Italia
17 Maggio 2022

La Coppa UEFA tutta italiana della Juventus

Il primo trofeo bianconero in Europa, l'unico 100% tricolore.

Ricordare la vittoria della Juventus nella Coppa UEFA 1976-77 significa attivare un tema oggi particolarmente caldo: l’italianità. In tempi di globalizzazione anche sotto il profilo calcistico, celebrare il primo trionfo internazionale di una squadra italiana conseguito con una proprietà, uno staff tecnico e giocatori 100% italiani, ha un sapore particolare. È un ricordo che si scontra con l’attualità, fatta di squadre quasi per intero composte da stranieri, di vivai che non producono più campioni italiani. Di presidenti che parlano un’altra lingua, di multinazionali del pallone, di normative che agevolano l’acquisto di calciatori stranieri a scapito del prodotto interno. Far rivivere quei giorni non è un’operazione nostalgica, né polemica “autarchica”. È più che altro il tentativo di salvaguardare attraverso la memoria la tradizione di un Paese che ha sempre investito nello sport e che ha parlato di sé soprattutto tramite il calcio.


LA RIVOLUZIONE È COME IL VENTO


In anni in cui la piazza parla di sovvertire l’ordine costituito, la rivoluzione la fa chi il potere già lo detiene. Nell’estate del 1976, la famiglia Agnelli vuole cambiare tutto per ribadire il proprio ruolo. Dopo la delusione di un campionato regalato al Torino la squadra viene rifondata, sia pure con accortezza e in modo mirato. Le frontiere sono chiuse, dunque è necessario attingere al meglio che il panorama interno offre. L’imperativo non è soltanto riprendersi lo scudetto, ma anche vincere qualcosa di significativo a livello internazionale. Quel qualcosa può essere soltanto la Coppa UEFA. Oggi il trofeo non esiste più, è stato sostituito dall’Europa League. Negli anni ’70 potevano accedervi, almeno nel caso delle squadre italiane, le formazioni classificate dalla seconda alla quinta in campionato durante la stagione precedente.

A settembre 1976 le italiane sono Juventus, Inter, Milan e un sorprendente Cesena. Il Torino neocampione d’Italia disputa la Coppa dei Campioni (oggi Champions League) mentre il Napoli detentore della Coppa Italia affronta la Coppa delle Coppe. Non è semplice ipotizzare un percorso di lunga durata, ma con una squadra competitiva si può provare. Troppe le delusioni patite fino a quel momento, appena varcati i confini nazionali. Serve in effetti una formazione che riassuma caratura tecnica ed esperienza per gestire situazioni di vertice internazionale alle quali, da anni, il calcio italiano non è più abituato. Ma nondimeno è importante poter sperare nella fortuna, perché quando si è alle prese con partite a eliminazione diretta, tutto può accadere.



Oggi, con l’avvento dei gironi nella prima fase di Champions e di Europa League, tutto è cambiato. A inizio stagione la Juventus non parte con il favore dei pronostici, però l’occasione può essere buona e va sfruttata. Le grandi d’Europa, il Liverpool, il Borussia Mönchengladbach, il Real Madrid, l’Amburgo, il Bayern Monaco, l’Anderlecht e via via le altre, sono tutte impegnate in Coppa dei Campioni o in Coppa delle Coppe. Un pertugio per farsi strada c’è e se le avversarie migliori dovessero scontrarsi fra di loro, il diametro del pertugio potrebbe anche ampliarsi.


LA JUVE È COME LA FIAT


In quel programma non c’è in ballo soltanto il prestigio sportivo. La proprietà vuole molto di più: ridisegnare l’assetto societario, allargare l’organigramma, applicare per la prima volta in Italia il marketing al calcio. Se la Juventus è la più amata dagli italiani, allora deve rappresentarli tutti, gli italiani. Anche in campo internazionale. Ecco che il modello aziendale FIAT viene applicato anche alla squadra. Figure funzionali, rendimenti monitorati, acquisti di mercato mirati ma con attenzione ai bilanci. Anche l’allenatore deve essere una parte dell’ideale catena di montaggio. Non è un caso se nell’estate viene presentato alla stampa il nuovo tecnico: Giovanni Trapattoni, aziendalista nel senso buono della parola, il giusto tramite fra il vertice societario e la squadra.

I giocatori stessi rappresentano per molti versi il meglio che il calcio nostrano può offrire ma vengono scelti (o confermati) con un occhio attento a due aspetti: funzionalità di ruolo e provenienza geografica. Se da una parte vige la logica del marketing territoriale, dall’altra viene agevolato un processo di identificazione con questo o con quel campione. Spesso affine al tifoso per origine e inflessione dialettale. Con un preciso piano aziendale la Juventus è pronta a ripartire e il calcio italiano si appresta a cambiare pelle. Per sempre.


