Altri Sport
09 Gennaio 2017

Hagakure. L'arte della palla ovale

Ogni pomeriggio in Giappone, allo scoccare della campanella, miriadi di studenti escono nelle strade delle grandi città e si riversano sulle tante occupazioni post-scolastiche a loro disposizione. Questa consuetudine ormai consolidata sta assistendo negli ultimi anni a una lenta e irreversibile inversione di tendenza. Sempre meno giovani calcano i campi da baseball, i tappeti delle palestre di arti marziali o fanno la fila nelle mense ipercaloriche dove vengono forgiati i campioni di sumo del domani. Tra queste discipline dalla lunga tradizione, si è insinuato uno sport europeo: il rugby. La Top League giapponese risulta in continua crescita ed è sempre più in grado di attrarre giocatori di fama internazionale, nel frattempo la nazionale nipponica sta ottenendo vittorie dal sapore storico raggiungendo traguardi di un certo spessore. Eppure vent’anni fa, quando Ayumu Gorumaru – al momento il miglior marcatore della storia della nazionale giapponese – era un ragazzino di dieci anni, le cose erano parecchio diverse. Non è difficile immaginarsi un giovane Ayumu uscire di scuola e, immergendosi nelle iper-trafficate strade di Fukuoka per andare all’allenamento, sentire il peso degli sguardi diffidenti dei compagni di scuola, tutti diretti verso altre occupazioni più tradizionali.

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Ayumu Gorumaru incarna lo spirito del Bushidō, ossia la via del guerriero giapponese, sul rettangolo verde

All’epoca Ayumu, per continuare a giocare, dovette iscriversi alla Saga Technical High School, a un’ora e mezza dal suo paese natale. Passione e dedizione lo spinsero a continuare a giocare e, giunto al momento della scelta universitaria, Goromaru chiese l’ammissione a Waseda, una delle università dalla più salda tradizione rugbistica in Giappone.
Poco dopo l’ammissione, appena diciannovenne, Ayumu Gorumaru fece la sua prima presenza con la maglia della nazionale giapponese.L’anno, il 2005, è lo stesso che segnò una virata decisiva per la storia del rugby nell’arcipelago. Per la prima volta i vertici della federazione nipponica decisero di affidare la panchina a un allenatore straniero: Jean-Pierre Élissalde. L’esperienza del francese alla guida della nazionale fu breve e sfortunata. Passò alle cronache solo per la deludente partecipazione alla prima Pacific Nations Cup (una sorta di Sei Nazioni giocato tra formazioni del Pacifico), dove i giapponesi si classificarono ultimi. Dopo il torneo, l’allenatore preferì rimpatriare, firmando con la squadra del Bayonne. Nonostante l’enorme insuccesso, questa esperienza fu una svolta che tracciò una nuova linea da seguire.Jean-Pierre Élissalde fu solo il primo di diversi allenatori – tutti stranieri – che da quel momento in avanti avrebbero guidato la nazionale con risultati sempre crescenti.Non per tutti, tuttavia, gli anni successivi al 2005, furono un periodo felice. Ayumu Gorumaru, nonostante una prestazione contro la Romania che spinse un cronista del The Japan Times a definirlo “il volto del futuro”, venne messo ai margini della nazionale e impiegò diverso tempo a rientrare nelle liste dei selezionatori. Anche il tecnico neozelandese John Kirwan, subentrato a Jean-Pierre Élissalde, decise di non sfruttare fino in fondo le potenzialità del talento giapponese impiegandolo con una certa parsimonia. Nel frattempo la decisione della federazione cominciò a mostrare i primi frutti, sebbene ancora acerbi: nella Coppa del Mondo del 2007 la nazionale nipponica ottenne il primo risultato utile in tale competizione dopo sedici lunghi anni, un pareggio con il Canada. Quattro anni più tardi, alla successiva Coppa del Mondo, il Giappone replicò lo stesso risultato con lo stesso avversario e conquistò la prima Pacific Nations Cup strappando il titolo a Tonga.

   La soddisfazione della nazionale giapponese al termine dell’epica vittoria contro il Sud Africa

L’artefice del climax di risultati sportivi della nazionale di rugby giapponese arrivò l’anno successivo, nel 2011. A prendere le redini della squadra, dopo l’addio di Kirwan, fu l’ex allenatore della nazionale Australiana, Eddie Jones, che da subito decise di reintegrare Ayumu Gorumaru nei ranghi dei titolari.Da quel momento i giapponesi si resero protagonisti di un continuo crescendo di prestazioni e risultati. Nel 2013 ottennero il primo successo contro una squadra del Sei Nazioni, superando il Galles per 23-8 e riconfermandosi l’anno successivo con una vittoria per 26-23 sull’Italia; alle Olimpiadi del 2014 sconfissero la Nuova Zelanda nel rugby a sette; infine, alla prima giornata della Coppa del Mondo 2015, scrissero la storia battendo 34-32 il Sudafrica.L’uomo decisivo in quella partita fu Ayumu Gorumaru, che mise a segno 24 punti. Dietro questa impressionante serie di risultati si nasconde un movimento in enorme crescita. Il rugby è diventata una delle discipline post-scolastica più quotate. Se vent’anni fa la situazione era desolante, oggi è presente una struttura solida e fitta di scuole giapponesi che insegnano il rugby ai giovani , garantendo loro l’occasione di giocare, confrontarsi e crescere nel modo più completo possibile.

Eddie Jones: maestro di vita e di rugby

La forza di tale struttura emerge anche nelle scelte del nuovo allenatore Jamie Joseph. Il tecnico neozelandese, infatti, non ha avuto paura – a soli due anni di distanza – di eliminare dalle file della nazionale buona parte dei protagonisti di quella storica vittoria sul Sudafrica per aprire le porte ai tanti nuovi talenti che stanno emergendo dalle scuole sul territorio nipponico. Nell’amichevole con il Galles, giocata a novembre, i reduci di quella partita erano solo dodici, mentre gli esordienti con la maglia della nazionale ben 19. Tra gli esclusi eccellenti spicca Ayumu Gorumaru: proprio lui, il miglior marcatore nella storia della Nazionale. L’esclusione del campione solo trent’enne è l’esemplificazione simbolica della forza di questa squadra, che non ha paura di far posto al nuovo “pensionando” in anticipo anche chi ha fatto la storia. Nonostante il dolore che deve aver provocato tale esclusione, Ayumu ha continuato a fare quello che gli è sempre riuscito meglio: fare fagotto delle delusioni e andare avanti. E’ arrivato in Francia a Tolone per la sua prima esperienza europea. Come già in passato, l’unica soluzione alle difficoltà è stata ricominciare a fare lo slalom tra gli avversari sul campo come con gli ostacoli della vita.

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