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21 Marzo 2024

Spike Lee, il basket è cine(ma)tico

Come il regista americano ha trasposto sulla pellicola (e nella vita) il grande amore per la pallacanestro e i New York Knicks.

Un buon modo per comprendere la personalità di un grande artista è dare un’occhiata alle sue passioni. Di Spike Lee è noto l’amore per il jazz di Miles Davis, ma anche per il soul della Motown Record, il cinema di Martin Scorsese, l’autobiografia di Malcolm X, Il canto di Salomone di Toni Morrison, e – dulcis in fundo – per il baseball e il basket.


VITA DI SPIKE LEE


Nato ad Atlanta il 20 marzo del 1957, figlio di un musicista jazz e di un’insegnate, il primogenito Lee si trasferisce ben presto con la famiglia nel quartiere di Brooklyn, a New York. A causa del suo carattere turbolento e della sua corporatura esile, presto si guadagna il soprannome di “Spike” (traducibile in italiano con ‘punta/chiodo’) da parte della madre, sorta di guida nel far crescere in lui quella vena artistica che lo condurrà per le vie del cinema. Più difficile per Lee è il rapporto con la figura paterna. Lee senior abusa spesso e volentieri di droghe e pochi anni dopo il decesso della madre decide di risposarsi con una donna bianca – un evento irreparabile per Spike.

Dopo essere ritornato nella sua città natale per studiare al Morehouse College, frequentato per la maggior parte da studenti afroamericani, Lee decide di intraprendere la carriera da cineasta, iniziando a dirigere alcuni cortometraggi amatoriali (tutti irreperibili), per poi iscriversi alla New York University e iniziare così a studiare cinema. Il suo esordio ufficiale è con “The Answer” (1980), rivisitazione critica – e foriera di polemiche in ambiente universitario – di “Nascita di una Nazione” (1915) di David W. Griffith, pellicola di fondamentale per lo sviluppo del linguaggio cinematografico, ma accusato dallo stesso Lee di essere “un veicolo di propaganda per il Ku Klux Klan e dell’odio razziale dei bianchi d’America”.

Come detto, nel tempo libero Spike Lee consuma avidamente le pagine ingiallite dalla polvere di Malcolm X, figura che venera e a cui dedica, qualche anno dopo, l’anonimo biopic con protagonista Denzel Washington.

Qualche anno prima Lee fonda (è il 1984) una casa di produzione, la “40 Acres & A Mule Filmworks”, che da allora produce tutti i suoi film. La scelta del nome non è casuale, naturalmente: i “40 acri di terra e un mulo” sono riferiti alle promesse di risarcimento recapitate agli schiavi, una volta terminata la schiavitù negli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Civile, a cui sarebbe spettato in dono un pezzo di terreno e un animale da soma, appunto. Una promessa che però non venne mai mantenuta.

Il trailer di “She’s Gotta Have It”

L’esordio ufficiale e tanto atteso nelle sale cinematografiche avviene due anni dopo, nel 1986, con “She’s Gotta Have it” (da noi inspiegabilmente tradotto come “Lola Darling”), girato in sole due settimane, con un budget di appena 100.000 dollari e un incasso di 7 milioni di € solo negli USA, oltre a premi ottenuti al Festival di Cannes e al Festival del cinema di Los Angeles.

Così ha inizio la brillante (seppur discontinua) carriera  di quello che è tuttora riconosciuto come il regista afroamericano per eccellenza. Lo stile inconfondibile della regia di Lee è nell’utilizzo del “Double Dolly Shot”, una tipologia di ripresa in cui sia la telecamera che l’attore/gli attori di riferimento sono entrambi posizionati su un carrello mobile, creando così un effetto straniante, in cui sia il personaggio che la ripresa si muovono in maniera fluida, come se stessero “levitando”. Una tecnica che Lee, anche se mai esplicitamente, sembra aver ‘ricalcato’ – o tradotto, per dire meglio – sul movimento dei cestisti, gli artisti con cui non ha mai davvero lavorato, ma che ha sempre venerato – anche a livello filmico.


SPIKE LEE TRA BASKET E CINEMA


Come per il collega Woody Allen, i due sport preferiti da Spike Lee sono il baseball e il basket. Curiosamente, entrambi condividono il tifo per le due squadre rappresentative della città nei corrispettivi sport, quindi i “New York Yankees” e i “New York Knicks”.

Il regista – tra gli altri – di Manhattan (1979) dà la sua preferenza al baseball e agli Yankees, mentre il regista di Brooklyn al basket e ai Knicks, malgrado da piccolo il suo primo sogno nel cassetto fosse proprio quello di diventare un giocatore di baseball.

La differenza fondamentale nell’approccio allo sport tra i due cineasti newyorchesi è che se Allen, da buon “intellettuale”, non si è mai occupato, e neppure ha mai menzionato, il basket né il baseball nelle sue opere, confinandoli unicamente alla sfera privata, Lee al contrario ha sempre omaggiato e citato la pallacanestro nei suoi film, mostrando una passione molto più viscerale ed emotiva di quello, cosa che si riflette anche nel suo modo di tifare – come vedremo tra poco.

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