L’arco accompagna l’uomo da tempi remotissimi. Strumento di caccia per eccellenza già in età preistorica, si lega alla tattica militare soprattutto per merito degli Egizi. L’utilizzo dell’arco in battaglia diventa poi un elemento comune degli eserciti di tutto il mondo, e il suo sviluppo nell’arte bellica conosce nuove applicazioni soprattutto per merito di popoli mediorientali, da sempre avvezzi al suo uso: i Parti ne fecero addirittura un elemento distintivo, introducendo la tecnica del tiro con l’arco a cavallo anche in senso opposto alla direzione della cavalcata.

 

 

Nell’Asia centrale la tecnica del tiro a cavallo diventa quasi un culto con gli Unni e poi con i Mongoli. Anche in Cina e soprattutto in Giappone riveste un ruolo spirituale: in Cina l’arco diviene una sorta di status-simbol, simbolo di potere, mentre i nipponici praticano la kyudo, la “via dell’arco”, in cui il tiro con questo letale strumento si lega alle pratiche meditative tanto care ai Paesi orientali. Non a caso Daisetz Suzuki scrive, nell’introduzione al libro di Eugen Herrigel Lo Zen e il tiro con l’arco:

 

“Uno degli elementi essenziali nell’esercizio del tiro con l’arco e delle altre arti che vengono praticate in Giappone […] è il fatto che esse non perseguono alcun fine pratico e neppure si propongono un piacere puramente estetico, ma rappresentano un tirocinio della coscienza e devono servire ad avvicinarla alla realtà ultima.

 

Così il tiro con l’arco non viene esercitato soltanto per colpire il bersaglio, la spada non s’impugna solo per abbattere l’avversario, il danzatore non danza soltanto per eseguire certi movimenti ritmici del corpo, ma anzitutto perché la coscienza si accordi armoniosamente all’inconscio”.

 

È l’ utilità dell’inutile: l’arte di riunire tramite l’esercizio della meditazione il conscio con l’inconscio. In Europa invece l’arco ottiene un limitato prestigio, sebbene sia protagonista di miti e leggende, oltre che di battaglie. In epoca classica la tecnica del tiro con l’arco prende piede solo sull’isola di Creta, che fornisce arcieri alle legioni romane prima di essere rimpiazzata in questo speciale “contributo” soprattutto dalle provincie orientali – quelle, lo abbiamo detto, in cui la tradizione del tiro con l’arco è maggiormente sviluppata.

 

Due bambini bhutanesi alle prime prese con l’utilizzo dell’arco. Una tradizione che resiste nel tempo (Ph by Paula Bronstein/Getty Images)

 

 

L’uso esclusivamente bellico dell’arco viene in qualche modo testimoniato dall’assenza di una competizione di tiro con l’arco nelle Olimpiadi classiche. Anche in Europa, tuttavia, le fortune dell’arco sono destinate a mutare: la battaglia di Crècy viene vinta dallo schieramento inglese contro i francesi proprio in virtù della superiorità di un nuovo strumento bellico, l’arco lungo, dimostratosi indispensabile per la vittoria e soprattutto in grado di porre un freno al dilagare della cavalleria pesante, garanzia di vittorie sui campi di battaglia elemento fino a quell’agosto del 1346. Da qui comincia la storica affezione degli inglesi per l’arco.

 

Nel cinquecento il tiro con l’arco diventa lo “sport” di tutta una Nazione, una sorta di “sport nazionale”, se così si può dire, normato da legge.

 

È il re Enrico VIII a emanare un decreto che obbliga ogni suddito maschio dai sette ai settant’anni a possedere arco e frecce e ad esercitarsi nel tiro. Anche la regina Elisabetta I è un’arciera, allieva di Roger Asham, l’autore del primo trattato sul tiro con l’arco. Il longbow diventa così simbolo di una nazione che si appresta a svolgere il suo ruolo sul piano mondiale, venendo utilizzato anche per gare ed esibizioni. Palcoscenico, quello sportivo, che l’arco vive sempre più a fondo, soprattutto dall’avvento della polvere da sparo e dalla sua conseguente obsolescenza.

 

 

Tutta l’Europa settentrionale trasla l’abilità arcieristica dalla materia bellica a quella sportivo-antagonistica, esercitata in competizioni e feste di paese, e praticata all’interno di gruppi chiamati compagnie. Inoltre si affina lo studio scientifico dell’arcieria tramite la stesura di manuali che approfondiscono questioni tecniche: sul confine con la fisica, si crea una vera e propria letteratura che tratta l’aerodinamica del volo della freccia, la forza da apporre in fase di tiro o ancora i materiali da utilizzare per rendere l’arco più efficiente.

 

 

Tramite questo movimento si realizza il passaggio dall’uso bellico allo sfoggio di abilità. Abilità che vanno dalla forza fisica (relativamente poca) a quella mentale (tantissima) dove mente e corpo si fondono in un tutt’uno nell’atto della tensione, la quale si sublima nel volo della freccia scagliata verso il bersaglio.

