Altri Sport
06 Novembre 2025

Siamo tutti figli di Andrea de Adamich

L’Italia perde un padre della cultura automobilistica.

Pilota, non-giornalista, creativo, talent ante litteram, contento creator della televisione Mediaset, maestro di pilotaggio, semplicemente un uomo di talento, un tutt’uno, ora divenuto leggenda. Come scrive Carlo Di Giusto su Youngclassic Mag, “una vita che è andata così, ma che poteva andare in un altro modo, comunque sempre benissimo data la tempra del personaggio”.

C’è qualcosa di profondamente geniale e filosofico nel modo in cui Andrea de Adamich ha attraversato il motorsport. Pilota, giornalista, maestro di pilotaggio: tre ruoli che sembrano distinti, eppure appartengono a un’unica traiettoria, quella dell’approfondimento della propria vocazione, della misura e del rispetto della conoscenza. Un tutt’uno magistrale. E infatti è stato maestro di molte cose e per tantissimi.

Negli anni in cui correre significava misurarsi con il pericolo vero, la sua guida era elegante, contemplativa, sembrava un filosofo prestato ai motori e allo sport. Così viene raccontata. Uno studente di legge che si improvvisò pilota, pur provenendo da Trieste e avendo studiato, si dedicò già nei primi anni ’60 alle cronoscalate con una Triumph TR3.

“Ero studente di legge, portavo gli occhiali, eppure volevo correre con tutte le mie forze“, raccontava de Adamich a MotorSport Magazine.

Il contrasto (apparente) tra l’ambiente “accademico” e quello del motorsport è tra gli spunti più interessanti della sua vita: un uomo che passa dai libri al volante, dalla tranquillità della facoltà alla furia della pista. Abbinamenti, più che contrasti, che ricordano la vita di un (altro) intellettuale con il vizio delle corse, Giorgio Faletti.

Per quanto riguarda la prospettiva da pilota, stiamo parlando di un signore che, a partire dal 1967, fu coinvolto nell’impegno agonistico della barchetta Alfa Romeo Tipo 33, una delle auto più iconiche della storia dell’automobilismo. Al volante delle varie versioni della vettura fece spesso coppia con altri protagonisti delle gare di durata come Nino Vaccarella o Henri Pescarolo. E poi la Formula 1 con Ferrari, Alfa Romeo, McLaren, Brabham. Un signore che fece la Targa Florio. Un signore, de Adamich, che visse l’epica del motorsport da dentro l’abitacolo, casco con il frontino, occhiali da visiera, viso sporco di olio bruciato e polvere.



Quando smise di correre, non lasciò la pista: la tradusse in linguaggio e divulgazione. Con “Grand Prix”, la sua storica trasmissione Mediaset, con l’altrettanto storica sigla, Andrea de Adamich non raccontava soltanto il motorsport; raccontava le persone, le storie, intuizioni, strategie, estetica e cultura. La sua voce calma e precisa insegnava a guardare oltre la velocità, a percepire la bellezza nascosta della tecnica, del tempo, della tensione. Non urlava, non cercava applausi facili, di certo non si parlava addosso. Accompagnava lo spettatore dentro il circuito, facendo comprendere che dietro ogni sorpasso c’è una scelta, dietro ogni curva un atto di genialità. Le immagini delle monoposto che sfrecciano diventavano un linguaggio universale, e lui ne era l’interprete: capace di trasformare uno sport di nicchia in un fenomeno popolare.

Scrive Franco Nunes su motorsport.com Italia: “ha cambiato il paradigma delle dirette di F1: con De Adamich si è usciti dall’era dei cavalieri del rischio entrando nella nuova fase più tecnologica e certamente meno epica, ma più vera. La sua conoscenza, frutto di una preparazione quasi maniacale, aveva reso protagonista il centesimo di secondo nella scansione dei GP“.

andrea de adamich
Una corsa non contro, ma nel tempo

E poi ci fu l’altra sua invenzione, a Varano de’ Melegari, il suo Centro di Guida Sicura, dove la velocità diventa esperienza di educazione. Lì la pista non è più teatro di sfida, ma di apprendimento: imparare a frenare, dosare l’istinto, conoscere i propri limiti e quelli del mezzo meccanico. In un mondo in cui la velocità è spesso sinonimo di pericolosità ma anche di fretta e superficialità, de Adamich ha trasformato l’atto di guidare in un atto di consapevolezza, una lezione di disciplina e responsabilità applicabile con armonia , divertimento e sicurezza, ogni scelta della vita. Chi entra a Varano percepisce subito qualcosa di raro: si guida per comprendere, l’auto come strumento di conoscenza, misura della propria attenzione, allenamento della mente oltre che del corpo.

Sempre Franco Nunes aggiunge un particolare folcloristico che fa capire il peso specifico di de Adamich alla fine della sua vita: “Senza togliere niente a Giampaolo Dallara, indiscusso Conte di Varano de’ Melegari, non sorprenda il fatto che Andrea era considerato il Sindaco del paese parmense”.

Forse è per questo che siamo un po’ tutti figli di Andrea de Adamich. Perché ci ha insegnato che la velocità non è né pericolo né inquietudine, ma un modo di conoscere il mondo e se stessi, un linguaggio che combina passione, misura, adrenalina, controllo e intelligenza. Che guidare la propria esistenza significa sempre trovare il ritmo giusto se si coltivano i propri talenti, tra desiderio e coscienza. Il tutto con una signorilità, un carisma e una educazione che non ci appartiene più, possiamo riferirla solo ai nostri padri, agli uomini del Novecento.

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