Calcio
18 Gennaio 2026

Il martirio di Maurizio Sarri

Parafulmine, solitario e separato in casa: ma ancora in piedi.

Maurizio Sarri guarda dritto in camera prima di Hellas Verona v Lazio, e appare senza forze, svuotato. La sua squadra sta per battersi un’altra domenica, contro sé stessa prima che contro i suoi avversari del giorno, e ha bisogno di lui. Ogni settimana trovare i tre punti sta diventando una caccia al tesoro sempre più complicata.

Kenneth (Taylor) l’ho visto poco, l’ho visto solo ieri, ha fatto solo un allenamento che non è molto indicativo ma c’è necessità che vada dentro. Il ragazzo lo conosco parzialmente, è la prima volta in carriera che metto dentro un giocatore che ho visto solo una volta, quindi ti do un’idea delle nostre difficoltà” rivela rassegnato, col volto pallido e smunto, gli occhi scavati dal vissuto.

Poco prima aveva descritto come “una violenza seria” l’essere praticamente costretto a stare davanti ai microfoni invece che coi suoi giocatori, prima della partita. La sua Lazio è forse il suo ultimo grande dipinto. La tesi di questo pezzo è che sia il più bello che abbia mai realizzato, ancor più di quel Napoli leggendario vecchio ormai di dieci anni.

Il motivo è semplice: la Lazio è un gioco dell’assurdo, un contraddittorio. Dopo un’estate passata col mercato bloccato e con un campionato avviato con una squadra non sua, ai biancocelesti è stato riconcesso di fare acquisti e cessioni nel mercato di gennaio. E così sono partiti – a fronte di cifre sinceramente irrinunciabili – Castellanos e Guendouzi, prontamente rimpiazzati, almeno a livello numerico, da Ratkov e Taylor. Il punto è che alla Lazio è sempre l’anno zero.

Quest’estate, dopo le dimissioni di Marco Baroni, Sarri e la Lazio si sono ritrovati un anno dopo la prima volta. Sarri si era dimesso con la sua squadra al nono posto dopo una stagione altalenante, e nel farlo aveva rinunciato a dei soldi. Sembrava scontato che la sigaretta fosse finita. Poi qualcosa lo ha mosso: l’amore per la gente della Lazio. Ed è peculiare che sia così, visto il numero di squadre allenate dal tecnico toscano durante la sua lunga carriera. Non perché sia difficile affezionarsi alla Lazio, per carità. Ma perché, a vedere Sarri, sembra impossibile che abbia ancora amore nel cuore.



Maurizio Sarri è un signore di 67 anni appena compiuti. Ha avuto tempo di lavorare in banca, poi iniziare a scalare la piramide del calcio italiano, perdere tanto e vincere altrettanto. Al di là di tutti quei pacchetti di sigarette consumati, c’è ancora qualcosa, evidentemente, che lo fa sentire vivo. Forse è per questo che non ha perso tempo a tornare in campo poco dopo l’operazione al cuore di qualche settimana fa, coi punti ancora attaccati in petto.

Le sue dichiarazioni quest’anno sono tutte un manifesto d’affetto verso il popolo laziale, che lo ha ormai eletto a suo leader indiscusso, il Comandante, come lo chiamano i suoi tifosi. Sarri e la Lazio sono una cosa sola, perché sono soli contro tutti (soprattutto contro una dirigenza che sembra più nemica che amica). E questo è il messaggio che Sarri fa passare ogni domenica. Un messaggio efficace, che unisce la sua massa, ma che non è demagogia. Sarri non fa il politicante, ma combatte coi suoi. Vuole portare la barca in porto, ma sa che non è facile. La battaglia non è l’unico mezzo, ma senza dubbio il più efficace.

La tifoseria laziale si identifica in Sarri perché riconosce in lui uno spirito di resistenza ai fatti del presente del calcio italiano. Vedendosi davanti Inter, Milan, Napoli e Juve, poi Atalanta e Bologna, l’outsider Como, anche la Roma, che da quest’anno concorre con ancora maggiore credibilità per un posto in Champions League, sarebbe lecito sentirsi inferiori. Sarri però sta facendo in modo che ci sia ancora qualcosa in cui credere. L’aquila non deve mai smettere di volare.

Quest’anno la Lazio ha iniziato male il campionato. Perdendo tre delle prime quattro partite, tutti la davano già per spacciata, estromessa dai discorsi che contano, a causa dell’impossibilità di fare mercato. Poi le cose sono iniziate ad andare meglio, la squadra ha ricominciato a girare e a seguire i dettami tattici del suo allenatore, arrivando anche a battere la Juve, e a perdere solo con Inter, Milan e Napoli.  Oggi la Lazio è nona a 28 punti e con 20 partite giocate: potrebbe andare peggio.

In altre situazioni, nella Roma biancoceleste potrebbe anche esserci spazio per parlare più approfonditamente dell’involuzione di giocatori come Nuno Tavares, Zaccagni e Isaksen, ma se chiedete a un qualsiasi tifoso della Lazio, in questo momento ci sono discorsi più importanti. E guai a toccare Maurizio Sarri, l’unico che, anche più dei giocatori, sta facendo il possibile per mantenere la barra dritta.

Perciò, domenica i tifosi laziali al Bentegodi hanno espresso tutto il loro appoggio al loro allenatore con una scenografia con i nomi dei principali quartieri e comuni della provincia di Roma e la scritta “Tutta Roma è qui per te”. Sarri ha risposto: “Quando sono entrato sono rimasto sorpreso da quello che avevano preparato”.