 

Allenamenti con l’arco nell’Inghilterra del 1340 (Ph Hulton Archive/Getty Images)

 

 

Bisogna però aspettare il 1829 per la prima vera gara di tiro con l’arco. Si svolge negli Stati Uniti, Paese ai vertici dell’arcieria e in grado di formare già in quegli anni numerose compagnie. Nel 1896 si da il via ai giochi olimpici dell’era moderna: il tiro con l’arco compare tra le discipline ammesse non in questa prima manifestazione svoltasi ad Atene ma in quella successiva del 1900 a Parigi, salvo poi venire escluso dalle edizioni successive ad Anversa 1920.

 

 

L’esclusione ad opera del comitato olimpico dipende dall’eccessiva varietà di specialità e dall’assenza, soprattutto, di una federazione internazionale: è solo nel 1931, dopo il primo campionato mondiale, che si celebra la nascita della FITA, la Fédération internationale de tir à l’arc. L’Italia partecipa grazie all’iniziativa dell’Unione Arcieri Italiani di Milano, ma anche nel nostro Paese la FITArco, la federazione nazionale italiana, nasce molto tardi (nel 1961).

 

 

Il fascismo declassa la disciplina a semplice attività da far eseguire alle maestre di educazione motoria, predisponendo l’uso di manuali obsoleti e probabilmente viziati da una traduzione avventata e scorretta dall’inglese. Comunque, l’Italia continua a restare nei circuiti mondiali e internazionali soprattutto grazie allo sforzo e al sacrificio degli agonisti.

 

Il riconoscimento da parte del Coni si realizza nel 1971, ma il riconoscimento come “sport effettivo” avviene solo nel 1978. Nel 1972 il tiro con l’arco viene poi riammesso alle Olimpiadi: ciò dà una forte spinta al movimento internazionale di cui beneficia anche l’Italia, che riesce ad esprimersi su livelli sempre migliori.

 

Nel 1976 Ferrari vince il bronzo ai Giochi Olimpici di Montreal, ripetendosi nel 1980; in mezzo per il lombardo di Abbiategrasso va menzionata la medaglia d’argento ai mondiali FITA del 1977. L’oro individuale arriva nel 2004, grazie all’impresa di Marco Galiazzo che in finale batte il giapponese Yamamoto, dopo aver superato agli ottavi un altro italiano che ha portato in alto l’arte del tiro con l’arco: Ilario Di Buò.

 

L’estetica del tiro con l’arco di Miss Hill-Lowe, vincitrice della medaglia di bronzo nel Women’s National Round Archery event durante le olimpiadi di Londra del 1908 (Ph Topical Press Agency/Getty Images)

 

 

Nel 2017 Galiazzo si laurea campione del mondo. Nel 1988 viene inoltre introdotta la gara a squadre, in cui l’Italia ottiene l’argento nel 2000 con la triade Di Buò, Bisiani e Frangilli. Quest’ultimo, Frangilli, è un predestinato: cresce in una famiglia di arcieri e vince l’oro mondiale per la categoria Juniores nel 1994. Nel 2008 il trio composto da Galiazzo, Nespoli e il solito Di Buò si arrende solo alla Corea Del Sud, Paese con una florida tradizione in materia, e nel pantheon dell’arcieria italiana fa così il suo ingresso anche Mauro Nespoli. Vinciamo poi l’oro con Galiazzo, Nespoli e Frangilli nel 2012, in una finale contro gli Stati Uniti che entra negli annali di questo sport.

 

Attualmente siamo sesti nel medagliere, dominato dalla Corea del Sud, un Paese che ha rinnovato la disciplina con nuovi e approfonditi studi scientifici.

 

Il tiro con l’arco è una disciplina che ha regalato storie e successi all’Italia, e pagine importanti a tutto lo sport. Una disciplina nel vero senso della parola perché richiede uno sforzo mentale che non sfugge neanche allo spettatore più disinteressato, il quale nello sguardo così concentrato degli arcieri, che quasi si mettono a nudo nel momento del tiro, non può fare a meno di notare qualcosa di antico e profondo.

 

 

Del resto in latino la declinazione cor, cordis indica il cuore, e l’assonanza con la parola corda sorge spontanea. La stessa corda che gli arcieri tendono ai limiti del possibile per realizzare un’aspettativa, tenendo tutti col fiato sospeso, dal momento dell’incocco allo scocco finale: quella freccia, che in potenza può valere un 10, realizzerà la sua parabola massima o si infrangerà contro risultati peggiori? Come scrive Paulo Coelho nel Manuale del guerriero della luce: «La freccia è l’intenzione che si proietta nello spazio. Una volta che è stata scoccata, non c’è più nulla che l’arciere possa fare, tranne osservarne la traiettoria in direzione del bersaglio».