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Andrea Antonioli
11 Luglio 2021

Gareth Southgate, l’inglese

Andrea Antonioli

80 articoli
Unire il Paese attraverso il football.

«Do we want England to be fun at Euro 2020, or do we want them to win?». Così titolava The Athletic il 23 giugno, all’indomani della vittoria per 1-0 contro la Repubblica Ceca: «this is the central question». Un interrogativo shakespeariano e decisivo, che fin dai primi giorni ha segnato la campagna itinerante – si fa per dire – inglese. Da parte sua Gareth Southgate è partito da un presupposto, consegnato in una lettera intitolata “Dear England” e pubblicata l’8 giugno 2021 su The Players’ Tribune: quando l’Inghilterra gioca, prima di tutto, rappresenta 50 milioni e più di persone. Può sembrare una banalità, la solita frase di circostanza del selezionatore di una Nazionale, ma c’è di più: in un Paese che non vince da 55 anni, ma allo stesso tempo si sente patria e culla del football, Southgate sa bene che lo spazio per le “sue idee” o il “suo calcio” è ridotto al minimo.

Per questo l’Inghilterra si è convertita senza troppe resistenze al machiavellismo calcistico, e con esso ad un risultatismo che farebbe impallidire persino Nereo Rocco e Trapattoni.

Pensate alle polemiche che ci sarebbero state, anche alle nostre latitudini, se un ct avesse deciso di tenere fuori l’astro nascente Phil Foden, emblema del nuovo calcio inglese, profeta del guardiolismo. Di lui Pep, forse un tantino esagerando, aveva detto «è il più grande talento che abbia mai visto, da calciatore e da allenatore». Anche qui, la spaccatura è evidente, con tanti altri d’accordo invece con Paul Gascoigne: «io sono meglio di lui, anche da ubriaco». Fatto sta che dagli ottavi in poi, quando le partite hanno iniziato a scottare, Southgate ha prima fatto fuori Phil con la scusa di una diffida, poi semplicemente non ha più dato spiegazioni relegandolo in panchina, laddove si sono accomodati anche Jadon Sancho – talento cristallino appena passato al Manchester United per 85 milioni di euro – e Marcus Rashford.

Al loro posto Sterling, uno dei migliori calciatori del torneo, e il 19enne Buyako Saka, il più giovane titolare in una semifinale europea. Ma è a centrocampo che Southgate si è dimostrato più realista della regina, inserendo due medianacci come Declan Rice (West Ham) e Kalvin Philips (Leeds United) chiamati a correre molto e soprattutto a proteggere la difesa. In tanti storceranno il naso ma il segreto per arrivare in fondo è racchiuso qui, nella fase difensiva, soprattutto quando non si hanno i favori del pronostico o una netta superiorità tecnica – stavolta era il caso della Francia, ma come insegnano gli antichi (e gli svizzeri) il pallone è rotondo. Ci ricordiamo del miracolo greco nel 2004 (0 gol subiti nelle fasi ad eliminazione diretta), della sorpresa Portogallo 2016 (1 gol subito nella fasi finali), ma anche della grande Spagna, campione nel 2008 e nel 2012 senza aver mai incassato gol nelle partite da dentro/fuori.



Per questo Southgate, breriano inatteso, non si è fatto problemi: «Ci sono momenti per rinviare lungo, abbiamo un centravanti che conquista bene le palle alte e le difende bene. Non dobbiamo essere snob. È fantastico giocare dalle retrovie e raggiungere la linea di metà campo in controllo di palla, ma è altrettanto efficace andare dal centravanti e avere il controllo della palla, ed essere in grado di giocare da lì. La varietà è importante contro le migliori squadre avversarie». Una lezione di pragmatismo che a noi non può che suonare familiare, e anche un po’ preoccupante in vista della finale.

Si perché l’allenatore inglese, convertito al risultatismo e all’eclettismo all’italiana, ha studiato e messo in pratica. Per questo l’Inghilterra, a parte le condizioni favorevoli, è arrivata all’ultimo atto subendo una sola rete in tutto il torneo, e nessuna su azione. Southgate non a caso parla dell’Italia come della squadra peggiore e della prova più dura: pretattica, va bene, ma da buon inglese è consapevole di quanto gli Italiani riescano ad adattarsi e vincere; di quanto facciano da decenni quello che lui, ora, sta provando a fare con l’Inghilterra. Li ha visti ribaltare in patria le gerarchie, dal Leicester di Ranieri al Chelsea di Conte, ne conosce storia, risorse e tradizione. Perché il calcio non è fatto di solo campo, e qui il ct inglese è riuscito a dare all’Inghilterra qualcosa in più, una motivazione ulteriore che ha riassunto così:

«A volte dimentichiamo è quanto significhi per i giocatori. Anche i giocatori sono tifosi. È così che inizia, con i bambini seduti davanti alla TV, con i poster al muro dei loro eroi. Ora siamo in un’era diversa, in cui i calciatori non sono così accessibili come una volta. Non tornano a casa con lo stesso autobus dalle partite, né si incontrano al pub per una pinta e un’analisi post partita. Ma, nonostante tutti i cambiamenti nel calcio moderno, ciò che non può essere messo è l’orgoglio nel rappresentare questo Paese. L’idea che alcuni giocatori non sappiano cosa significhi giocare per l’Inghilterra – o non gli importi – è diventata una sorta di falsa narrativa. Non è necessario scavare a fondo per rendersene conto.