Cosa si prova a vivere questo a quasi 70 anni, dopo averne vissute di ogni? La figura di Maurizio Sarri impone grande rispetto, prima ancora che ammirazione. La dimensione che ha assunto in questi dieci anni di calcio ad altissimi livelli ha raggiunto dei risvolti narrativi da eroe greco. Sarri non fa prigionieri, di certo non le manda a dire: dalle dimenticabili accuse di omofobia nel 2016 alle frequenti dichiarazioni schiette, “toscane”, contro tutto il sistema calcistico e il giornalismo italiano.

In direzione ostinata e contraria nei confronti della Supercoppa in Arabia per esempio, o di quella volta che disse in faccia ai cronisti cosa non andava bene nella stampa del nostro Paese, a proposito dello spazio residuale dedicato al record dell’ora realizzato da Filippo Ganna a Grenchen qualche giorno prima. Il ciclismo appunto, la sua grande passione, che non fa che arricchire l’epica di Sarri, stakanovista e uomo di campo, il lavoro sempre al primo posto.



Ogni weekend vederlo in tuta allo stadio fa impressione, perché sembra si stia rimpicciolendo in quei vestiti, anno dopo anno. Gli occhi rimangono severi, il suo capo sembra sempre chino, come a osservare qualcosa senza farsi notare. A volte sembra che ce ne dimentichiamo ma Maurizio Sarri potrebbe essere nostro nonno, è una persona anziana. Solo lui sa dove prende ancora le energie per tirare avanti la carretta alla Lazio.

L’idea di resistenza – ancora lei – che trasmette, al tempo e ai fattori esterni, che cercano di scavarlo come l’acqua che erode uno scoglio, hanno cementificato la sua figura ancora di più. Tanto che, nonostante siano settimane che più o meno velatamente è ai ferri corti coi vertici societari, lui rimane ancorato al suo posto.

Eppure, venerdì, durante la conferenza stampa di presentazione di Taylor e Ratkov, il presidente Lotito ci ha tenuto a rimarcare il suo ruolo di deus ex machina, quasi a far passare la Lazio per il suo giocattolino. “A casa mia comando io, gli altri sono dipendenti”, oppure “A centrocampo abbiamo Cataldi, Vecino, Rovella, Dele, Taylor, Belahyane… se giocano o non giocano è un altro discorso.” Il solito tono patronale, che rafforza la guerra fredda tra lui e il suo allenatore, un trattamento ingeneroso riservato all’ennesima vittima di questa storia, cioè proprio Sarri.

Lotito comunque sa benissimo cosa vorrebbe dire separarsi dal tecnico toscano in questo momento. Sarebbe come rompere ancora di più una piazza già nemica nei confronti del suo presidente, ultimamente più che mai accusato di non investire abbastanza in una squadra che una volta era parte delle sette sorelle, mentre adesso sembra venire estromessa da altri club con meno storia. Sarri quindi non solo fa il capobranco, colui che tiene viva la fiamma nel cuore dei tifosi della Lazio, ma è anche il parafulmine ideale per la sua dirigenza, che attraverso lui può contenere i danni di una gestione societaria non all’altezza.

C’è un ruolo però, che più di tutti, si addice maggiormente a Sarri in questo momento. Lui è il padre della Lazio, qualcosa che si evince non solo dal trattamento che gli riserva la sua gente, dalle parole che dice a difesa dei colori biancocelesti, ma anche per l’amore incondizionato verso i suoi giocatori. Molti di essi non sono quello che aveva richiesto o che desiderava trovarsi in squadra, eppure sempre di quello si tratta: i suoi giocatori. Sempre a DAZN, dopo la sofferta vittoria col Verona gli chiedono:

«Se avesse la bacchetta magica, chi vorrebbe?» E la risposta di Sarri dice molto di lui e di chi è diventato negli anni, nonostante le molte accuse di scarsa empatia:

«Mi sono affezionato ai miei, se avessi la bacchetta magica li farei migliorare un attimino e terrei questi.»

C’è da ringraziare Maurizio Sarri per quello che sta facendo, che si tifi Lazio oppure no. Molti parlano di miracolo rispetto a quello che sta facendo a Roma, e non hanno tutti i torti, specialmente visto che in questo momento sta giocando addirittura senza centravanti, ed è a tre punti dalla zona Europa.

Io però credo che Sarri andrebbe ringraziato per l’insegnamento che ci sta lasciando: non sempre le cose sono o vanno come ci aspettiamo o ci auspichiamo, ma questo non significa che non bisogna provarci tutti i giorni, provando a superare le difficoltà. Sarri ha le mani legate alla Lazio, che pure ha subito una serie rilevante di torti arbitrali quest’anno. Nella sua vita ha visto tanto e comunque si è arricchito, ma pur finendo in situazioni come questa, non è mai scappato, sempre e solo per amore della gente – cosa sennò, non c’è rimasto nient’altro. Adesso addirittura sembra alludere a una prossima stagione all’Olimpico.

Se sarà realtà, ce lo dirà il domani. Ciò che però resterà alla storia di questa stagione incolore della Lazio, è la lezione di umanità, il termine ombrello che voglio scegliere in questo caso, del suo grande allenatore, uno che magari alla Lazio non vincerà niente di materiale, ma che già da tempo ha conquistato l’oro immateriale più importante: la memoria di una tifoseria intera.


foto di copertina: Antonietta Baldassarre / Insidefoto


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