POCHE MOSSE MA BUONE


Il primo colpo che va a segno riguarda proprio il tecnico. Trapattoni si rivela perfetto per la causa degli Agnelli. Malgrado un’esperienza ancora da maturare, riesce a gestire lo spogliatoio senza traumi per nessuno. Sa quando alzare la voce e quando fingere di essere distratto. È concavo o convesso a seconda degli interlocutori, la squadra lo segue. Non può essere diverso visto l’endorsement ricevuto dall’alto. La seconda magia sta negli acquisti e nelle cessioni. O meglio, negli scambi. Capello va al Milan in cambio di Benetti, mentre Anastasi viene ceduto all’Inter per prendere il “vecchio” Boninsegna. Dall’Atalanta arriva un ragazzino piuttosto promettente, il suo nome è Antonio Cabrini.



Con acquisti mirati, il mosaico è completo e la rivoluzione può andare in scena. Alcune intuizioni tattiche di Giovanni Trapattoni si riveleranno geniali. Scirea non sarà soltanto uno dei migliori liberi nella storia del calcio ma anche il primo costruttore “dal basso” che la Juventus ricordi, in assenza di un regista classico come Capello. La presenza di un centrocampo muscolare, fondato sulla triade Furino-Tardelli-Benetti, consentirà a Causio di trasformarsi da interno in una delle ali più forti di sempre. Con un portiere come Zoff e difensori come Gentile, Morini, Spinosi, Cuccureddu si prendono pochi gol, con Bettega e Boninsegna se ne segnano molti. Tutti funzionali, tutti fortissimi, tutti italiani.


LA STAGIONE DEI RECORD


Dunque, non stupisce il fatto che una Juventus rinnovata con raziocinio e criteri di programmazione prettamente aziendali si trasformi in una schiacciasassi. Solo il Torino riuscirà a tenerle testa, per poi cedere solo all’ultima giornata di una stagione da record. I bianconeri totalizzeranno 51 punti sui 60 a disposizione, uno più dei granata. Con una differenza: il Toro esce al secondo turno di Coppa dei Campioni per mano del Borussia Mönchengladbach, in Coppa UEFA la Juve sta arrivando fino in fondo. E nemmeno a dire che abbia avuto turni facili: dover eliminare le due squadre di Manchester oggi è impresa dura. Lo era anche allora. Successivamente tocca ai sovietici (oggi ucraini) dello Shakhtar Donetsk e poi ancora, nell’anno solare 1977, i tedeschi orientali del Magdeburgo e i greci dell’AEK.

A maggio sono rimaste in due: la Juventus e gli spagnoli, pardon, i baschi dell’Athletic Bilbao.

Un’altra squadra composta da giocatori locali, in nome del tratto identitario di un popolo che intende onorare se stesso in campo e sugli spalti. Malgrado l’ostilità del potere centrale di Madrid, che impone un’altra cultura e un’altra lingua. Per motivi diversi, praticamente opposti, le due finaliste devono fare di necessità virtù e trarre il meglio dalla risorsa interna. Chi veste la maglia biancorossa proviene quasi inevitabilmente dalla scuola calcio di Santa Maria del Lezama, la cosiddetta “cantera”, il vivaio dei giocatori dell’Athletic. Se finora il Bilbao non è mai sceso in Segunda Division, lo deve anche e soprattutto alla produzione a getto continuo di buoni talenti. Una regola semplice, oggi disattesa soprattutto in Italia. Nella doppia sfida di finale UEFA scenderanno in campo 11 italiani contro 11 baschi. Anche questo è un record.


IL TRIONFO DI TUTTI


La partita d’andata si gioca a Torino il 4 maggio, vince la Juventus 1-0, gol di Tardelli. Il 18 maggio 1977 l’appuntamento è al San Mamés, uno stadio che, già a vista, sembra promettere battaglia. E battaglia sarà, ma né in campo né sugli spalti succede nulla di spiacevole. Anzi, c’è un generale clima amichevole che si estende perfino ai giocatori mandati in campo da Trapattoni. Prima del fischio iniziale Tardelli lancia un mazzo di fiori in tribuna, come a stabilire un’amicizia fra le parti, al di là di quelli che possono essere i problemi politici dei baschi e dell’esito finale della partita. Il pubblico ricambia con un applauso: un gesto semplice, pacifico e privo di furbizia o secondi fini.  

«I timori iniziali – racconterà Roberto Boninsegna – furono immediatamente fugati, i baschi si sono rivelati gente cordialissima e molto amichevole. Quando durante la partita di ritorno io fui sostituito, anziché finire negli spogliatoi o in panchina, andai sugli spalti in mezzo ai tifosi baschi e furono estremamente gentili. Parlammo molto e mi offrirono perfino da bere e da mangiare. Dal punto di vista personale, posso soltanto dire che i tifosi dell’Athletic Bilbao sono persone meravigliose, di cuore.

Vi immaginate la stessa situazione che ho appena raccontato in uno stadio italiano? Io sinceramente, no».

Roberto Boninsegna

La partita termina 2-1 per l’Athletic. In virtù di un gol segnato fuori casa da Bettega, la Coppa va alla Juventus. Sugli spalti i tifosi biancorossi cantano come se avessero vinto. In termini morali, hanno vinto. La famiglia Agnelli chiuderà la stagione con il double scudetto-coppa. Un capolavoro di strategia aziendale, un trionfo di italianità al 100%. Non era mai successo, non sarebbe successo più.

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