Devi solo vedere cosa vedo io quando un under 15 entra per la prima volta al St. George’s Park, o quando ad un giocatore “senior” arriva la prima convocazione. L’orgoglio per loro, le loro famiglie e le loro comunità a casa è enorme».

Gareth Southgate, The Players’ Tribune

Un po’ italiano nel pensiero, inglesissimo nell’aspetto

Insomma, se oggi l’Inghilterra arriva alla fase finale di una competizione internazionale dopo oltre mezzo secolo, lo deve alla scelta iniziale: to win, not to be fun. Vincere, non divertire. Perché la qualità, senza voler citare Boris, diciamo che li ha stancati. Questa è allora un’Inghilterra certo multietnica, “impegnata”, inclusiva, ma anche un’Inghilterra antica, che non asseconda la retorica spettacolarizzata della Premier League e in generale di tutto il calcio contemporaneo. Moderna e classica come Southgate, impegnato a favore di Black Lives Matter ma allo stesso tempo legato ad una vecchia Britannia; descritto in patria, scrive Gregorio Sorgi su Huffington Post, come “il portatore di un patriottismo progressista”.

A riprova di ciò ieri sul Daily Telegraph, quotidiano conservatore, campeggiava in prima pagina il faccione inglesissimo di Southgate. Sullo sfondo la Croce di San Giorgio, e accanto il titolo: «Southgate summons the warrior spirit of the generation past» (Southgate evoca lo spirito guerriero delle generazioni passate). Sì perché prima dell’atto finale il tecnico ha soffiato sul fuoco del mai sopito orgoglio inglese, srotolando un filo (bianco)rosso che, a suo dire, legherebbe addirittura gli eroi della seconda guerra mondiale ai tifosi di Wembley. Poi ha aggiunto:

“per un’isola delle nostre dimensioni abbiamo un’influenza incredibile nel mondo e dobbiamo continuare a esercitarla in modo positivo (…) le persone hanno provato a invaderci e noi abbiamo avuto il coraggio di resistere”.

Cosa diamine c’entra con il calcio?, direte voi. In teoria nulla, ma da quando la finale di un europeo è solo una questione di calcio?

La prima pagina del Daily Telegraph

Insomma Southgate, pur parlando ad ogni occasione utile di progresso ed inclusione, di rivendicazioni da incoraggiare e nuovi diritti da garantire, ha le radici ben piantate nella Old Britannia: «il mio senso di identità e i miei valori sono strettamente legati alla mia famiglia e in particolare a mio nonno. Era un autentico patriota e un fiero militare, che prestò servizio durante la seconda guerra mondiale». A ben guardare è come se Gareth avesse i piedi nel passato e la testa nel futuro, anche perché ormai i tempi sono cambiati e per unire un Paese (o uno spogliatoio) bisogna fare gli equilibristi, anche se si è allenatori. In bilico sul filo di una società sempre più polarizzata e divisa.

Southgate lo ha capito, e fuori dal campo ha già vinto il suo europeo: per le strade, nei pub, nelle case, il tecnico inglese è forse il solo in grado di mettere d’accordo tutti, un’icona nazionale che ciascuno tira per la giacchetta – o meglio per il gilet – ma che allo stesso tempo riesce a rappresentare istanze e sensibilità molto diverse. Con i suoi discorsi alla Nazione, roba da far invidia a Mattarella, Gareth ha unito l’Inghilterra fuori ancor prima che dentro al campo. Moderato e liberale ma rispettoso della tradizione, di Dio e della regina. Realista e post-ideologico. E poco importa, ad oggi, se in panchina c’è un patrimonio offensivo di centinaia di milioni di sterline.

«Per molti della generazione più giovane, l’idea di englishness è molto diversa dalla mia. Lo capisco anch’io. Capisco che su quest’isola desideriamo proteggere i nostri valori e le nostre tradizioni, come dovremmo, ma ciò non dovrebbe andare a scapito dell’introspezione e del progresso».

Gareth Southgate

Un colpo al cerchio, tanto per chiuderlo, e uno alla botte; all’italiana, senza voler scomodare il pragmatismo britannico, e forse anche alla democristiana, a proposito di croci bianche e rosse. Così, con il suo profilo basso, l’aria dimessa da veterano in pensione e l’immancabile gilet all’inglese, Gareth Southgate ha ottenuto il rispetto e il consenso di tutti. Consapevole però che fra il trionfo e il fallimento, fra la storia e l’oblio, passa quel piccolo dettaglio chiamato risultato. E allora, da domani, speriamo che in terra d’Albione si torni a parlare “solo” di calcio, e che partano gli immancabili processi sui tabloid: perché sacrificare così tanto talento pur di (provare a) vincere? Gli italiani, e gli scozzesi, incrociano le dita.

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