica preoccupazione, adesso: finire in fretta la partita e andarsene al ristorante a festeggiare la sconfitta di Fognini. Hanno fame, poverini. “Ah sì”, mormoro. “Adesso la vediamo”».

 

Fognini ha preso talmente male quei gesti che ha vinto la partita. Sotto di due set e un break, ha vinto al quinto. Per capire l’entità dell’impresa basti pensare al fatto che Nadal in uno slam non ha mai perso quando vinceva i primi due set. Apoteosi. È una vittoria straordinaria, piena, sudata e cercata, contro un giocatore che veniva da una striscia positiva di 22 partite vinte sulle ultime 23 agli Us Open.

 

 

È il momento di festeggiare quindi? No, non lo sarebbe, bisognerebbe prendere le energie e l’adrenalina della partita, andare a dormire e stare con la testa al match di quarti di finali dove Fabio ha trovato un altro spagnolo, Feliciano Lopez, un ottimo giocatore ma di un’altra categoria rispetto al mostro maiorchino che Fabio ha battuto due giorni prima.

 

 

Se promettete di non arrabbiarvi, siete disposti a perdonare e avete cinque minuti liberi, riguardatevi come Fabio Fognini surclassò uno dei più grandi di tutti i tempi. Con i se, con i ma e con questo tennis, il ligure avrebbe fatto incetta di trofei.

 

 

Sul campo, invece, con Feliciano Lopez perde in un’ora e cinquanta. Sul rovescio mancino dello spagnolo il ligure prende le farfalle, sembra avere la testa su un altro pianeta. È vuoto o meglio svuotato, come se il suo slam lo avesse già vinto. Qui è difficile non dar ragione al nostro lettore in poltrona, qui si rischia, per chi tira fino a notte fonda per assecondare il fuso orario newyorchese, la blasfemia, di tirare al muro il posacenere zeppo di mozziconi, di inveire contro il televisore. Uno slam dura due settimane, è dove si vede se un giocatore può pensare di essere uno da primi cinque o meno, dove l’allenamento di una vita si mostra nella sua efficacia.

 

Perché, perché ogni volta finisce così? Sembra sempre essere lì, a un passo dalla svolta, e poi inevitabile la delusione.

 

Ma un barlume di speranza, in questo ultimo scampolo di carriera, si è visto, precisamente al torneo di Montecarlo del 2019: l’aria è quella di casa, Arma di Taggia è a sole un paio d’ore di macchina, allo stadio ci sono i suoi amici. Fabio passa i turni, è fortunato, incontra uno scatenato Rublev al primo turno che pecca di inesperienza, poi il ritiro di Simon, e il francese è sempre stato ostico a Fognini, è quello che in gergo si chiama “muro” perché rema da fondo, quasi dal telone di fondo campo, e respinge tutto fino a provocare l’errore dell’avversario allo stremo. Una noia profonda. Ma stavolta è fuori per un torcicollo.

 

 

Poi Zverev a cui non fa vedere neanche un set, poi Coric, croato che Fabio ha sempre battuto e, in semifinale, ancora Rafa. Nadal sulla terra rossa è come Messi nel dribbling, irraggiungibile. Vince il Roland Garros come se fosse il suo torneo di casa e, nel 2019 ancora non lo sa, arriverà a metterne 13 in bacheca nel 2020. Sulla terra rossa, Nadal, è un extraterrestre. Ma Fabio sta bene, talmente bene che rischia di vincere un set 6-0 per poi chiuderlo 6-2. Vince e va in finale.

 

Qui la paura riempie un’altra volta il posacenere, qualcuno ha fatto qualche danza della pioggia, qualcun altro ha preferito non guardare la finale.

 

Sulla carta Fabio la vincerebbe ad occhi chiusi – gioca infatti contro il modesto serbo Lajovic, un onestissimo mestierante del tennis ma poco più; eppure, visti i precedenti, il condizionale e il terrore sono d’obbligo. Stavolta invece gioca male e vince, 6-3 6-4, e alza al cielo la sua coppa più importante, il primo Master 1000 in carriera, vinto superando Nadal sulla sua superficie. Forse qualcosa è cambiato, forse quella tribuna composta da amici e genitori, ma soprattutto dalla sua famiglia, da Flavia Pennetta e “Fefo”, suo figlio Federico, stavolta ha funzionato. Forse il mare gli riempie il cuore. Nessuno lo sa.

 

 

Sbagliava però chi credeva che quel giorno fosse nato un solido campione su cui contare, sempre e comunque: al contrario era il trionfo di un fenomeno, arcitaliano ma inafferrabile come il grande Curzio Malaparte, che forniva un’ulteriore dimostrazione di “cosa avrebbe potuto fare se…” Invece di continuare a criticarlo allora, cambiamo prospettiva: Fabio Fognini non ha perso tante occasioni malgrado il talento, ma ha rappresentato il tennis italiano nonostante la sua natura anarchica. Uno sforzo titanico condotto non solo per se stesso ma anche per quelli che, come noi, l’hanno cento volte amato e centouno rinnegato.